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Art. 2115 codice civile: Contribuzioni

Salvo diverse disposizioni della legge o delle norme corporative, l’imprenditore e il prestatore di lavoro contribuiscono in parti eguali alle istituzioni di previdenza e di assistenza (1) (2).

L’imprenditore è responsabile del versamento del contributo, anche per la parte che è a carico del prestatore di lavoro, salvo il diritto di rivalsa secondo le leggi speciali.

È nullo qualsiasi patto diretto ad eludere gli obblighi relativi alla previdenza o all’assistenza.


Commento

Imprenditore: [v. 2082]; Previdenza: [v. 2110]; Assistenza: [v. 2110]; Nullità: [v. Libro IV, Titolo II, Capo XI].

Contribuzioni (contributi): somma di danaro erogata ad un ente pubblico (es.: I.N.P.S.) o privato in contropartita dei servizi offerti (in questo caso servizi previdenziali e assistenziali).

 

(1) La divisione dei contributi fra datore di lavoro e lavoratore, prevista dalla norma come paritaria, è totalmente derogata dalle leggi speciali, che prevedono a carico dei datori percentuali più alte di quelle a carico dei lavoratori.

(2) È a carico dello Stato la cd. contribuzione figurativa mediante la quale sono accreditati in favore del lavoratore contributi utili ai fini dei trattamenti pensionistici anche nel caso di sospensione del rapporto di lavoro [v. 2110, 2111], ad es. per malattia, maternità, infortunio sul lavoro etc.


Giurisprudenza annotata

Previdenza ed assistenza

In tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, la rendita erogata dall'I.n.a.i.l., ex art. 13 del d.lg. 23 febbraio 2000, n. 38, va considerata di natura previdenziale e non risarcitoria, per la sua natura e per le finalità di interesse pubblico ad essa sottese, e, come tale, è sottratta alla disponibilità delle parti ai sensi dell'art. 2115, comma 3, del codice civile. (Nella specie, la S.C. ha escluso la possibilità, per il lavoratore, di rinunciare all'indennizzo I.n.a.i.l. per danno biologico, in ipotesi di infortunio "in itinere", pur in presenza di un terzo responsabile). Rigetta, App. Venezia, 30/09/2009

Cassazione civile sez. lav.  11 dicembre 2013 n. 27644  

 

Le somme spettanti a titolo di risarcimento danni per la violazione degli obblighi facenti carico al datore di lavoro hanno natura retributiva — e sono quindi da computare nella retribuzione imponibile ai fini contributivi — solo quando derivino da un inadempimento, il quale, pur non riguardando direttamente l'obbligazione retributiva, tuttavia immediatamente incida su di essa in quanto determini la mancata corresponsione di compensi dovuti al dipendente; viceversa, le attribuzioni patrimoniali che il lavoratore riceve a titolo di risarcimento del danno per la violazione degli altri obblighi del datore, sebbene siano anch'esse "dipendenti dal rapporto di lavoro", non hanno natura retributiva, così come tale natura non aveva l'obbligazione primaria rimasta inadempiuta, e quindi non sono computabili nella retribuzione imponibile ai fini contributivi, ex art. 12 l. 30 aprile 1969 n. 153 ed ex art. 6 d.lg. 2 settembre 1997 n. 314. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha incluso dal computo della retribuzione imponibile ai fini contributivi le somme spettanti al lavoratore a titolo di risarcimento danno da mancata corresponsione di maggiorazione per lavoro notturno).

Cassazione civile sez. lav.  21 maggio 2012 n. 7987  

 

In ragione dell'autonomia del rapporto previdenziale e dell'indisponibilità dei diritti sociali fondamentali, l'ente previdenziale è legittimato a richiedere la contribuzione correlata alla retribuzione dovuta per le mansioni effettivamente svolte dal lavoratore, a prescindere dalla qualifica attribuita dal datore di lavoro e non contestata dal lavoratore, atteso che, nell'ordinamento del lavoro, sussiste un principio di corrispondenza fra mansioni e qualifica, che conferisce al lavoratore il diritto soggettivo alla retribuzione corrispondente alle superiori mansioni esercitate, indipendentemente dalla definitiva acquisizione della relativa qualifica. Ne consegue che l'art. 1 del d.l. n. 338 del 1989, conv. in legge n. 389 del 1989, sancendo che la retribuzione imponibile ai fini previdenziali non può essere inferiore all'importo della retribuzione stabilito da leggi, regolamenti e contratti collettivi, non solo rende insensibile l'obbligo contributivo rispetto all'eventuale inadempimento retributivo del datore di lavoro, ma impone altresì di prendere a base di calcolo dei contributi previdenziali la retribuzione dovuta, e non quella corrisposta, di fatto, in misura inferiore.

Cassazione civile sez. lav.  17 aprile 2012 n. 6001  

 

In tema di interposizione nelle prestazioni di lavoro, i pagamenti dei contributi da parte dell'intermediario (cosiddetto datore di lavoro apparente) hanno effetto estintivo del debito contributivo del datore di lavoro effettivo, totale o parziale, a seconda della loro entità e del regime contributivo del rapporto di lavoro effettivo e di quello apparente. I contributi versati sono irripetibili, sia perché non è possibile ritenere scusabile l'errore sull'identità dell'effettivo debitore, sia perché non si può consentire che sia annullata la posizione contributiva costituita in favore del lavoratore.

Cassazione civile sez. lav.  09 aprile 2010 n. 8451  

 

In tema di prestazioni lavorative rese dal lavoratore extracomunitario privo del permesso di soggiorno, l'illegittimità del contratto per la violazione di norme imperative (art. 22 t.u. immigrazione) poste a tutela del prestatore di lavoro (art. 2126 c.c.), sempre che la prestazione lavorativa sia lecita, non esclude l'obbligazione retributiva e contributiva a carico del datore di lavoro in coerenza con la razionalità complessiva del sistema che vedrebbe altrimenti alterate del regole del mercato e della concorrenza ove si consentisse a chi viola la legge sull'immigrazione di fruire di condizioni più vantaggiose rispetto a quelle cui è soggetto il datore di lavoro che rispetti la disciplina in tema di immigrazione.

Cassazione civile sez. lav.  26 marzo 2010 n. 7380  

 

Gli atti di disposizione, ai quali si applica la disciplina dell'art. 2113 c.c., debbono attenere alle conseguenze patrimoniali del mancato o irregolare versamento dei contributi e non già all'obbligo del datore di lavoro di corrispondere i contributi all'Inps, perché quest'obbligo non può mai venir meno per effetto di pattuizioni intercorse tra il datore di lavoro ed il lavoratore all'inizio o durante lo svolgimento del rapporto, essendo queste espressamente travolte dalla nullità ex art. 2115 c.c. ed inoperanti nei confronti dell'ente previdenziale.

Cassazione civile sez. lav.  13 marzo 2009 n. 6221  

 

Un accordo fra datore di lavoro e lavoratore, diretto a far conseguire al secondo l'equivalente di un trattamento pensionistico superiore a quello maturato, non viola alcuna norma imperativa; un tale accordo non può eludere gli obblighi relativi alla previdenza, atteso che si tratta di un trattamento di miglior favore, che non mette in discussione in alcun modo il versamento dei contributi previdenziali obbligatori.

Cassazione civile sez. lav.  09 marzo 2007 n. 5553  

 

Il disposto dell'art. 2115, comma 3, c.c. - che stabilisce la nullità di qualsiasi patto diretto ad eludere gli obblighi relativi alla previdenza o all'assistenza - non è applicabile qualora le parti abbiano inteso transigere non già su eventuali obblighi del datore di lavoro di corrispondere all'Inps i contributi assicurativi, bensì sul danno subito dal lavoratore per l'irregolare versamento dei contributi stessi.

Cassazione civile sez. lav.  07 agosto 2004 n. 15308  

 



 
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