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Art. 2214 codice civile: Libri obbligatori e altre scritture contabili

L’imprenditore che esercita un’attività commerciale deve tenere il libro giornale e il libro degli inventari.

Deve altresì tenere le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa e conservare ordinatamente per ciascun affare gli originali delle lettere, dei telegrammi e delle fatture ricevute, nonchè le copie delle lettere, dei telegrammi e delle fatture spedite (1).

Le disposizioni di questo paragrafo non si applicano ai piccoli imprenditori.


Commento

Imprenditore: [v. 2082]; Attività commerciale: [v. 2195]; Scritture contabili: [v. Libro V, Titolo II, Capo III, Sezione III, §2]; Piccolo imprenditore: [v. 2202].

Libro giornale: libro contabile nel quale vengono rilevati cronologicamente i fatti aziendali e i valori da questi generati. Le annotazioni vanno effettuate nell’ordine ma non necessariamente nel giorno di effettuazione [v. 2215].

Libro degli inventari: libro contabile obbligatorio redatto periodicamente all’inizio dell’esercizio dell’impresa e poi ogni anno.

Deve contenere le attività e passività relative all’impresa e all’imprenditore [v. 2215].

 

(1) Altre scritture contabili sono, per esempio, il libro mastro, insieme dei conti nei quali vengono effettuati addebitamenti e accreditamenti; il libro cassa, che contiene le entrate e le uscite di danaro; il libro magazzino, in cui sono annotati i movimenti delle merci.

La scelta delle «altre scritture» da tenere è discrezionale per l’imprenditore.


Giurisprudenza annotata

Società

Secondo l'art. 2214 c.c., tutte le imprese commerciali sono obbligate a tenere il libro giornale, il libro degli inventari e a redigere il bilancio di esercizio. Con riferimento alle imprese individuali e alle società di persone, il bilancio è un documento interno all'impresa, redatto dagli amministratori per fornire periodiche informazioni ai soci, nel caso di società, o al proprietario, in caso di impresa, tanto che il codice civile non prevede che debba essere portato a conoscenza di terzi, sebbene debba essere conservato ai fini di eventuali accertamenti sulla dichiarazione fiscale dei redditi e possa essere richiesto in visione dalle banche in sede di istruttoria per la concessione di fidi. Tuttavia, alcune società di persone, sebbene non obbligate, certificano il bilancio, per dare prestigio alla società. Diversamente, con riferimento alle società di capitali, il bilancio di esercizio va redatto dagli amministratori e approvato dall'assemblea dei soci, va portato a conoscenza dei terzi attraverso la sua pubblicazione, resa obbligatoria dalla legge, secondo un procedimento scansionato dagli artt. 2423 e ss. c.c.. Conseguentemente, mentre per le imprese individuali e per le società di persone, il bilancio è un documento a valenza interna, per le società di capitali e per le società cooperative, il bilancio è un documento a valenza esterna, che, una volta approvato, va depositato, in formato elettronico, presso la Camera di Commercio di competenza, diventando oggetto di notevole interesse per i creditori, i dipendenti, i fornitori, i clienti, gli uffici fiscali, i potenziali fornitori, le autorità pubbliche. La ragione per cui la legge prevede un diverso trattamento, rispetto alle imprese individuali e alle società di persone, è da ricercare nella responsabilità limitata di cui godono le società di capitali, da cui consegue la necessità, per i creditori delle società di capitali, di conoscere l'andamento economico della società, la sua capacità di produrre utili e la sua solidità patrimoniale, perché è da questi elementi che dipende la capacità dell'azienda di far fronte ai propri debiti. Al contrario, per le imprese individuali e le società di persone, la responsabilità illimitata dell'imprenditore e dei soci, permette al creditore, se l'azienda non è in grado di far fronte ai debiti, di rivalersi sul patrimonio personale dell'imprenditore e dei soci e, pertanto, la legge non prevede l'obbligo di rendere pubblico il bilancio.

T.A.R. Catanzaro (Calabria) sez. II  17 dicembre 2013 n. 1162

 

In ordine ad ipotesi di occultamento, distrazione o sottrazione di somme deve essere applicato il principio giurisprudenziale per cui, tenuto conto degli addebiti contestati all'amministratore, anche ulteriori scritture (vedasi art. 2214, comma 2., c.c.) possono essere prese in considerazione ai fini dell'accertamento delle poste contabili e dei dati aziendali mancanti.

Tribunale Torino  24 maggio 2010

 

 

Fallimento

In tema di reati fallimentari, il regime tributario di contabilità semplificata, previsto per le cosiddette imprese minori, non comporta l'esonero dall'obbligo di tenuta dei libri e delle scritture contabili, previsto dall'art. 2214 cod. civ., con la conseguenza che il suo inadempimento può integrare - ove preordinato a rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio dell'imprenditore - la fattispecie incriminatrice del reato di bancarotta fraudolenta documentale. (Rigetta, App. Palermo, 28/02/2012 )

Cassazione penale sez. V  13 novembre 2013 n. 656  

 

Il delitto di bancarotta semplice (art. 217 l. fall.) è reato di pericolo presunto che, mirando ad evitare che sussistano ostacoli alla attività di ricostruzione del patrimonio aziendale e dei movimenti che lo hanno costituito, persegue la finalità di consentire ai creditori l'esatta conoscenza della consistenza patrimoniale, sulla quale possano soddisfarsi. Pertanto, la fattispecie incriminatrice - consistendo nel mero inadempimento di un precetto formale (il comportamento imposto all'imprenditore dall'art. 2214 c.c.) - integra un reato di mera condotta, che si realizza anche quando non si verifichi, in concreto, danno per i creditori. L'obbligo di tenere le scritture contabili non viene meno se l'azienda non abbia formalmente cessato l'attività, anche se manchino passività insolute, ma viene meno solo quando la cessazione dell'attività commerciale sia formalizzata con la cancellazione dal registro delle imprese.

Cassazione penale sez. V  19 aprile 2011 n. 20911  

 

Le scritture contabili "disordinate", anche se non obbligatorie, possono comportare una condanna per bancarotta documentale in capo all'imprenditore. Il richiamo della Cassazione, in particolare, è all'art. 2214 c.c. che "prevede la necessità di conservazione di ogni scrittura che sia richiesta dalla natura e dalle dimensioni dell'impresa e la scienza commercialistica attesta che senza l'ausilio di queste schede è impossibile la redazione di un bilancio credibile". Quando si tratta di bancarotta, infatti, "tutte le scritture, obbligatorie e facoltative (o anche atipiche), possono essere oggetto materiale del reato che, si focalizza sull'evento previsto dalla norma inteso quale insuscettibilità alla ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari. Pertanto l'osservazione che le annotazioni non siano considerate obbligatorie ma meramente ausiliari non rileva nella valutazione della condotte illecita. E, specificamente per quanto attiene alle schede di mastro, è noto che pur trattandosi di scritture non direttamente previste dal codice, assolvono ad un insostituibile scopi identificativo delle operazioni riportate sul libro-giornale (con tecnica esclusivamente cronologica e non per quadro di complessivi movimenti rapportati ad un soggetto)".

Cassazione penale sez. V  02 marzo 2011 n. 15065  

 

Il reato di bancarotta semplice documentale, punendo il comportamento omissivo del fallito che non ha tenuto le scritture contabili, rappresenta un reato di pericolo presunto. Esso mira ad evitare che sussistano ostacoli alla attività di ricostruzione del patrimonio aziendale e dei movimenti che lo hanno costituito e persegue la finalità di consentire ai creditori l'esatta conoscenza della consistenza patrimoniale, sulla quale possano soddisfarsi. La fattispecie, pertanto, consistendo nel mero inadempimento di un precetto formale (il comportamento imposto all'imprenditore dall'art. 2214 c.c.), integra un reato di pura condotta, che si realizza anche quando non si verifichi, in concreto, danno per i creditori. L'obbligo di tenere le scritture contabili non viene meno se l'azienda non ha formalmente cessato la attività, anche se manchino passività insolute; esso viene meno solo quando la cessazione della attività commerciale sia formalizzata con la cancellazione dal registro delle imprese.

Cassazione penale sez. V  11 febbraio 2011 n. 15516  

 

Sussiste la responsabilità dell’amministratore di una società per l'omessa tenuta delle scritture previste dall'art. 2214 c.c. (tra cui vi rientra anche il libro giornale), anche se tale omissione sia avvenuta su consiglio di un professionista (commercialista) al quale quest'ultimo si era rivolto per la tenuta della contabilità, incombendo sull’amministratore stesso l'onere di diligenza quanto meno nella scelta del professionista che deve curare la contabilità, nonché quello di vigilanza perché lo stesso adempia agli obblighi di legge.

Tribunale Bari sez. II  08 gennaio 2010 n. 18  



 
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