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Art. 2125 codice civile: Patto di non concorrenza

Il patto con il quale si limita lo svolgimento dell’attività del prestatore di lavoro, per il tempo successivo alla cessazione del contratto, è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro e se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo (1) (2).

La durata del vincolo non può essere superiore a cinque anni, se si tratta di dirigenti, e a tre anni negli altri casi. Se è pattuita una durata maggiore, essa si riduce nella misura indicata dal comma precedente.

 


Commento

Concorrenza: [v. 2595]; Prestatore di lavoro: [v. 2095]; Nullità: [v. Libro IV, Titolo II, Capo XI]; Dirigente: [v. 2095].

 

(1) Dal patto di non concorrenza scaturisce a carico del lavoratore l’obbligo di non trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore nel periodo successivo all’estinzione del rapporto.

 

(2) Il patto può essere incluso nel contratto di lavoro ovvero può essere concluso durante il rapporto di lavoro; può, inoltre, essere stipulato anche dopo la cessazione del rapporto, sempreché sia riconducibile al rapporto stesso.


Giurisprudenza annotata

Patto di non concorrenza

In ambito di patto di non concorrenza, ove questo è espressamente limitato ai prodotti oggetto dell'attività lavorativa del dipendente, devono escludersi dal possibile oggetto del patto, in quanto inidonee ad integrare concorrenza, attività estranee allo specifico settore produttivo o commerciale nel quale opera l'azienda, ovvero al mercato nelle sue oggettive strutture, ove convergono domande ed offerte di beni o servizi identici oppure reciprocamente alternativi o fungibili, comunque parimenti idonei ad offrire beni o servizi nel medesimo mercato.

Cassazione civile sez. lav.  19 novembre 2014 n. 24662  

 

La produzione è naturalmente finalizzata alla vendita (nella specie relativa alla violazione di un patto di non concorrenza nell'ambito di un trasferimento di ramo d'azienda da parte di una società che vendeva strumenti musicali e accessori, la Corte ha ritenuto che il patto di non concorrenza non si riferiva solo alla produzione strettamente intesa, ma a tutte le attività idonee a sviare la clientela del ramo di azienda ceduto).

Cassazione civile sez. I  07 giugno 2013 n. 14413  

 

Sebbene la legge non imponga al lavoratore parasubordinato un dovere di fedeltà, tuttavia il dovere di correttezza della parte in un rapporto obbligatorio (art. 1175 cod. civ.) e il dovere di buona fede nell'esecuzione del contratto (art. 1375 cod. civ.) vietano alla parte di un rapporto collaborativo di servirsene per nuocere all'altra, sì che l'obbligo di astenersi dalla concorrenza nel rapporto di lavoro parasubordinato non è riconducibile direttamente all'art. 2125 cod. civ. - che disciplina il relativo patto per il lavoratore subordinato alla cessazione del contratto - ma, permeando come elemento connaturale ogni rapporto di collaborazione economica, rientra nella previsione dell'art. 2596 cod. civ. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto applicabile ad un rapporto di lavoro parasubordinato la disciplina del patto limitativo della concorrenza ex art. 2596 cod. civ., ricorrendone uno dei presupposti, previsti in via disgiuntiva, costituito dalla delimitazione ad una determinata attività, escludendo così la nullità della pattuizione per l'indiscriminato ambito geografico mondiale del vincolo negoziale). Rigetta, App. Torino, 16/04/2007

Cassazione civile sez. lav.  21 marzo 2013 n. 7141  

 

Al datore di lavoro non è consentito di manifestare la propria volontà di non avvalersi del patto di non concorrenza in epoca successiva alla comunicazione di recesso. La clausola che preveda tale facoltà deve essere ritenuta nulla per contrarietà a norma imperativa di legge, in quanto finalizzata a eludere l'obbligo di corrispettività di cui all'art. 2125 c.c., in ragione del quale il lavoratore ha fondato la programmazione della sua attività per il periodo successivo alla cessazione del rapporto.

Cassazione civile sez. lav.  08 gennaio 2013 n. 212  

 

La previsione della risoluzione del patto di non concorrenza rimessa all'arbitrio del datore di lavoro concreta una clausola nulla per contrasto con norme imperative, atteso che la limitazione allo scioglimento dell'attività lavorativa deve essere contenuta - in base a quanto previsto dall'art. 1225 c.c., interpretato alla luce degli art. 4 e 35 della carta costituzionale - entro limiti determinati di oggetto, tempo e luogo, e va compensata da un maggior corrispettivo. Ne consegue che non può essere attribuito al datore di lavoro il potere unilaterale di incidere sulla durata temporale del vincolo o di caducare l'attribuzione patrimoniale pattuita.

Cassazione civile sez. lav.  08 gennaio 2013 n. 212

 

Deve ritenersi violativo del patto di non concorrenza l’esercizio, da parte del lavoratore, di attività coincidente con quella oggetto del patto, con conseguente condanna dello stesso al risarcimento del danno da inadempimento contrattuale.

Tribunale Latina sez. lav.  10 gennaio 2012

 

Ai sensi dell'art.2125 comma 1 c.c., il patto di non concorrenza previsto per il tempo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro, "è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro e se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo". La nullità del patto è prevista dalla legge per tutte le ipotesi in cui la sua ampiezza sia tale da comprimere la esplicazione della concreta professionalità del lavoratore in limiti che ne compromettano ogni potenzialità reddituale. Va dunque ritenuto nullo il patto di non concorrenza che precluda al lavoratore lo svolgimento di qualsiasi attività nel settore specifico, nell'intero ambito nazionale e per la durata di anni tre, a fronte di un corrispettivo ragguagliato ad una cifra irrisoria (nella specie, di €.100,00 una tantum), trattandosi di compenso "ictu oculi" manifestamente iniquo e sproporzionato in rapporto all'esteso sacrificio richiesto al prestatore ed alla considerevole riduzione delle sue possibilità di guadagno.

Tribunale Teramo sez. lav.  30 marzo 2011 n. 209  

 

Ai sensi dell'art. 2125 c.c., il patto di non concorrenza è nullo soltanto quando la sua ampiezza sia tale, in ragione del tipo di attività vietata, del periodo di tempo ivi indicato e della sua estensione territoriale, da compromettere la possibilità per il lavoratore di assicurarsi, tenuto anche conto del contenuto altamente specialistico della attività vietata, un guadagno idoneo alle esigenze di vita (nella fattispecie, in applicazione di tale principio, è stato ritenuto valido un patto di non concorrenza della durata di un anno esteso a tutto il territorio italiano e circoscritto al settore dello sviluppo, produzione, distribuzione e commercializzazione di prodotti biomedicali, e, in particolare, di prodotti di ortopedia, riabilitazione orale, traumatologia e chirurgia vertebrale, sul rilievo che il lavoratore avrebbe potuto utilmente sfruttare la professionalità acquisita come specialista di prodotto di una linea per la chirurgia spinale in altri settori del campo medico e con riferimento a prodotti appartenenti a settori diversi da quelli oggetto del patto).

Tribunale Milano  25 marzo 2011

 

È nullo, ai sensi dell'art. 2125 c.c., il patto di non concorrenza che prevede il pagamento del corrispettivo, non preventivamente determinato, in costanza di rapporto di lavoro, poiché la non prevedibilità della durata dello stesso rende aleatorio ed eventuale un elemento fondamentale del patto e, cioè, il prezzo dovuto al lavoratore per la sua parziale rinunzia al diritto al lavoro.

Tribunale Ascoli Piceno  22 ottobre 2010

 

Ai sensi dell'art. 2125 c.c., il patto di non concorrenza deve prevedere, a pena di nullità, un corrispettivo predeterminato nel suo preciso ammontare, al momento della stipulazione del patto, giacché è in tale momento che si perfeziona il consenso delle parti, e congruo rispetto al sacrificio richiesto al lavoratore in quanto costituisce il prezzo di una parziale rinuncia al diritto al lavoro costituzionalmente garantito; pertanto, viola la norma la previsione del pagamento di un corrispettivo del patto di non concorrenza durante il rapporto di lavoro, in quanto la stessa, da un lato, introduce una variabile legata alla durata del rapporto di lavoro che conferisce al patto un inammissibile elemento di aleatorietà e indeterminatezza e, dall'altro, facendo dipendere l'entità del corrispettivo esclusivamente dalla durata del rapporto, finisce di fatto per attribuire a tale corrispettivo la funzione di premiare la fedeltà del lavoratore, anziché di compensarlo per il sacrificio derivante dalla stipulazione del patto.

Tribunale Milano  28 settembre 2010

 

In caso di violazione del patto di non concorrenza ex art. 2125 c.c. può essere concessa al datore di lavoro la tutela inibitoria volta all'immediata cessazione della condotta illecita, non ostando al riguardo né il disposto dell'art. 1453 c.c. - che, nell'attribuire al contraente adempiente il potere di chiedere, tra l'altro, l'adempimento del contratto, non distingue tra obbligazioni positive (di "facere") e negative (di non "facere") - né i principi generali del nostro ordinamento, atteso che la tutela preventiva, proprio perché idonea ad attribuire agli interessi giuridicamente garantiti uno strumento diretto alla remissione in pristino, è strumento preferibile a quello risarcitorio e indispensabile per dare concretezza al principio costituzionale della tutela giurisdizionale.

Tribunale Lodi  20 luglio 2009

 



 
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