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Art. 2107 codice civile: Orario di lavoro

La durata giornaliera e settimanale della prestazione di lavoro non può superare i limiti stabiliti dalle leggi speciali o dalle norme corporative.


Giurisprudenza annotata

Orari di lavoro

Nel rapporto di lavoro subordinato, il tempo necessario a indossare l'abbigliamento di servizio ("tempo-tuta") costituisce tempo di lavoro soltanto ove qualificato da eterodirezione, in difetto della quale l'attività di vestizione rientra nella diligenza preparatoria inclusa nell'obbligazione principale del lavoratore e non dà titolo ad autonomo corrispettivo. (Nella specie, in applicazione del principio, la S.C. ha respinto il ricorso del lavoratore avverso la decisione di merito, che non aveva riconosciuto il diritto a compenso per lavoro straordinario con riferimento al "tempo-tuta", non essendo emerso che il prestatore fosse tenuto ad anticipare l'ingresso nello stabilimento per svolgere l'attività di vestizione e che il datore di lavoro esercitasse controlli disciplinari al riguardo, anzi risultando che, nel periodo estivo, alcuni lavoratori non indossavano la parte superiore della tuta).

Cassazione civile sez. lav.  07 giugno 2012 n. 9215  

 

Il tema di dirigenza sanitaria, il principio, sancito dall'art. 65 c.c.n.l. 5 dicembre 1996, area dirigenza medica e veterinaria, secondo il quale la corresponsione di una retribuzione di risultato compensativa anche dell'eventuale superamento dell'orario lavorativo per il conseguimento dell'obbiettivo assegnato esclude il diritto al compenso per lavoro straordinario, si applica anche al personale dirigente di struttura in posizione non apicale, rispondendo ad esigenze comuni all'intera dirigenza e ad una lettura sistematica delle norme contrattuali, che, ove hanno inteso riconoscere (come per l'attività connessa alle guardie mediche) una compensazione delle ore straordinarie per i medici-dirigenti, lo hanno specificamente previsto. Ne consegue che non è possibile distinguere tra il superamento dell'orario di lavoro preordinato al raggiungimento dei risultati assegnati e quello imposto da esigenze del servizio ordinario.

Cassazione civile sez. lav.  04 giugno 2012 n. 8958  

 

In tema di lavoro straordinario, in assenza di diverse previsioni c.c.n.l., la circostanza che esso sia prestato in maniera fissa e continuativa non è sufficiente a trasformare la natura della prestazione lavorativa resa oltre l'orario normale in prestazione ordinaria, salvo che, alla stregua di una corretta indagine in fatto riservata al giudice di merito, non risulti una specifica volontà delle parti intesa ad ampliare l'orario normale di lavoro conglobandovi lo straordinario fisso e continuativo, nonché a trasformare il relativo compenso in retribuzione ordinaria utile ai fini del calcolo delle spettanze, la quantificazione delle quali debba essere effettuata con riferimento a essa; ne consegne che, inmancanza della prova di una siffatta deroga pattizia, il compenso per il cosiddetto straordinario fisso non è computabile nel calcolo degli istituti indiretti, quali le spettanze per ferie, mensilità aggiuntive, festività e riposi settimanali, non esistendo nell'ordinamento un principio generale di onnicomprensività della retribuzione.

Cassazione civile sez. lav.  06 aprile 2012 n. 5595  

 

Nell'ipotesi in cui la contrattazione collettiva fissi un limite di orario normale inferiore a quello predeterminato per legge, deve ritenersi legittima la condotta del datore di lavoro che corrisponda ai propri dipendenti, che abbiano superato il limite convenzionale ma non quello legale, un corrispettivo per il suddetto lavoro inferiore a quello prescritto dall'art. 2108 c.c. per l'orario straordinario, sia perché l'inderogabilità di tale disposizione opera solo in presenza di violazioni dei tetti massimi di orario normale previsti da norme legislative, sia perché il principio di proporzionalità, di cui all'art. 36 cost., va riferito al complessivo trattamento economico riconosciuto al lavoratore e non ai singoli elementi retributivi.

Cassazione civile sez. lav.  14 aprile 2010 n. 8906  

 

Sebbene anche nel lavoro discontinuo si possano avere periodi di riposo intermedio non computabili nella durata del lavoro effettivo, tali non sono quelli durante i quali, nel corso del viaggio, l'autista di un autotreno lascia la guida al compagno e, se vuole, può distendersi ed anche dormire nell'apposita cabina, trattandosi, in tal caso, non di un periodo di riposo intermedio vero e proprio, bensì di semplice temporanea inattività. Il criterio distintivo, infatti, fra riposo intermedio, non computabile ai fini della determinazione della durata del lavoro, e semplice temporanea inattività, computabile ad altri fini, consiste nella differente condizione in cui si trova il lavoratore, il quale, nel primo caso, può disporre liberamente di sé stesso per un certo periodo di tempo anche se è costretto a rimanere nella sede del lavoro o a subire una qualche limitazione mentre, nel secondo, pur restando inoperoso, è obbligato a tenere costantemente disponibile la propria forza lavoro per ogni richiesta o necessità.

Cassazione civile sez. lav.  02 marzo 2009 n. 5023  

 

In tema di lavoro discontinuo, caratterizzato da attese di non lavoro durante le quali il dipendente può reintegrare con pause di riposo le energie psico-fisiche consumate, è configurabile l'espletamento di lavoro straordinario allorquando, malgrado detta discontinuità, sia convenzionalmente prefissato un preciso orario di lavoro ed il relativo limite risulti in concreto superato - occorrendo, all'uopo, che venga fornita la prova relativamente a modalità e tempi del servizio prestato nell'arco compreso fra l'orario iniziale e quello finale dell'attività lavorativa, in modo da consentire di tener conto delle pause di inattività - e, in ogni caso, allorquando l'attività lavorativa prestata dal dipendente oltre il limite dell'orario massimo legale, non operante nei suoi confronti, sia, alla stregua del concreto svolgimento del rapporto di lavoro, irrazionale e pregiudizievole del bene dell'integrità fisica del lavoratore stesso. (Fattispecie relativa all'attività di operatore di ripresa, svolta senza vincoli di orario).

Cassazione civile sez. lav.  19 gennaio 2009 n. 1173  

 

In tema di lavoro discontinuo, caratterizzato da attese non lavorate durante le quali il dipendente può reintegrare con pause di riposo le energie psico - fisiche consumate, è configurabile l'espletamento di lavoro straordinario ove, malgrado detta discontinuità, sia convenzionalmente prefissato un preciso orario di lavoro e il relativo limite risulti in concreto superato - occorrendo, a tal fine, che venga fornita la prova relativamente a modalità e tempi del servizio prestato nell'arco di tempo compreso fra l'orario iniziale e quello finale dell'attività lavorativa, in modo da consentire di tenere conto delle pause di inattività - e, in ogni caso, quando l'attività lavorativa prestata dal dipendente oltre il limite dell'orario massimo legale, non operante nei suoi confronti, sia, alla stregua del concreto svolgimento del rapporto di lavoro, irrazionale e pregiudizievole del bene dell'integrità fisica del lavoratore stesso. (Nella specie, relativa al trattamento retributivo di dipendenti Rai con mansioni di operatore di ripresa, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha rilevato la congruità della decisione del giudice di merito, atteso che, da un lato, il c.c.n.l. del 6 aprile 1995 non prevedeva limiti di orario, riconoscendo una indennità «per mancata limitazione e variabilità orari di lavoro» pari al 25 per cento della retribuzione e della contingenza, poi sostituita, con gli accordi di rinnovo dell'8 giugno 2000 e del 28 giugno 2001, con una indennità, di «mancata limitazione dell'orario di lavoro», pari all'8 per cento della retribuzione e della contingenza, ed un importo mensile forfettario relativo alla differenza tra le due voci retributive per coloro che già godevano del precedente trattamento, né i lavoratori avevano indicato, nel ricorso introduttivo, il superamento di limiti di ragionevolezza).

Cassazione civile sez. lav.  08 gennaio 2009 n. 162  

 

Il principio di ragionevolezza, in base al quale l'orario di lavoro deve comunque rispettare i limiti imposti dalla tutela del diritto alla salute, si applica anche alle mansioni discontinue o di semplice attesa per le quali la variabilità, caso per caso, della loro onerosità - che dipende dalla intensità e dalla natura della prestazione ed è diversa a seconda che questa sia continuativa, anche se di semplice attesa, o discontinua - impedisce una limitazione dell'orario in via generale da parte del legislatore. La valutazione in ordine al superamento, in concreto, del suddetto limite, spetta al giudice del merito ed è incensurabile in sede di legittimità se assistita da motivazione logica e sufficiente. (Nella specie, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto in contrasto con il principio di ragionevolezza la prestazione di un autista di autotreni, impegnato, con brevi intervalli di attesa tra un' attività e l'altra, nel trasporto e nel carico e scarico della merce, con un orario di lavoro di 16 ore al giorno per quattro giorni alla settimana).

Cassazione civile sez. lav.  14 agosto 2008 n. 21695  

 



 
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