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Art. 2236 codice civile: Responsabilità del prestatore d’opera

Se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà (1), il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave (2) (3).


Commento

(1) Sono tali i problemi obiettivamente risolvibili solo mediante una preparazione professionale superiore alla media. Difatti la diligenza qualificata (cioè specifica) del prestatore d’opera intellettuale (avvocato, medico, ingegnere, architetto etc.) è quella di un professionista di preparazione ed attenzione media, che abbia anche sperimentato nella pratica la sua conoscenza teorica.

 

(2) Egli risponderà, pertanto, anche per colpa lieve, laddove il caso non presenti le difficoltà suddette. Non potrà, invece, giovarsi della limitazione di responsabilità il professionista generico che, pur essendo cosciente della necessità di farlo, volutamente non abbia consultato lo specialista (salvo che non fosse possibile o fosse comunque inutile consultarlo).

 

(3) Comunque è a carico del cliente che voglia ottenere il risarcimento, l’onere di provare [v. 2697] non solo il danno, ma anche la colpa del prestatore d’opera intellettuale e il nesso di causalità tra colpa e danno.


Giurisprudenza annotata

Responsabilità civile, responsabilità professionale

Ai fini della responsabilità dell'avvocato non è sufficiente accertare il solo elemento soggettivo della condotta colpevole del professionista ossia la sua negligenza o imperizia, ma occorre altresì la dimostrazione di un nesso di causalità tra la condotta e l'evento occorso (nella specie l'evento occorso è costituito dall'esito negativo di un giudizio o comunque dall'aver compromesso l'ottenimento di una pronuncia più vantaggiosa per il cliente).

Corte appello Milano sez. I  01 dicembre 2014 n. 1426  

 

In tema di responsabilità civile derivante da attività medico-chirurgica, il paziente che agisce in giudizio deducendo l'inesatto adempimento dell'obbligazione sanitaria deve provare il contratto ed allegare l'inadempimento del professionista, restando a carico dell'obbligato l'onere di provare l'esatto adempimento, con la conseguenza che la distinzione fra prestazione di facile esecuzione e prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà non vale come criterio di ripartizione dell'onere della prova, ma rileva soltanto ai fini della valutazione del grado di diligenza e del corrispondente grado di colpa, spettando, al sanitario la prova della particolare difficoltà della prestazione, in conformità con il principio di generale "favor" per il creditore danneggiato cui l'ordinamento è informato. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda di risarcimento danni di una paziente per la lesione di una corda vocale conseguente ad un intervento di tiroidectomia, ritenendolo, da un lato, di non facile esecuzione ed omettendo, dall'altro, di valutare la condotta del medico specialista alla stregua del criterio di cui all'art. 176, secondo comma, cod. civ.). Cassa con rinvio, App. Bologna, 09/09/2010

Cassazione civile sez. III  20 ottobre 2014 n. 22222  

 

In tema di responsabilità professionale del medico chirurgo, in caso di insuccesso dell'intervento, il professionista deve dare la prova della particolare difficoltà della prestazione e, quindi, provare che il risultato "anomalo" o anormale rispetto al convenuto esito dell'intervento o della cura, e quindi dello scostamento da una legge di regolarità causale fondata sull'esperienza, dipenda da fatto a sé non imputabile, in quanto non ascrivibile alla condotta mantenuta in conformità alla diligenza dovuta, in relazione alle specifiche circostanze del caso concreto, bensì a evento imprevedibile e non superabile con l'adeguata diligenza.

Cassazione civile sez. III  20 ottobre 2014 n. 22222  

 

Nel giudizio di responsabilità per inadempimento contrattuale del professionista (nella specie, fondato sull'asserita insufficienza dell'opera di un ingegnere edile nell'approntare i rimedi preventivi alle infiltrazioni d'acqua in un fabbricato), non costituisce mutamento della domanda, ma semplice "emendatio libelli", l'allegazione di profili di inadeguatezza della prestazione diversi da quelli inizialmente prospettati (nella specie, relativi alla mancata previsione di un fenomeno di risalita per capillarità dell'acqua), restando immutato il fatto giuridico invocato a "causa petendi" del risarcimento. Cassa con rinvio, App. Salerno, 11/07/2008

Cassazione civile sez. II  26 agosto 2014 n. 18275  

 

Incorre in responsabilità professionale il notaio che rogiti un contratto di compravendita immobiliare senza compiere le visure dei pubblici registri per verificare la libertà e disponibilità dell'immobile; tuttavia il danno risarcibile derivante da tale condotta non si identifica necessariamente col prezzo pagato dall'acquirente ma con la situazione economica nella quale il medesimo si sarebbe trovato qualora il professionista avesse diligentemente adempiuto la propria prestazione. (In applicazione di tale principio, la S.C. - con riferimento al caso in cui il prezzo di una compravendita immobiliare risultava essere stato corrisposto quasi per intero dall'acquirente in data anteriore alla stipulazione dell'atto notarile - ha identificato il danno risarcibile unicamente nel versamento della parte residua del corrispettivo, ritenendo che il pregiudizio anteriormente subìto dal cliente appartenesse ad una serie causale del tutto indipendente dalla condotta del notaio). Cassa con rinvio, App. Venezia, 14/10/2010

Cassazione civile sez. III  26 agosto 2014 n. 18244  

 

Quando ad un intervento di chirurgia estetica consegua un inestetismo più grave di quello che si mirava ad eliminare o ad attenuare, all'accertamento che di tale possibile esito il paziente non era stato compiutamente e scrupolosamente informato consegue ordinariamente la responsabilità del medico per il danno derivatone, quand'anche l'intervento sia stato correttamente eseguito. La particolarità del risultato perseguito dal paziente e la sua normale non declinabilità in termini di tutela della salute consentono, infatti, di presumere che il consenso non sarebbe stato prestato se l'informazione fosse stata offerta e rendono pertanto superfluo l'accertamento, invece necessario quando l'intervento sia volto alla tutela della salute e la stessa risulti pregiudicata da un intervento pur necessario e correttamente eseguito, sulle determinazioni cui il paziente sarebbe addivenuto se dei possibili rischi fosse stato informato.

Cassazione civile sez. III  06 giugno 2014 n. 12830  

 

La limitazione della responsabilità professionale del medico ai soli casi di dolo o colpa grave a norma dell’art. 2236 c.c. si applica nelle sole ipotesi che presentino problemi tecnici di particolare difficoltà e, in ogni caso, tale limitazione di responsabilità attiene esclusivamente all’imperizia, non all’imprudenza e alla negligenza, con la conseguenza che risponde anche per colpa lieve il professionista che, nell’esecuzione di un intervento o di una terapia medica, provochi un danno per omissione di diligenza.

Tribunale Foggia sez. I  15 maggio 2014

 

L’accertamento della colpa del medico in caso di errata diagnosi prenatale dovrebbe essere valutato ai sensi dell’art. 2236 c.c., qualora, come nel caso di specie, la possibilità di riconoscere, nell’ecografia prenatale, la particolare forma del cranio del feto, rappresenti un problema tecnico di speciale difficoltà (i Consulenti, nel caso di specie hanno chiarito che la prestazione dell’odierno convenuto fosse stata sicuramente prudente e diligente).

Tribunale Foggia sez. I  15 maggio 2014

 

In materia di azione di responsabilità nei confronti di un professionista, di recente i giudici di legittimità, inquadrando tale responsabilità nell'ambito della "perdita di chance", hanno affermato il principio secondo il quale, ai fini dell'individuazione del rapporto di causalità fra inadempimento del professionista e danno, non è necessaria la certezza morale dell'esito favorevole della situazione del cliente, essendo sufficiente la semplice probabilità d'un eventuale diversa evoluzione della situazione stessa. Conseguentemente è stata riconosciuta la responsabilità dell'avvocato, che nell'espletamento deve tendere a conseguire il buon esito della lite per il cliente, se, probabilmente ed applicando il principio penalistico di equivalenza delle cause, esso non è stato raggiunto per sua negligenza. Ed ancora la negligenza del professionista che abbia causato al cliente la perdita della chance di intraprendere o proseguire una lite in sede giudiziaria è fonte di responsabilità ove si accerti la ragionevole probabilità che la situazione lamentata avrebbe avuto, per il cliente, una diversa e più favorevole evoluzione con l'uso dell'ordinaria diligenza professionale.

Tribunale Bari sez. III  24 aprile 2014 n. 2078  

 

La responsabilità risarcitoria da inesatto adempimento dell'obbligazione sanitaria va imputata ai sanitari dell'Ospedale e direttamente a quest'ultima struttura alla luce dei costanti e condivisibili orientamenti giurisprudenziali, secondo i quali la responsabilità dell'ente gestore del servizio sanitario, al pari del medico dipendente ospedaliero, deve qualificarsi contrattuale, non già per l'esistenza di un pregresso rapporto obbligatorio insorto tra le parti, bensì in virtù di un rapporto contrattuale di fatto originato dal "contatto sociale", conseguendone l'applicazione della prescrizione decennale. Nell'ipotesi di inosservanza dell'obbligo di informazione in ordine alle conseguenze del trattamento cui il paziente sia sottoposto viene a configurarsi a carico del sanitario (e di riflesso della struttura per cui egli agisce) una responsabilità per violazione dell'obbligo del consenso informato, in sé e per sé, non assumendo alcuna influenza, ai fini della sussistenza dell'illecito, se il trattamento sia stato eseguito correttamente o meno. Ciò che rileva è che il paziente, a causa del deficit di informazione non sia stato messo in condizione di assentire al trattamento sanitario con una volontà consapevole delle sue implicazioni, consumandosi, nei suoi confronti, una lesione di quella dignità che connota l'esistenza nei momenti cruciali della sofferenza, fisica e psichica. Quanto all'onere della prova, si è ritenuto che è onere del medico provare, a fronte dell'allegazione di inadempimento da parte del paziente, l'adempimento dell'obbligazione di fornirgli un'informazione completa ed effettiva sul trattamento sanitario e sulle sue conseguenze, senza che sia dato presumere il rilascio del consenso informato sulla base delle qualità personali del paziente. Certamente non probante è poi il fatto che il paziente ha continuato a rivolgersi alla stessa struttura, trattandosi di fatto indiziario non univoco né rileva il semplice consenso all'anestesia.

Tribunale Bari sez. II  23 aprile 2014 n. 2040  

 

In tema di responsabilità del professionista, la limitazione prevista dall'art. 2236 c.c. è prevista per le sole ipotesi di imperizia, che possano essere giustificate dalla particolare complessità o novità dell'opera richiesta, e non si estende alle ipotesi in cui la prestazione del professionista sia stata viziata da negligenza o imprudenza, cioè una violazione delle diligenza professionale media esigibile ex art. 1176, comma 2, c.c., rispetto a cui rileva anche la colpa lieve (riconosciuta, nella specie, la responsabilità di alcuni professionisti chiamati a rispondere dei danni provocati dal non aver eseguito correttamente l'incarico professionale conferito, consistente nello svolgimento di accertamenti presso la Conservatoria dei registri immobiliari ed il Catasto Fabbricati sul patrimonio immobiliare di una terza persona, nei confronti della quale gli attori vantavano un credito risarcitorio; l'attività di cui erano stati incaricati i professionisti era routinaria, consistendo nella semplice stima di un immobile indicato dai committenti e nella verifica della sua esatta intestazione, oltre alla sussistenza di inscrizioni e trascrizioni pregiudizievoli, come tale non meritevole di alcuna restrizione dei limiti della responsabilità professionale, sotto il profilo della particolare difficoltà dell'incarico).

Cassazione civile sez. III  10 marzo 2014 n. 5506  



 
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