codice-civile
Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 2240 codice civile: Norme applicabili

Il rapporto di lavoro che ha per oggetto la prestazione di servizi di carattere domestico (1) è regolato dalle disposizioni di questo capo e, in quanto più favorevoli al prestatore di lavoro, dalla convenzione e dagli usi.


Commento

(1) Vi rientrano anche coloro che prestano lavoro presso una comunità diversa dalla famiglia come i collegi, i conventi o le caserme.

Non è rilevante la coabitazione e rientra nel lavoro domestico anche la prestazione ad ore.


Giurisprudenza annotata

Lavoro domestico

In tema di lavoro domestico, lo scambio di prestazioni, rese da uno straniero estraneo alla famiglia, contro vitto, alloggio e retribuzione pecuniaria, sia pur modesta, dà luogo a rapporto di lavoro subordinato, ove non risultino tutti gli elementi del rapporto cosiddetto alla pari, richiesti dalla l. 18 maggio 1973 n. 304.

Cassazione civile sez. lav.  21 dicembre 2010 n. 25859  

 

L'onere della prova in ordine alla costituzione di un rapporto di lavoro domestico non è richiesto, a norma dell'art. 1 d.P.R. 31 dicembre 1971 n. 1403, per le «prestazioni di opere in favore di sacerdoti secolari del culto cattolico» ancorché rese da persone legate da «vincoli di coniugio, parentela od affinità», con conseguente obbligatorietà dell'assicurazione per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti a detti prestatori d'opera, ai sensi dell'art. 1, lett. a, del medesimo d.P.R., integrato dall'art. 13 l. 21 luglio 1965 n. 903, con diritto al trattamento pensionistico a qualunque età, una volta maturati trentacinque anni di contribuzione.

Cassazione civile sez. lav.  29 novembre 2010 n. 24130  

 

Alla stregua dell'art. 1 l. 2 aprile 1958 n. 339, l'elemento caratterizzante il rapporto di lavoro domestico è la prestazione finalizzata al funzionamento della vita familiare per soddisfare un bisogno personale del datore e non costituisce strumento per l'attività professionale da lui prestata. Ne consegue che la normativa sul lavoro domestico non è applicabile quando, come nella specie, il precettore o l'istitutore svolge la sua opera, non già per le necessità personali del datore, ma per il funzionamento dell'attività istituzionale e professionale da questi svolta, di gestione di una comunità alloggio per minori.

Cassazione civile sez. lav.  14 dicembre 2005 n. 27578  

 

L'individuazione dell'esistenza di un rapporto di lavoro domestico si basa su parametri individuati dall'interpretazione giurisprudenziale. La sussistenza di un rapporto di lavoro domestico comporta, nel caso di recesso, l'applicazione della disciplina del licenziamento "ad nutum", con l'unica limitazione rappresentata dall'obbligo del preavviso. Non sussiste pertanto obbligo a carico del datore di lavoro di risarcire il danno alla lavoratrice licenziata.

Corte appello Torino  11 giugno 2003

 

Attesa l'applicabilità al rapporto di lavoro domestico della tutela della maternità prevista dall'art. 2110 c.c., anche per tale rapporto di lavoro, in occasione della maternità, deve ritenersi sussistente il divieto di licenziamento per un periodo che, non essendo applicabile nè la l. n. 1204 del 1971 (non estensibile in toto allo speciale rapporto delle collaboratrici familiari in quanto presupponente un'organizzazione del lavoro capace di consentire la sostituzione per lunghi periodi della lavoratrice in gravidanza e puerperio), nè le convenzioni internazionali in materia (non direttamente operanti atteso il rinvio, in esse contenuto, a interventi complementari del legislatore nazionale), dovrà essere individuato dal giudice che, in mancanza di usi normativi e in caso di non applicabilità del contratto collettivo di categoria, determinerà equitativamente le modalità temporali del divieto di licenziamento della lavoratrice domestica in maternità, definendo i diritti e gli obblighi delle parti durante il periodo in cui tale divieto sia ritenuto operante; legittimo parametro di riferimento di tale giudizio equitativo, per la sua coerenza con le norme della l. n. 1204 del 1971 applicabili anche alle lavoratrici domestiche, può essere individuato in quel periodo (due mesi prima e tre mesi dopo il parto) in cui è vietato adibire al lavoro tutte le lavoratrici dipendenti, riconoscendo alle stesse una indennità giornaliera adeguata alla retribuzione, indennità corrisposta, nel caso delle collaboratrici familiari, direttamente dall'Inps.

Cassazione civile sez. lav.  22 giugno 1998 n. 6199  

 

Una volta che la parte attrice con il ricorso introduttivo di una causa di lavoro abbia dedotto in maniera circostanziata l'esistenza di un rapporto di lavoro domestico, formulando altresì le relative richieste probatorie, costituisce onere del convenuto, ai sensi dell'art. 416, commi 2 e 3 c.p.c., eccepire tempestivamente con la memoria difensiva di costituzione la sussistenza di relazioni affettive che giustifichino la gratuità del rapporto e chiedere la prova delle relative circostanze di fatto. Conseguentemente, nel caso in cui il convenuto non abbia tempestivamente proposto tali difese ed al contrario, non contestando i fatti dedotti dall'avversario ed eccependo la prescrizione, li abbia ammessi, correttamente il giudice di merito ritiene sulla loro base l'esistenza di un ordinario - e quindi oneroso - rapporto di lavoro subordinato, ed esonera l'attrice dall'espletamento della prova richiesta, senza dare rilievo in senso contrario al fatto che nel successivo corso del giudizio il convenuto abbia invece dedotto il carattere non subordinato e gratuito del rapporto. (Nella specie, il convenuto aveva in un secondo tempo asserito che il rapporto si era svolto tra conviventi sulla base di "affectio", solidarietà e benevolenza. Il giudice d'appello, nel ritenere l'insussistenza di particolari rapporti affettivi e il carattere subordinato e oneroso del rapporto, aveva qualificato la lavoratrice quale "Vergara", figura tipica di collaboratrice domestica in area di campagna nella provincia di Macerata, dando rilievo a tale qualifica e alla fruizione da parte dell'interessata di alloggio - per sè e in taluni periodi anche per i suoi familiari - prima nell'abitazione del datore di lavoro e poi in una adiacente, e di altre prestazioni in natura, tra cui la facoltà di intrattenere un piccolo allevamento di suini, al fine di liquidare - con procedimento dalla S.C. ritenuto corretto - le spettanze retributive dell'attrice disattendendo in parte i parametri offerti dalle previsioni dei contratti collettivi del settore domestico e valutando equitativamete il valore delle prestazioni in natura).

Cassazione civile sez. lav.  06 dicembre 1996 n. 10872

 

 

Corte costituzionale

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale degli art. 2239 e 2240 c.c. - proposta in riferimento degli art. 3 e 37 cost., nella parte in cui non prevedono l'applicabilità al rapporto di lavoro domestico dell'art. 2110 comma 2 c.c., e quindi non consentono al giudice di determinare secondo l'equità, in mancanza di leggi, norme collettive o usi, il periodo decorso il quale il datore di lavoro in caso di gravidanza o puerperio della lavoratrice, può recedere dal rapporto - in quanto il giudice non può obliterare, in via equitativa, il principio desumibile dall'art. 3 della convenzione n. 103 dell'organizzazione internazionale del lavoro concernente la protezione della maternità, ratificata con la l. 19 ottobre 1970 n. 864, il quale vive nell'ordinamento intero col valore di criterio di interpretazione della norma generale dell'art. 2110 c.c. in ordine al periodo di comporto in caso di gravidanza o puerperio.

Corte Costituzionale  26 maggio 1995 n. 193  

 



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti