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Art. 2225 codice civile: Corrispettivo

Il corrispettivo (1), se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe professionali (2) o gli usi, è stabilito dal giudice (3) in relazione al risultato ottenuto e al lavoro normalmente necessario per ottenerlo (4).


Commento

(1) Il pagamento del corrispettivo (compenso) è obbligazione fondamentale del committente, tanto che questo tipo di contratto si presume oneroso [v. Libro IV, Titolo II].

 

(2) Il rinvio a tariffe professionali è previsto principalmente per il lavoro intellettuale. Ad esempio, per gli onorari degli avvocati sono previste delle tariffe forensi deliberate dal Consiglio Nazionale Forense ed approvate dal Ministro della giustizia [v. 2233].

 

(3) Il giudice, nello stabilire il corrispettivo, non è vincolato a parametri fissi e potrà anche fare riferimento alle retribuzioni normalmente previste per prestazioni analoghe realizzate dal lavoratore subordinato.

 

(4) In caso di mancato pagamento, il prestatore non potrà trattenere presso di sé l’opera, ma gli basterà provare l’avvenuta esecuzione per chiedere al giudice il pagamento del corrispettivo.


Giurisprudenza annotata

Compenso

In tema di compenso per l'attività svolta dal professionista, il giudice, indipendentemente dalla specifica richiesta del medesimo, a fronte di risultanze processuali carenti sul "quantum" ed in difetto di tariffe professionali e di usi, non può rigettare la domanda di pagamento del compenso, assumendo l'omesso assolvimento di un onere probatorio in ordine alla misura del medesimo, bensì deve determinarlo, ai sensi degli artt. 1709 e 2225 cod. civ., con criterio equitativo ispirato alla proporzionalità del corrispettivo con la natura, quantità e qualità delle prestazioni eseguite e con il risultato utile conseguito dal committente. Rigetta, App. Bolzano, 05/03/2007

Cassazione civile sez. II  31 marzo 2014 n. 7510  

 

Non costituisce violazione dell'art. 112 del c.p.c. l'accoglimento d'ufficio di una domanda che rientri in quella - di maggiore ampiezza - ritualmente proposta dalla parte (alla quale, del resto, è sempre consentito procedere alla riduzione della pretesa originariamente formulata). Ciò trova giustificazione nella ratio dell'art. 112 del c.p.c., che è quella di garantire il contraddittorio, cioè di impedire che trovino accoglimento domande sulle quali la controparte non sia stata in grado di difendersi. Una tale esigenza non è in alcun modo frustrata, allorquando il bene accordato sia comunque ricompreso nel petitum tempestivamente formulato e non esuli dalla "causa petendi" intesa come l'insieme delle circostanze di fatto, indipendentemente alla loro qualificazione giuridica, posta a fondamento della pretesa. (Nella specie l'attore aveva chiesto il saldo di attività professionale svolta in favore del convenuto. Il giudice di appello, accertato che le parti non avevano pattuito la misura del compenso, ha liquidato questo, sulla base degli accertamenti compiuti dal Ctu, in una somma inferiore a quella domandata dall'attore. Deducendo il soccombente la violazione dell'art. 112 del c.p.c. la Suprema corte ha disatteso la censura in applicazione dei principi di cui sopra evidenziando, nell'ordine, da un lato, che le parti non hanno l'onere di domandare che il giudice eserciti i propri poteri d'ufficio, dall'altro, che il giudice ha sempre il potere di accogliere la domanda per un importo minore, rispetto a quello richiesto, da ultimo, che la mancata convenzione sul corrispettivo, al pari del difetto della relativa prova, impone non già il rigetto della domanda, ma la liquidazione del compenso "officio iudicis", in base all'art. 2225 c.c.).

Cassazione civile sez. II  18 settembre 2013 n. 21397  

 

La liquidazione d'ufficio di un corrispettivo d'opera in misura inferiore a quella pretesa non richiede una specifica istanza dell'attore, non avendo le parti l'onere di sollecitare il giudice all'esercizio dei suoi poteri officiosi, qual è quello di accogliere la domanda per un importo inferiore rispetto al domandato, ed imponendo la mancanza di convenzione sul corrispettivo, al pari del difetto sulla relativa prova, non già il rigetto della domanda, ma l'accoglimento di questa per un importo minore del preteso, previa determinazione "officio iudicis" in base all'art. 2225 cod. civ. Cassa con rinvio, App. Bari, 12/10/2010

Cassazione civile sez. II  18 settembre 2013 n. 21397  

 

 

Avvocati

L'abrogazione delle tariffe forensi, ai sensi dell'art. 9 d.l. 1/2012, comporta che il giudice, per la liquidazione del compenso all'avvocato debba applicare l'art. 2225 c.c.; in applicazione della norma in esame, per la quantificazione del compenso, giudice può fare riferimento agli standards liquidativi in precedenza applicati e alla somma calcolata dallo stesso difensore mediante la nota spese di cui all'art. 75 delle disposizioni di attuazione c.p.c. Nel caso dei decreti ingiuntivi, in assenza del d.m. attuativo, è possibile fare anche riferimento alle cosiddette tabelle orientative adottate, in modo condiviso. E, infatti, le tabelle orientative di cui si discute - largamente diffuse nelle prassi degli uffici giudiziari - costituiscono una consolidata esperienza liquidatoria che parte proprio da quei presupposti che l'art. 2225 c.c. tipizza e risponde, pertanto, all'esigenza di quantificare il compenso del difensore secondo diritto e non secondo equità.

Tribunale Varese sez. I  03 febbraio 2012 n. 140  

 

L'abrogazione delle tariffe forensi, ai sensi dell'art. 9 d.l. 1/2012, comporta che il giudice, per la liquidazione del compenso all'avvocato, debba applicare l'art. 2225 del codice civile. In applicazione della norma in esame, per la quantificazione del compenso, il giudice può fare riferimento agli standard liquidativi in precedenza applicati e alla somma calcolata dallo stesso difensore mediante la nota spese di cui all'art. 75 delle disposizioni di attuazione c.p.c. Nella determinazione del compenso occorre tenere presente che il soggetto che esercita la professione forense, indipendentemente dagli atti specifici compiuti, svolge un servizio di pubblica necessità e quindi contribuisce alla realizzazione delle finalità di giustizia nel processo, aspetto che impone di rispettare la professione dell'avvocato non frustrandone la funzione mediante un compenso inadeguato o insufficiente.

Tribunale Varese  03 febbraio 2012

 

La clausola inserita nella convenzione che disciplina in via generale i rapporti tra un cliente (nella specie, una pubblica amministrazione) ed i propri avvocati, la quale preveda la facoltà del cliente di accordare compensi superiori al minimo tariffario solo a sua discrezione, non ha natura vessatoria, in quanto non limita la facoltà del professionista di opporre eccezioni al cliente, ma delimita l'oggetto del contratto, individuando il corrispettivo della prestazione con riferimento all'entità e alle modalità di liquidazione del compenso professionale.

Cassazione civile sez. II  28 aprile 2011 n. 9488  



 
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