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Art. 2140 codice civile: Comunioni tacite familiari

[Le comunioni tacite familiari nell’esercizio dell’agricoltura sono regolate dagli usi ] (1).

 

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151


Commento

(1) Art. abrogato ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 205) (Riforma del diritto di famiglia).

 


Giurisprudenza annotata

Comunione tacita familiare

Il regime dei beni della comunione tacita familiare, che è caratterizzata, oltre che dalla comunanza di lucri e di perdite, dalla formazione di un unico peculio, gestito senza particolari formalità ed obblighi di rendiconto, destinato indivisibilmente a fornire i mezzi economici necessari ai bisogni della comunità familiare ed al sostentamento dei suoi partecipanti, non comporta, ove un bene sia acquistato in proprio da singolo partecipante con i proventi comuni, l'acquisto automatico da parte della collettività, bensì un obbligo di trasferimento dal singolo acquirente agli altri membri della comunione, salvo che non risulti uno specifico uso che invece consideri fatti per la comunione anche gli acquisti "nomine proprio" dei singoli partecipanti. (Nella specie è stato rigettato il ricorso avverso la pronuncia di merito che aveva ritenuto sussistente tale uso nella provincia di Treviso). Rigetta, App. Venezia, 12/10/2007

Cassazione civile sez. lav.  05 maggio 2014 n. 9579  

 

Ai sensi dell'art. 2140 c.c. e dell'art. 230 bis c.c., nell'ipotesi di una comunione tacita familiare (in agricoltura) l'acquisto di un bene (immobile) da parte di un singolo componente non comporta il trasferimento automatico della proprietà del bene agli altri membri della comunione, né giustifica una richiesta di divisione di beni di proprietà esclusiva, potendo tutt'al più un tale acquisto dare luogo ad un'azione di risarcimento del danno da parte degli altri membri della comunione tacita familiare; e ciò, tanto nel caso di una pregressa comunione tacita familiare, quanto nel caso di un'ipotetica instaurazione della comunione successiva successivamente all'acquisto, non potendosi ammettere il conferimento di un immobile senza la necessaria forma scritta negoziale, non essendo gli usi idonei a consentire deroga all'art. 1350 c.c. in tema di validità di trasferimenti immobiliari.

Cassazione civile sez. lav.  29 luglio 2013 n. 18201  

 

Nell'ipotesi di comunione tacita familiare, di cui all'abrogato art. 2140 c.c., l'acquisto di un bene da parte di un singolo componente non comporta il trasferimento automatico della proprietà in favore della collettività né giustifica una richiesta di divisione, potendo tale acquisto dare luogo solo ad una azione risarcitoria da parte degli altri membri della comunione. Rigetta, App. Ancona, 05/05/2010

Cassazione civile sez. lav.  29 luglio 2013 n. 18201  

 

La disposizione dell'art. 230 bis, ultimo comma, cod. civ., che assoggetta la comunione tacita familiare nell'esercizio dell'agricoltura alla disciplina dell'impresa familiare ed agli usi con essa compatibili, non ha, in mancanza di espressa previsione, efficacia retroattiva, e non trova pertanto applicazione con riguardo ai rapporti di collaborazione familiare nell'ambito dell'agricoltura svoltasi in epoca anteriore all'entrata in vigore della disposizione stessa, con la conseguenza che detti rapporti ricadono nella disciplina dell'abrogato art. 2140 cod. civ., il quale li sottopone integralmente alla regolamentazione fissata degli usi locali. Rigetta, App. Perugia, 28/09/2006

Cassazione civile sez. lav.  02 aprile 2013 n. 7981  

 

La comunione tacita familiare prevista dall'art. 2140 cod. civ. (abrogato dall'art. 205 della legge n. 151 del 1975 sulla riforma del diritto di famiglia) sorge naturalmente e spontaneamente, "per facta concludentia", e, analogamente, si estingue senza necessità di alcun atto formale in quanto collegata al sorgere e al venir meno del vincolo associativo funzionale all'esercizio di un'impresa in collaborazione reciproca fra i vari membri della stessa famiglia in presenza di un patrimonio indiviso e una comunanza di lucri, di perdite, di mensa e di tetto. Ne consegue che la condotta del familiare che si sia allontanato dalla casa comune, abbia costituito un autonomo nucleo familiare ed avviato un'autonoma e distinta attività, estranea a quella gestita dal consorzio parentale di provenienza, con godimento dei relativi proventi, integra i presupposti del recesso dal rapporto associativo, senza che debba essere osservato alcun requisito di forma. Rigetta, App. Perugia, 28/09/2006

Cassazione civile sez. lav.  02 aprile 2013 n. 7981  

 

La comunione tacita familiare prevista dall'art. 2140 cod. civ. (abrogato dall'art. 205 della legge n. 151 del 1975 sulla riforma del diritto di famiglia), è caratterizzata, oltre che dalla comunanza di lucri, di perdite, di mensa e di tetto, dalla formazione di un "unico peculio", gestito senza particolari formalità ed obblighi di rendiconto, destinato "indivisibilmente" a fornire i mezzi economici necessari ai bisogni della comunità familiare, dovendosi escludere la sufficienza, a tal fine, della mera costituzione di un fondo comune realizzato con gli apporti - autonomamente percepiti da attività lavorative diverse - di ciascun familiare, atteso che, in tal caso, manca l'elemento essenziale costituito da una comune attività di lavoro, ravvisabile solo in presenza di un lavoro associato di tutti i partecipanti alla comunione. Le valutazioni del giudice di merito in ordine sia all'esistenza del comune peculio sia all'intenzione di destinare alla sua formazione i profitti dell'impresa sono, in mancanza di vizi logico-giuridici, incensurabili in sede di legittimità. (Nella specie, il familiare, lasciata l'abitazione comune e avviata una attività autonoma, si era limitato a fornire la mera elencazione delle spese sostenute per la gestione o l'incremento dell'azienda, di per sé idonea solo a configurare l'esistenza di un'attività di gestione comune di un'azienda agricola e non una comunione tacita). Rigetta, App. Perugia, 28/09/2006

Cassazione civile sez. lav.  02 aprile 2013 n. 7981  

 

Per le comunioni tacite familiari già contemplate dall'art. 2140 c.c. non è configurabile alcuna presunzione che il denaro utilizzato per l'acquisto di un immobile, compiuto da un partecipante in nome proprio e in costanza di comunione, provenga dagli utili tratti dalla attività economica comune, attesa la compatibilità del fondo comune costituito da detti utili con un patrimonio personale dei partecipanti. Deriva da quanto precede, pertanto, che in applicazione dei principi generali sull'onere della prova colui che afferma che detto acquisto è stato effettuato con danaro comune è tenuto a fornire la prova del proprio assunto.

Cassazione civile sez. II  13 dicembre 2010 n. 25158  



 
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