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Art. 2106 codice civile: Sanzioni disciplinari

L’inosservanza delle disposizioni contenute nei due articoli precedenti può dar luogo all’applicazione di sanzioni disciplinari (1), secondo la gravità dell’infrazione e in conformità delle norme corporative.


Commento

Sanzioni disciplinari: speciali sanzioni private, irrogate unilateralmente dal datore di lavoro nel caso in cui il lavoratore venga meno ai suoi doveri contrattuali e precisamente agli obblighi di diligenza, obbedienza e fedeltà [v. 2104-2105].

 

(1) Il potere disciplinare è, come il potere direttivo, espressione della posizione di supremazia (superiorità) dell’imprenditore. Il suo fondamento è da ravvisare nella responsabilità disciplinare del lavoratore, nella quale si concretizza uno degli aspetti della subordinazione [v. 2094].

 

Il potere disciplinare assume una chiara funzione preventiva in quanto rappresenta uno strumento diretto a ristabilire, con immediatezza, l’ordinato svolgimento dell’attività lavorativa, turbato dalle inadempienze e/o trasgressioni del lavoratore, ripristinando la posizione direttiva del datore di lavoro nella organizzazione aziendale. Il suo esercizio da parte del datore di lavoro è, tuttavia, sottoposto a regole predeterminate dalla legge per evitare abusi e per tutelare il lavoratore che si trova in una posizione di soggezione economica.


Giurisprudenza annotata

 

Sanzioni disciplinari

La potestà di infliggere sanzioni disciplinari è riservata dall'art. 2106 c.c. alla discrezionalità dell'imprenditore, in quanto contenuta nel più ampio potere di direzione dell'impresa a costui attribuito dall'ars 2086 c.c., a sua volta compreso nella libertà di iniziativa economica di cui all'art. 41 Cost.; ne consegue che il giudice, pur nel caso sia stato adito dal datore di lavoro per la conferma della sanzione disciplinare e sia stato dallo stesso esplicitamente richiestone, non può convertirla in altra meno grave (fattispecie relativa alla sanzione inflitta ad un dipendente accusato di aver tenuto una condotta offensiva ed aggressiva nei confronti di alcune colleghe di lavoro).

Cassazione civile sez. VI  06 febbraio 2015 n. 2330  

 

Il datore di lavoro, una volta esercitato validamente il potere disciplinare nei confronti del prestatore di lavoro in relazione a determinati fatti costituenti infrazioni disciplinari, non può esercitare, una seconda volta, per quegli stessi fatti, il detto potere ormai consumato.

Cassazione civile sez. lav.  22 ottobre 2014 n. 22388  

 

 

L'avvenuta irrogazione al dipendente di una sanzione conservativa per condotte di rilevanza penale esclude che, a seguito del passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna per i medesimi fatti, possa essere intimato il licenziamento disciplinare, non essendo consentito (in linea con quanto affermato dalla Corte EDU, sentenza 4 marzo 2014, Grande Stevens ed altri contro Italia, che ha affermato la portata generale, estesa a tutti i rami del diritto, del principio del divieto di "ne bis in idem"), per il principio di consunzione del potere disciplinare, che una identica condotta sia sanzionata più volte a seguito di una diversa valutazione o configurazione giuridica. Rigetta, App. Bari, 02/07/2012

Cassazione civile sez. lav.  22 ottobre 2014 n. 22388  

 

È legittimo il licenziamento disciplinare irrogato alla direttrice di una filiale di banca che abbia riferito ad un cliente degli accertamenti disposti a suo carico dall'autorità giudiziaria penale, a nulla rilevando l'interesse, illecito, della banca di fidelizzare in tal maniera clientela di rilievo. Conferma App. Roma 12 dicembre 2011

Cassazione civile sez. lav.  17 settembre 2014 n. 19612

 

In materia di licenziamento disciplinare del pubblico dipendente, l'art. 25, comma 5, lett. d), del contratto collettivo nazionale di lavoro comparto Ministeri del 16 maggio 1995 non contiene una tipizzazione delle condotte disciplinarmente rilevanti, ma riproduce, sostanzialmente, la formula della giusta causa di cui all'art. 2119 cod. civ. Ne consegue che nell'interpretazione della norma deve tenersi conto del principio generale dell'applicazione della sanzione secondo la gravità dell'infrazione, che informa l'intero sistema disciplinare nel rapporto di lavoro, e ciò anche in forza dell'art. 55, comma 2, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, che prevede l'applicabilità ai dipendenti pubblici dell'art. 2106 cod. civ. Rigetta, App. Roma, 17/02/2011

Cassazione civile sez. lav.  27 agosto 2014 n. 18414  

 

L'inosservanza dei doveri di diligenza comporta non solo l'applicazione di eventuali sanzioni disciplinari, ma anche l'obbligo del risarcimento del danno cagionato all'azienda per responsabilità contrattuale, qualora si provi che l'evento dannoso subito dall'azienda sia correlato a una condotta colposa del prestatore d'opera e dunque si sia in presenza di un casus culpa determinatus ricollegabile, sulla base di un rapporto di causalità, a una condotta colposa del dipendente sotto i profili della negligenza, dell'imprudenza o della violazione di specifici obblighi contrattuali o istruzioni legittimamente impartitegli dal datore di lavoro.

Cassazione civile sez. lav.  09 ottobre 2013 n. 22965  

 

In materia di licenziamento disciplinare il principio di necessaria pubblicità del codice disciplinare mediante affissione in luogo accessibile a tutti non si applica nei casi in cui il licenziamento sia irrogato per sanzionare condotte del lavoratore che concretizzano violazione di norme penali o che contrastano con il cosiddetto "minimo etico", mentre deve essere data adeguata pubblicità al codice disciplinare con riferimento a comportamenti che violano mere prassi operative, non integranti usi normativi o negoziali. (In applicazione di detto principio, la S.C. ha ritenuto rilevante la mancata affissione del codice disciplinare, in fattispecie in cui il lavoratore era stato licenziato perché non si era attenuto alle regole operative fissate dalla banca per la valutazione del rischio di illiquidità). Cassa con rinvio, App. Ancona, 01/07/2011

Cassazione civile sez. lav.  03 ottobre 2013 n. 22626

 

Anche dopo l'entrata in vigore della cd. legge Fornero, continua a sussistere nell'ordinamento il principio di proporzionalità nel rapporto tra condotta addebitata e sanzione irrogata di cui all'art. 2106 c.c. e continua, pertanto, a sussistere il potere-dovere del giudice di valutare l'effettiva sussistenza, nel caso concreto, del rispetto di tale principio.

Tribunale Ravenna  18 marzo 2013

 

Nel procedimento disciplinare, sebbene l'art. 7 della legge 25 maggio 1970, n. 300, non preveda un obbligo per il datore di lavoro di mettere spontaneamente a disposizione del lavoratore, nei cui confronti sia stata elevata una contestazione, la documentazione su cui essa si basa, egli è però tenuto, in base ai principi di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto, ad offrire in consultazione i documenti aziendali all'incolpato che ne faccia richiesta, laddove l'esame degli stessi sia necessario per predisporre un'adeguata difesa. Rigetta, App. Genova, 11/04/2007

Cassazione civile sez. lav.  13 marzo 2013 n. 6337  

 

Nell'ambito di un licenziamento per motivi disciplinari, il principio di immediatezza della contestazione, pur dovendo essere inteso in senso relativo, comporta che l'imprenditore porti a conoscenza del lavoratore i fatti contestati non appena essi gli appaiono ragionevolmente sussistenti, non potendo egli legittimamente dilazionare la contestazione fino al momento in cui ritiene di averne assoluta certezza, pena l'illegittimità del licenziamento. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto il principio correttamente applicato dalla Corte di merito che aveva annullato, in quanto illegittimo, il licenziamento irrogato dopo diverso tempo a dipendente che, in sede ispettiva, immediatamente aveva ammesso gli addebiti, ritenendo che la società sin da tale momento era in possesso di tutti gli elementi per decidere se procedere alla contestazione disciplinare degli stessi e, quindi, di valutare la sanzione disciplinare da irrogare senza alcuna necessità di attendere, come poi era invece avvenuto, l'esito delle indagini svolte in sede penale).

Cassazione civile sez. lav.  13 febbraio 2013 n. 3532  



 
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