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Art. 2126 codice civile: Prestazione di fatto con violazione di legge

La nullità o l’annullamento del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall’illiceità dell’oggetto o della causa.

Se il lavoro è stato prestato con violazione di norme poste a tutela del prestatore di lavoro, questi ha in ogni caso diritto alla retribuzione.


Commento

Nullità: [v. Libro IV, Titolo II, Capo XI]; Annullamento: [v. Libro IV, Titolo II, Capo XII].


Giurisprudenza annotata

Impiegati dello Stato

Il rapporto di pubblico impiego nullo, in quanto costituito in violazione di precisi divieti di legge, non può essere considerato ipso facto illecito nell'oggetto o nella causa ai sensi dell'art. 2126 c.c., con la conseguenza che il lavoratore è comunque legittimato, anche in presenza della nullità, a reclamare in sede giudiziaria i crediti retributivi maturati limitatamente al periodo di esecuzione delle prestazioni, nonché la ricostruzione della propria posizione previdenziale. Conferma TAR Puglia, Lecce, sez. II, n. 503 del 2007.

Consiglio di Stato sez. V  14 ottobre 2014 n. 5117  

 

Il rapporto di pubblico impiego costituito contra legem è nullo, salva l'applicazione dell'art. 2126 c.c., limitatamente però a quanto fosse stato previsto nel contratto. Conferma TAR Lazio, Roma, sez. I, n. 11658 del 2007

Consiglio di Stato sez. III  10 ottobre 2014 n. 5037  

 

La pretesa di ottenere la retribuzione superiore a quella riconosciuta dalla normativa applicabile per effetto dello svolgimento delle mansioni superiori, non può fondarsi sull'art. 36 cost., in quanto il principio della corrispondenza della retribuzione dei lavoratori alla qualità e alla quantità del lavoro prestato non trova incondizionata applicazione nel rapporto di pubblico impiego. Esso, infatti, concorre con altri principi di pari rilievo costituzionale, quali quelli di cui agli art. 97 e 98 cost., nonché con gli art. 2126 c.c., concernente solo l'ipotesi della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato, e art. 2041, stante, per un verso, la natura sussidiaria dell'azione di arricchimento senza causa e, per altro verso, la circostanza che l'ingiustificato arricchimento postula un correlativo depauperamento del dipendente, non riscontrabile e dimostrabile nel caso del pubblico dipendente che ha comunque percepito la retribuzione prevista per la qualifica rivestita.

T.A.R. Roma (Lazio) sez. II  10 giugno 2014 n. 6167  

 

Nel caso in cui un rapporto di lavoro subordinato di fatto con una P.A. sia nullo, trova applicazione l'art. 2126 cod. civ., che equipara il rapporto a quello valido ai fini retributivi e contributivi per il periodo in cui ha avuto esecuzione. Ne consegue, in relazione a domanda giudiziale proposta prima del passaggio di funzioni dall'INPDAP all'INPS, che compete all'INPDAP, e non all'INPS, la legittimazione attiva a domandare il pagamento dei contributi previdenziali per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione. Cassa e decide nel merito, App. L'Aquila, 16/11/2007

Cassazione civile sez. lav.  14 maggio 2014 n. 10426  

 

L’art. 2126 c.c. enuclea la regola di ampia salvaguardia della prestazione resa in fatto dal lavoratore, a prescindere dalla validità e dalla stessa esistenza del titolo costitutivo. La guarentigia copre la prestazione nel sinallagma retributivo e si estende agli ulteriori effetti pensionistici e previdenziali, che nella retribuzione stessa e nel suo assoggettamento a contribuzione trovano il momento genetico e ad essa sono legati in rapporto di consequenzialità. Detto principio trova applicazione anche per i periodi in cui il rapporto di impiego si è svolto in virtù di provvedimento cautelare del giudice amministrativo, cui poi ha fatto seguito il rigetto del ricorso. La situazione è del tutto speculare al caso della nullità del titolo costitutivo, cui va equiparata la sua inesistenza quando la costituzione o ripristino del rapporto di lavoro avviene in esecuzione di un provvedimento giurisdizionale (nella specie ordinanza cautelare del T.A.R.).

Consiglio di Stato sez. III  02 maggio 2014 n. 2285  

 

La regola, dettata dall'art. 2126 c.c., di ampia salvaguardia della prestazione resa in fatto dal lavoratore, a prescindere dalla validità e dalla stessa esistenza del titolo costitutivo, copre non solo la prestazione nel sinallagma retributivo, ma si estende anche agli ulteriori effetti pensionistici e previdenziali, che nella retribuzione stessa e nel suo assoggettamento a contribuzione trovano il momento genetico e ad essa sono legati in rapporto di consequenzialità, e trova inoltre applicazione anche per i periodi in cui il rapporto di impiego si è svolto in virtù di provvedimento cautelare del giudice amministrativo, cui poi ha fatto seguito il rigetto del ricorso. Conferma TAR Umbria n. 726 del 2009

Consiglio di Stato sez. III  02 maggio 2014 n. 2285  

 

Nell'ambito del pubblico impiego lo svolgimento di fatto da parte del dipendente di mansioni superiori a quelle dovute in base all'inquadramento è del tutto irrilevante, sia ai fini economici, sia ai fini della progressione di carriera, salva l'esistenza di un'espressa disposizione che disponga diversamente; né la domanda del dipendente, tesa ad ottenere la retribuzione superiore a quella riconosciuta dalla normativa applicabile, per effetto dello svolgimento delle mansioni superiori, può fondarsi sull'art. 36 Cost. in quanto il principio della corrispondenza della retribuzione dei lavoratori alla qualità e alla quantità del lavoro prestato non trova incondizionata applicazione nel rapporto di pubblico impiego, concorrendo con altri principi di pari rilievo costituzionale, quali quelli di cui agli artt. 97 e 98, ovvero sugli artt. 2126 c.c., concernente solo l'ipotesi della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato, e 2041 c.c. stante, per un verso, la natura sussidiaria dell'azione di arricchimento senza causa e, per altro verso, la circostanza che l'ingiustificato arricchimento postula un correlativo depauperamento del dipendente, non riscontrabile e dimostrabile nel caso del pubblico dipendente che, come nel caso di specie, ha comunque percepito la retribuzione prevista per la qualifica rivestita; comunque, nel pubblico impiego, presupposto indefettibile per la stessa configurabilità dell'esercizio di mansioni superiori è anche l'esistenza di un posto vacante in pianta organica, al quale corrispondano le mansioni effettivamente svolte, oltre che un atto formale d'incarico o investitura di dette funzioni, proveniente dall'organo amministrativo a tanto legittimato, non potendo l'attribuzione delle mansioni e il relativo trattamento economico essere oggetto di libere determinazioni dei funzionari amministrativi. (ConfermaTarVeneto, sez. II, n. 2953 del 1995).

Consiglio di Stato sez. V  29 novembre 2013 n. 5715

 

 

Impiegati degli Enti locali

Le norme in materia di assunzione del personale degli Enti locali non sono di ostacolo all'applicabilità dell'art. 2126 c.c. e, quindi, al riconoscimento del diritto del lavoratore, pur non assunto a conclusione di una regolare procedura concorsuale, alle differenze retributive, all'indennità di fine rapporto e alle altre prestazioni contributive e previdenziali, ma tutto ciò soltanto quando risulti comprovata la sussistenza in concreto degli indici che rivelano lo svolgimento di fatto di un rapporto di impiego; in sostanza, al rapporto nullo possono essere connesse le conseguenze di cui all'art. 2126 c.c. unicamente quando lo stesso, benché costituito senza il rispetto delle modalità di assunzione prescritte, sia assimilabile per il resto al rapporto di lavoro subordinato costituito nelle forme legali, del quale presenti tutti i caratteristici indici rilevatori. Annulla in parte TAR Puglia, Bari, sez. II, n. 2586 del 2003

Consiglio di Stato sez. V  02 ottobre 2014 n. 4930  

 

Il rapporto di pubblico impiego nullo, in quanto costituito in violazione di precisi divieti di legge, non può essere considerato ipso facto illecito nell'oggetto o nella causa ai sensi dell'art. 2126 c.c., con la conseguenza che il lavoratore è comunque legittimato, anche in presenza della nullità, a reclamare in sede giudiziaria i crediti retributivi maturati limitatamente al periodo di esecuzione delle prestazioni. Annulla TAR Campania, Napoli, sez. V, n. 21337 del 2008

Consiglio di Stato sez. III  28 agosto 2014 n. 4416  

 

Qualora la Pubblica amministrazione ponga in essere, sia pure sotto un diverso nomen juris, un rapporto di lavoro avente le caratteristiche del rapporto di pubblico impiego, per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione trova applicazione l'art. 2126 comma 2, c.c., con conseguente riconoscimento al lavoratore del diritto alle differenze retributive spettanti. Annulla TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 289 del 2001

Consiglio di Stato sez. V  05 marzo 2014 n. 1064  



 
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