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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 2242 codice civile: Vitto, alloggio e assistenza

Il prestatore di lavoro ammesso alla convivenza familiare ha diritto, oltre alla retribuzione in danaro, al vitto, all’alloggio (1) e, per le infermità di breve durata, alla cura e all’assistenza medica.

Le parti devono contribuire alle istituzioni di previdenza e di assistenza, nei casi e nei modi stabiliti dalla legge (2).


Commento

(1) Il vitto è costituito da cibo e bevande, mentre l’alloggio è rappresentato in genere da una camera ammobiliata.

 

(2) La tutela previdenziale è estesa ai lavoratori domestici che rispettano orario di lavoro.

 


Giurisprudenza annotata

Lavoro subordinato domestico

Perché sorga il rapporto di lavoro domestico è necessario che il lavoratore presti la sua opera per una convivenza di tipo familiare, caratterizzata: a) da una situazione di coabitazione in una singola unità immobiliare distinta e separata da altre analoghe unità abitative; b) dall'assenza di uno scopo di lucro; c) dall'appagamento in comune delle esigenze vitali di ordine materiale come il vitto e l'alloggio; d) dall'osservanza di una regola che si estrinseca nella solidarietà affettiva e nella mutua assistenza. In tale concetto di convivenza di tipo familiare non rientra la ben diversa situazione del concomitante alloggiamento di più aggregati o nuclei di persone. estranei gli uni rispetto agli altri, ancorché facenti parte di uno stesso stabile o fabbricato, in cui le esigenze comuni sono limitate ad alcune necessità di corrente manutenzione delle parti comuni del fabbricato ed a taluni elementari servizi relativi all'uso dello stabile da parte di tutti i condomini (quali la pulizia dei locali comuni, accensione o spegnimento delle luci, consegna della posta), senza estendersi affatto alle principali esigenze materiali ed affettive o spirituali proprie della vita in comune di tipo familiare, in una singola unità abitativa. Pertanto, il rapporto di lavoro prestato alle dipendenze di una collettività di condomini o di coinquilini di un medesimo stabile diviso in distinti appartamenti o unità immobiliari autonomi non rientra nel rapporto di lavoro domestico.

Cassazione civile sez. lav.  24 febbraio 1979 n. 1235  

 

La presunzione di gratuità del lavoro eseguito a favore di conviventi, anche al di fuori dello stretto ambito domestico, prescinde dal periodo più o meno lungo della convivenza e della limitazione di questa alla durata delle prestazioni oltre che dal vincolo più o meno stretto di parentela, bastando una comunanza di vita e di interessi a concretare una situazione che esclude il carattere oneroso del rapporto. Nè tale presunzione è vinta dalla promessa di un compenso da corrispondersi al lavoratore in occasione del suo matrimonio, trattandosi di un'obbligazione condizionata ad un evento futuro ed incerto ed inidonea ad integrare la corrispettività essenziale nel rapporto di lavoro subordinato.

Cassazione civile sez. lav.  07 giugno 1978 n. 2856  

 

Qualora la multiforme e complessa attività lavorativa di un lavoratore domestico non sia riconducibile ad una o all'altra delle specifiche categorie previste dal c.c.n.l. del 22 maggio 1974, il giudice, ai fini della determinazione della giusta retribuzione ex art. 36 Cost. correlata all'attività medesima, può far riferimento orientativo ai parametri retributivi del personale infermieristico la cui attività abbia analogia e affinità con l'attività del lavoratore domestico.

Cassazione civile sez. lav.  29 ottobre 1979 n. 5629  



 
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