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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 2257 codice civile: Amministrazione disgiuntiva

Salvo diversa pattuizione, l’amministrazione della società spetta a ciascuno dei soci disgiuntamente dagli altri.

Se l’amministrazione spetta disgiuntamente a più soci, ciascun socio amministratore ha diritto di opporsi (1) all’operazione che un altro voglia compiere, prima che sia compiuta.

La maggioranza dei soci, determinata secondo la parte attribuita a ciascun socio negli utili (2), decide sull’opposizione.


Commento

Amministrazione della società: attività con cui si dà esecuzione al contratto sociale. Essa è diretta soprattutto alla gestione dell’impresa sociale e comprende atti sia di ordinaria [v. 2383] sia di straordinaria amministrazione [v. 2383].

Amministrazione disgiuntiva: si verifica quando, in presenza di una pluralità di amministratori [v. 18], ciascuno di questi ha il potere di compiere autonomamente atti di amministrazione (es.: ogni amministratore può da solo decidere di acquistare o vendere un determinato bene per conto della società). Per l’amministrazione congiuntiva vedi 2258.

 

(1) Diritto di veto.

(2) Nel decidere sull’opposizione fatta da uno dei soci amministratori per bloccare l’operazione che un altro socio amministratore volesse compiere, la maggioranza [v. 21] non è calcolata in base al numero dei soci (es.: sei su dieci) ma in base alla parte di utili attribuita a ciascun socio (che generalmente è uguale alla quota di capitale sottoscritto). Così se nell’atto costitutivo è stabilito che ad un socio spettino i 2/3 degli utili e l’altro terzo sia distribuito tra gli altri quattro soci, sarà un unico socio (quello dei 2/3) a decidere sull’opposizione (anche se formalmente rappresenta una minoranza rispetto agli altri quattro soci).


Giurisprudenza annotata

Contratti agrari

Nei confronti della famiglia coltivatrice sono applicabili, in mancanza di nomina di un rappresentante della stessa nei rapporti con il concedente, ai sensi dell'art. 48 l. 3 maggio 1982 n. 203, le disposizioni degli art. 2266 e 2257 c.c. in materia di società semplice, di talché ciascuno dei componenti può validamente rappresentare, sia attivamente che passivamente, la famiglia stessa, con l'ulteriore conseguenza che, ove il concessionario abbia posto il predio a disposizione dell'impresa familiare, il contratto di affitto di fondo rustico deve ritenersi corrente non tra il concedente e l'originario concessionario, ma tra il primo e la famiglia coltivatrice del secondo. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso sussistere un'insanibile contraddizione tra l'allegazione della sottoscrizione del contratto di affitto di fondo rustico da parte un membro soltanto della famiglia e la richiesta, avanzata dall'intera famiglia, di restituzione delle somme pagate in eccesso rispetto a quanto pattiziamente stabilito).

Cassazione civile sez. III  15 luglio 2011 n. 15667  

 

Nei confronti della famiglia coltivatrice sono applicabili, in mancanza di nomina di un rappresentante della stessa nei rapporti con il concedente ai sensi dell'art. 48 della l. 3 maggio 1982, n. 203, le disposizioni degli art. 2266 e 2257 c.c. in materia di società semplice, di talché ciascuno dei componenti può validamente rappresentare, sia attivamente che passivamente, la famiglia stessa; ne consegue che, al fine della cessazione del contratto alla scadenza, è sufficiente che la disdetta (di cui all'art. 4 legge cit.) sia inviata a uno solo dei componenti della famiglia e, inoltre, che la mancata convocazione di uno di detti componenti in sede di tentativo obbligatorio di conciliazione (a norma dell'art. 46 della stessa legge) non comporta alcun vizio procedurale.

Cassazione civile sez. III  13 luglio 2004 n. 12903  

 

Nei confronti della famiglia coltivatrice sono applicabili, in mancanza di nomina di un rappresentante della stessa nei rapporti con il concedente ai sensi dell'art. 48 l. 3 maggio 1982 n. 203, le disposizioni degli art. 2266 e 2257 c.c. in materia di società semplice, di talché ciascuno dei componenti può validamente rappresentare, sia attivamente che passivamente, la famiglia stessa; ne consegue che, al fine della cessazione del contratto alla scadenza è sufficiente che la disdetta (di cui all'art. 4 legge cit.) sia inviata a uno solo dei componenti della famiglia e, inoltre, che la mancata convocazione di uno di detti componenti in sede di tentativo obbligatorio di conciliazione (a norma dell'art. 46 della stessa legge) non comporta alcun vizio procedurale.

Cassazione civile sez. III  06 giugno 2002 n. 8218  

 

 

Comunione e condominio

Deve ritenersi infondata la domanda giudiziale tesa ad ottenere l'annullamento della delibera assembleare con cui sia stata nominata amministratrice del condominio una società. La disciplina codicistica in tema di nomina, revoca ed attività dell'amministratore del condominio degli edifici non esclude la possibilità che l'incarico di amministrazione sia conferito ad una pluralità di soggetti. Invero, grazie al rinvio alle norme sulla comunione, operato dall'art. 1139 c.c., è possibile applicare alla presente materia l'art. 1106 c.c., e conseguentemente è possibile prevedere che il suddetto “mancipium” gestorio sia affidato ad una società, in cui la disciplina del potere di amministrazione come derivante da un rapporto di mandato fra la collettività dei soci amministratori (art. 2260 c.c.) e l'attribuzione, nei rapporti esterni, della rappresentanza del socio amministratore (art. 2266 c.c.) presenta un notevole parallelismo con quella dell'art. 1131 c.c., alla quale aggiunge la predisposizione di regole legali per la risoluzione del conflitto tra gli amministratori (art. 2257 c.c.).

Tribunale Cagliari sez. X  14 febbraio 2007 n. 449  

 

 

Locazioni

La domanda di risarcimento fondata sull’accertamento delle violazioni degli obblighi ex art. 2257 c.c. (nel caso di specie uno degli amministratori non aveva pagato un canone per l’affitto d’azienda), esula dalle materie sottoposte al rito locatizio ex art. 447 bis c.p.c., perché non attiene al rapporto di affitto – ancorché risolto – né ad altre domande che trovino causa giustificatrice nel predetto contratto, non discutendosi di obblighi funzionalmente o geneticamente riconducibili al medesimo.

Tribunale Bologna sez. II  11 maggio 2006

 

 

Appalto

L'interruzione dei lavori appaltati effettuata da uno dei soci di una società semplice, indipendentemente dalla carica di Presidente e dei poteri conferitigli dall'atto costitutivo obbliga la società ed i singoli soci a risarcire il danno subito dall 'appaltatore per effetto dell 'art. 2257 c.c., allorquando la pattuizione che esclude l'amministrazione disgiuntiva non risulta da un atto con sottoscrizione autenticata e la società non sia iscritta al registro delle imprese.

Corte appello Campobasso  12 gennaio 2006 n. 8  

 

 

Società

In tema di società irregolare, in base al chiaro tenore letterale dell'art. 2257 c.c. - relativo alle società semplici ed applicabile ex art. 2297 del codice medesimo - il potere di amministrazione disgiuntiva è derogabile solo mediante diversa pattuizione in concreto intervenuta, con la conseguenza che l'amministrazione deve ritenersi congiuntiva solo ove tale fatto positivo sia stato dimostrato e non anche se sia mancata la prova del fatto negativo, cioè dell'inesistenza di pattuizioni derogatrici.

Cassazione civile sez. I  05 maggio 2004 n. 8538  

 

La mancata previsione normativa dell'organo assembleare nelle società di persone non comporta che ne sia vietata la costituzione e che sia preclusa ai soci, quando debbano esprimere il proprio consenso nelle materie di cui agli art. 2252, 2275, 2301, 2257 comma 2, 2258 comma 2, 2322 comma 2 c.c., la possibilità di riunirsi in assemblea per deliberare all'unanimità o a maggioranza.

Cassazione civile sez. I  07 giugno 2002 n. 8276  

 

La mancata previsione normativa di un organo assembleare nelle società di persone non comporta che ne sia, per ciò solo, vietata la costituzione, e che sia preclusa ai soci - qualora questi siano chiamati ad esprimere il proprio "consenso" nelle materie di cui agli art. 2252, 2275, 2301, 2257, comma 2, 2258, comma 2, 2322 comma 2 - la possibilità di riunirsi in assemblea per deliberare, appunto, ai sensi delle norme citate, all'unanimità ovvero a maggioranza. Ne consegue che l'adozione del metodo assembleare per le deliberazioni sociali - da ritenersi del tutto legittimo - comporta che, quanto alla disciplina della validità/invalidità di tali atti deliberativi, debba farsi applicazione dei principi generali sulle patologie degli atti negoziali plurisoggettivi (esclusa, per converso, l'applicabilità degli art. 2377 e 2379, dettati con specifico riferimento alle sole delibere delle società per azioni), di talché, dalla eventuale violazione di norme imperative (quale quella di cui all'art. 2252 c.c., specificativa del principio generale di immodificabilità del contratto senza il consenso di tutti i contraenti) discende senz'altro la nullità della delibera societaria, ex art. 1418 c.c.

Cassazione civile sez. I  07 giugno 2002 n. 8276

 

La mancata previsione normativa di un organo assembleare nelle società di persone non comporta che ne sia, per ciò solo, vietata la costituzione, e che sia preclusa ai soci - qualora questi siano chiamati ad esprimere il proprio "consenso" nelle materie di cui agli art. 2252, 2275, 2301, 2257, comma 2, 2258, comma 2, 2322 comma 2 - la possibilità di riunirsi in assemblea per deliberare, appunto, ai sensi delle norma citate, all'unanimità ovvero a maggioranza. Ne consegue che l'adozione del metodo assembleare per le deliberazioni sociali - da ritenersi del tutto legittimo - comporta che, quanto alla disciplina della validità/invalidità di tali atti deliberativi, debba farsi applicazione dei principi generali sulle patologie degli atti negoziali plurisoggettivi (esclusa, per converso, l'applicabilità degli art. 2377 e 2379, dettati con specifico riferimento alle sole delibere delle società per azioni), di talché, dalla eventuale violazione di norme imperative (quale quella di cui all'art. 2252 c.c., specificativa del principio generale di immodificabilità del contratto senza il consenso di tutti i contraenti), discende senz'altro la nullità della delibera societaria, ex art. 1418 c.c.

Cassazione civile sez. I  07 giugno 2002 n. 8276  

 

La posizione del socio illimitatamente responsabile di una società personale non è assimilabile a quella di un fideiussore, sia pure "ex lege", poiché mentre quest'ultimo garantisce un debito altrui e per tale ragione, una volta effettuato il pagamento, ha azione di regresso per l'intero nei confronti del debitore principale e si surroga nei diritti del creditore (art. 1949 e 1950 c.c.), il socio illimitatamente responsabile risponde con il proprio patrimonio di debiti che non possono dirsi a lui estranei, in quanto derivanti dall'esercizio dell'attività comune (al cui svolgimento, data l'assenza di un'organizzazione corporativa, partecipa direttamente: art. 2257 e 2258 c.c.), ed è anzi tenuto, ove i fondi sociali risultino insufficienti, a provvedere anche mediante contribuzioni aggiuntive a quelle effettuate all'atto dei conferimenti (art. 2280 c.c.), onde l'impossibilità di ammettere (ex art. 1954 c.c.) un'azione di regresso contro la società del socio che abbia provveduto al pagamento di un debito sociale e l'inapplicabilità degli art. 1953, 1955 e 1957 c.c., che hanno la loro giustificazione nell'esigenza di salvaguardare la possibilità del regresso del fideiussore. Tali conclusioni non trovano ostacolo nel fatto che anche le società personali costituiscano centri di imputazione di situazioni giuridiche distinti dalle persone dei soci, posto che siffatta soggettività ha carattere transitorio e strumentale, essendo i diritti e gli obblighi ad esse imputati destinati a tradursi in situazioni individuali in capo ai singoli membri.

Cassazione civile sez. I  05 novembre 1999 n. 12310  

 

Nelle società di fatto ogni socio è legittimato a stare in giudizio per la società, sia come attore che come convenuto, avendone la rappresentanza a norma degli art. 2297 e 2257 c.c.

Cassazione civile sez. lav.  12 ottobre 1998 n. 10097  

 

Nelle società in nome collettivo, in base al combinato disposto degli art. 2293, 2266, 2257 c.c., la rappresentanza, sostanziale e processuale, dell'ente spetta, disgiuntamente, a ciascun socio, ed è, pertanto, irrilevante che, in un primo giudizio innanzi ad un giudice straniero, abbia agito uno di essi, mentre, in altro giudizio innanzi al giudice nazionale, si sia costituito un socio diverso. Ne consegue che ciascuno dei predetti soci potrà, del tutto legittimamente, far valere (nei limiti in cui ciò sia consentito) gli effetti nascenti dall'uno o dall'altro giudizio e, in particolare, l'effetto interruttivo del termine di prescrizione relativo al rapporto sostanziale, nascente dalla proposizione della domanda giudiziale.

Cassazione civile sez. II  01 ottobre 1997 n. 9558  



 
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