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Art. 2258 codice civile: Amministrazione congiuntiva

Se l’amministrazione spetta congiuntamente a più soci, è necessario il consenso di tutti i soci amministratori per il compimento delle operazioni sociali.

Se è convenuto che per l’amministrazione o per determinati atti sia necessario il consenso della maggioranza, questa si determina a norma dell’ultimo comma dell’articolo precedente.

Nei casi preveduti da questo articolo, i singoli amministratori non possono compiere da soli alcun atto, salvo che vi sia urgenza di evitare un danno alla società.


Commento

Amministrazione congiuntiva: si verifica quando, in presenza di una pluralità di amministratori [v. 18], nessuno di questi da solo ha il potere di amministrare la società, ma è, invece, necessario il consenso di tutti gli amministratori.


Giurisprudenza annotata

Società

È inammissibile l'istanza giudiziale di revoca di uno soltanto dei liquidatori nominati con poteri congiunti dall'assemblea di società di capitali (nella specie, società consortile a responsabilità limitata).

Tribunale Napoli  27 novembre 2007

 

Quando l'attività di gestione di una società dotata di personalità giuridica è affidata ad un consiglio d'amministrazione si verifica (a differenza del caso dell'amministratore unico) una separazione del potere deliberativo, diretto a formare la volontà dell'ente, da quello di rappresentanza esterna, in quanto il primo appartiene al consiglio d'amministrazione, mentre il secondo spetta al presidente o all'amministratore cui esso sia stato espressamente conferito. Pertanto il contratto concluso dal presidente senza la ratifica del consiglio d'amministrazione, essendo stipulato da un rappresentante senza poteri, è inefficace per la società.

Cassazione civile sez. II  25 marzo 2005 n. 6468  

 

Quando l'attività di gestione di una società dotata di personalità giuridica è affidata ad un consiglio di amministrazione si verifica (a differenza del caso dell'amministratore unico) una separazione del potere deliberativo, diretto a formare la volontà dell'ente, da quello di rappresentanza esterna, in quanto il primo appartiene al consiglio di amministrazione, mentre il secondo spetta al presidente o all'amministratore cui esso sia stato espressamente conferito. Pertanto, la delibera consiliare in cui si concreta la volontà dell'organo collegiale di compiere un atto rientrante nell'oggetto sociale non ha valore di proposta di contratto (art. 1326 c.c.), ma costituisce atto interno con effetto limitato ai soggetti legati dal rapporto sociale ed è solo necessario presupposto della manifestazione di volontà del soggetto investito del potere rappresentativo. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva escluso che la delibera di approvazione, da parte del consiglio di amministrazione di una società, del pagamento di sei mensilità di retribuzione in favore di un dipendente dimissionario potesse integrare la prova dell'esistenza di un accordo di risoluzione del rapporto di lavoro fra il medesimo dipendente e la società).

Cassazione civile sez. lav.  12 agosto 2004 n. 15706  

 

La mancata previsione normativa di un organo assembleare nelle società di persone non comporta che ne sia, per ciò solo, vietata la costituzione, e che sia preclusa ai soci - qualora questi siano chiamati ad esprimere il proprio "consenso" nelle materie di cui agli art. 2252, 2275, 2301, 2257, comma 2, 2258, comma 2, 2322 comma 2 - la possibilità di riunirsi in assemblea per deliberare, appunto, ai sensi delle norme citate, all'unanimità ovvero a maggioranza. Ne consegue che l'adozione del metodo assembleare per le deliberazioni sociali - da ritenersi del tutto legittimo - comporta che, quanto alla disciplina della validità/invalidità di tali atti deliberativi, debba farsi applicazione dei principi generali sulle patologie degli atti negoziali plurisoggettivi (esclusa, per converso, l'applicabilità degli art. 2377 e 2379, dettati con specifico riferimento alle sole delibere delle società per azioni), di talché, dalla eventuale violazione di norme imperative (quale quella di cui all'art. 2252 c.c., specificativa del principio generale di immodificabilità del contratto senza il consenso di tutti i contraenti) discende senz'altro la nullità della delibera societaria, ex art. 1418 c.c.

Cassazione civile sez. I  07 giugno 2002 n. 8276  

 

L'art. 2258 c.c., con disposizione dettata per le società semplici, ma applicabile, in virtù del richiamo di cui all'art. 2293 dello stesso codice, alle società in nome collettivo, prevede che, quando per il compimento di un atto è necessario il consenso di tutti i soci ovvero della maggioranza di essi, i singoli amministratori non possono agire da soli in nome della società, salvo che vi sia urgenza di evitare un danno alla società. La norma è diretta ad impedire che la società possa subire pregiudizi per il ritardo conseguente alla necessità di procedere a consultazione, per acquisire il consenso di tutti i soci o della maggioranza di essi. Essa, quindi, presuppone che non si sia manifestato alcun dissenso, e che, al contrario, sia ancora possibile acquisire i consensi necessari, con la conseguenza che essa non è applicabile allorché sussista un grave disaccordo tra i soci (che, nel caso di specie, aveva portato alla nomina di un amministratore giudiziario).

Cassazione civile sez. I  19 luglio 2000 n. 9464  

 

La posizione del socio illimitatamente responsabile di una società personale non è assimilabile a quella di un fideiussore, sia pure "ex lege", poiché mentre quest'ultimo garantisce un debito altrui e per tale ragione, una volta effettuato il pagamento, ha azione di regresso per l'intero nei confronti del debitore principale e si surroga nei diritti del creditore (art. 1949 e 1950 c.c.), il socio illimitatamente responsabile risponde con il proprio patrimonio di debiti che non possono dirsi a lui estranei, in quanto derivanti dall'esercizio dell'attività comune (al cui svolgimento, data l'assenza di un'organizzazione corporativa, partecipa direttamente: art. 2257 e 2258 c.c.), ed è anzi tenuto, ove i fondi sociali risultino insufficienti, a provvedere anche mediante contribuzioni aggiuntive a quelle effettuate all'atto dei conferimenti (art. 2280 c.c.), onde l'impossibilità di ammettere (ex art. 1954 c.c.) un'azione di regresso contro la società del socio che abbia provveduto al pagamento di un debito sociale e l'inapplicabilità degli art. 1953, 1955 e 1957 c.c., che hanno la loro giustificazione nell'esigenza di salvaguardare la possibilità del regresso del fideiussore. Tali conclusioni non trovano ostacolo nel fatto che anche le società personali costituiscano centri di imputazione di situazioni giuridiche distinti dalle persone dei soci, posto che siffatta soggettività ha carattere transitorio e strumentale, essendo i diritti e gli obblighi ad esse imputati destinati a tradursi in situazioni individuali in capo ai singoli membri.

Cassazione civile sez. I  05 novembre 1999 n. 12310  

 

 

Danni

Non è condivisibile la tesi che, muovendo dalla configurazione ex art. 35 comma 1, d.lg. 31 marzo 1998 n. 80, e 2258, c.c., della reintegrazione in forma specifica come mezzo prioritario di risarcimento del danno da lesione di interesse legittimo, fa seguire alla sua mancata accettazione la preclusione di ogni ristoro per equivalente. (Annulla in parte Tar Campania, Salerno, 24 dicembre 2002 n. 2414).

Consiglio di Stato sez. VI  10 novembre 2004 n. 7256  

 

 

Azienda

Nel caso di trasferimento di azienda la regola di cui all'art. 2258 c.c. dell'automatico subentro del cessionario in tutti i rapporti contrattuali e prestazioni corrispettive non aventi carattere personale si applica soltanto ai cosiddetti contratti di azienda (aventi a oggetto il godimento di beni aziendali non appartenenti all'imprenditore e da lui acquisiti per lo svolgimento dell'attività imprenditoriale) e ai cosiddetti "contratti impresa" (non aventi ad oggetto diretto beni aziendali, ma attinenti all'organizzazione dell'impresa, come i contratti di somministrazione con i fornitori, i contratti di assicurazione, i contratti di appalto e simili) sempre che non siano soggetti ad una specifica disciplina.

Cassazione civile sez. III  29 gennaio 2003 n. 1278  



 
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