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Art. 2278 codice civile: Poteri dei liquidatori

I liquidatori possono compiere gli atti necessari per la liquidazione e, se i soci non hanno disposto diversamente, possono vendere anche in blocco i beni sociali (1) e fare transazioni e compromessi.

Essi rappresentano la società anche in giudizio (2).


Commento

Liquidazione: [v. 2274]; Transazione: [v. 1965]; Compromesso: [v. 2691].

 

(1) Si procede alla vendita dei beni sociali quando nel patrimonio della società non vi sono liquidità (es.: denaro) sufficienti a pagare tutti i debiti sociali.

 

(2) I liquidatori possono, cioè, rappresentare la società in tutti i procedimenti che si svolgono dinanzi ad un giudice


Giurisprudenza annotata

Poteri dei liquidatori

Non rientra nel divieto di nuove operazioni, né costituisce atto di straordinaria amministrazione, il conferimento, da parte dei liquidatori, di un mandato alle liti per la proposizione di azione giudiziale, volta ad incrementare o ripristinare la consistenza patrimoniale della società in liquidazione, e ciò quand’anche l’assemblea abbia attribuito ai liquidatori poteri congiunti per la gestione straordinaria riguardo alle possibili diminuzioni del patrimonio sociale conseguenti ad alienazioni. Dunque, salvo che i soci non abbiano disposto diversamente, non si può disconoscere ai liquidatori il potere di agire in giudizio in funzione conservativa del patrimonio della società da loro rappresentata, onde essi sono pienamente legittimati a proporre (come nella specie) un’azione di accertamento negativo di un diritto da altri vantato o ad opporsi ad un decreto ingiuntivo.

Tribunale Lucca  09 gennaio 2014 n. 27  

 

Anteriormente alle modifiche introdotte dal decreto legislativo n. 6 del 2003, entrato in vigore il 1° gennaio 2004, ai sensi dell'articolo 2519 del Cc alle società cooperative si applicano le norme per la liquidazione previste per le società per azioni, tra le quali l'articolo 2452 che conferisce ai liquidatori il potere di compiere gli atti necessari per la liquidazione, salvo che l'assemblea abbia disposto diversamente e l'articolo 2310 del Cc che attribuisce al liquidatore il potere di rappresentare la società anche in giudizio. Deriva da quanto precede, pertanto, che nessun atto deliberativo era necessario perché il liquidatore potesse proporre appello, tranne quello della sua nomina in data anteriore alla notifica del ricorso. Una volta intervenuta la liquidazione della società cessa, invero, il potere dell'assemblea dei soci di conferire poteri rappresentativi della società e viene meno la rappresentanza che in precedenza spettava all'amministratore. Il liquidatore - peraltro - poteva assumere la difesa della società senza alcuna procura, in ragione della sua qualità, qualora fosse iscritto nell'albo dei patrocinanti presso le giurisdizioni superiori.

Cassazione civile sez. II  07 marzo 2013 n. 5769  

 

In tema di società di capitali, non rientra nel divieto di nuove operazioni, né costituisce atto di straordinaria amministrazione, il conferimento da parte dei liquidatori di mandato alle liti per la proposizione di azione giudiziale volta ad incrementare o ripristinare la consistenza patrimoniale della società in liquidazione e ciò quand'anche l'assemblea abbia attribuito ai liquidatori poteri congiunti per la gestione straordinaria riguardo alle possibili diminuzioni del patrimonio sociale conseguenti ed alienazioni.

Cassazione civile sez. II  15 marzo 2012 n. 4143  

 

Dinanzi alla manifesta impossibilità dell'assemblea sociale a provvedere alla nomina del liquidatore, è indefettibile il compito del tribunale a provvedere alla relativa nomina, in via sussidiaria, così come previsto dall'art. 2487 c.c. Tale necessità non è defettibile per la constatazione che, contestualmente, sia stata proposta una denunzia ex art. 2409 c.c. nei confronti degli amministratori, tendente alla loro revoca, per la commissione di gravi irregolarità. L'esperibilità del procedimento ex art. 2409 c.c. può riconoscersi anche avuto riguardo alle irregolarità consumate dagli amministratori prima della messa in liquidazione, ma là dove sia verificabile l'inerzia del liquidatore - per scelta o per insufficienza dei poteri allo stesso riconosciuti - nell'eliminare gli effetti di quei comportamenti costituenti gravi violazioni e che si ripercuotono sulla liquidazione medesima (giacché rispetto a tale fine deve considerarsi il fisiologico funzionamento gestionale della società, asseritamente da ripristinare con il ricorso ex art. 2409 c.c.).

Corte appello Milano  11 gennaio 2005

 

Il comportamento del liquidatore di una società che abbia dimostrato di operare ingiustificatamente un distinguo tra le pretese dei vari creditori della società, omettendo di pagare il debito della società nei confronti di una s.r.l., non appare privo di censure. Difatti è pacifico che egli, a fine mandato, aveva pagato tutti i debiti della società, ad eccezione di quello riferito alla s.r.l., che rimaneva l'unica pendenza. Il tribunale ritiene che il suddetto comportamento, che ha di fatto privilegiato alcuni creditori a scapito di uno, si ponga in violazione delle norme di comportamento ricavabili dagli art. 2278 c.c. e 2452 c.c. L'esito della controversia pendente con la s.r.l. e quella in liquidazione, invero, ha acclarato definitivamente che la società debitrice non aveva alcuna valida giustificazione per opporsi al credito della s.r.l. A sua volta il liquidatore, nella pendenza di un giudizio di opposizione che rendeva incerta la pretesa del creditore, comunque azionata per via giudiziale, ha omesso di verificare la possibilità di un componimento bonario della vicenda, che certamente sarebbe stata a vantaggio della società rappresentata, e ha proceduto al pagamento degli altri creditori, nonostante l'incapienza dei fondi per pagare tutti i debiti della società, determinando inevitabilmente un pregiudizio alle ragioni di un creditore che, altrimenti, avrebbe dovuto essere equamente distribuito tra tutti i creditori, nel rispetto della "par condicio creditorum". La responsabilità del liquidatore verso la società, così come quella dell'amministratore per inadempienza dei doveri inerenti alla carica, ha indubbiamente carattere contrattuale, e mantiene tale aspetto anche qualora essa sia fatta valere dai creditori sociali, trattandosi di oneri inerenti alla carica rivestita: resta, dunque, a carico del liquidatore, una volta provata dal creditore la riconducibilità dell'attività generatrice di pregiudizio dell'attività gestoria, provare la non imputabilità al medesimo del fatto dannoso per assenza di colpa, secondo gli "standards" previsti nell'art. 1176, comma 2, c.c. (vale a dire, tenendo conto della difficoltà dell'attività prestata e del profilo professionale mediamente richiesto sulla base dell'uomo "eiusdem condicionis et professionis"). Ragionando sulla base delle norme ex art. 2452 e 2278 c.c. già citate, il liquidatore ha le stesse responsabilità previste per gli amministratori. Nell'art. 2280 c.c., inoltre, si ravvisa il divieto per il liquidatore, fintantoché non siano stati interamente soddisfatti i creditori sociali, di effettuare qualsivoglia ripartizione del patrimonio sociale. Non discostandosi la responsabilità dei liquidatori da quella prevista per gli amministratori, pertanto, la tutela dei creditori della società, pur non enucleandosi espressamente nel principio della "par condicio creditorum" (previsto solo nelle procedure concorsuali che si aprono in caso di insolvenza della società), si attua indirettamente e necessariamente con la salvaguardia dell'integrità del capitale sociale (art. 2394 c.c.), costituente la garanzia tipica predisposta a favore dei creditori. Entro tale logica, dunque, si deve ricondurre l'art. 2280 c.c., laddove pone il divieto di anticipare riparti tra i soci che si pongano in contrasto con le ragioni dei creditori sociali. La valutazione dell'operato dei liquidatori, pertanto, non può prescindere dalla finalità stessa della liquidazione che consiste nell'accertamento definitivo e nella divisione tra i soci dell'eventuale utile finale dell'attività economica esercitata in comune, che viene per ciò stesso a riflettersi positivamente anche sui creditori sociali, dovendosi indefettibilmente passare attraverso il loro soddisfacimento. La valutazione dell'operato del liquidatore, dunque, deve operarsi tenendo conto della ricostruzione giuridica sopra proposta. In quest'ottica, la responsabilità del liquidatore convenuto verso il creditore sociale non discende tanto da un mandato "ex lege" conferito a protezione degli interessi dei creditori, difficilmente configurabile solo sulla base delle norme sopra citate, bensì nel mandato più generale posto a tutela del patrimonio sociale nella delicata fase della liquidazione, in cui esso si deve dimostrare capiente ai fini del pagamento dei debiti sociali e, solo eventualmente, ai fini della divisione dei cespiti tra i soci. Alla luce di quanto sopra, pertanto, appare evidente che il comportamento emissivo del liquidatore, che non ha considerato un credito verso la società posta in liquidazione, e ha esaurito la liquidità della società pagando solo gli altri creditori, si profila come un atto di "mala gestione" censurabile e ingiustificato, atteso che anche le situazioni che possono apparire incerte debbono essere tenute in conto ai fini dell'attività di pagamento e della redazione del bilancio di liquidazione, non potendo certamente essere obliterate.

Tribunale Milano  19 novembre 2004

 

La società per azioni, regolarmente sciolta, continua a sopravvivere come soggetto collettivo, all'unico scopo di liquidare i risultati della cessata attività sociale, sicché non è consentito ai liquidatori, in virtù del richiamo operato dall'art. 2452 c.c. alla disciplina dettata dagli art. 2278 e 2279 c.c. con riguardo alle società semplici, intraprendere nuove operazioni, intendendosi per tali quelle che non si giustificano con lo scopo di liquidazione o definizione dei rapporti in corso, ma che costituiscono atti di gestione dell'impresa sociale, che, se compiuti, sono inefficaci per carenza di potere. (Fattispecie concernente la legittimazione dei liquidatori ad intimare il licenziamento, ritenuta dal giudice di merito e confermata dalla S.C.).

Cassazione civile sez. lav.  19 gennaio 2004 n. 741  

 

Poiché la cessione dell'azienda integra un caso di vendita in blocco dei beni sociali deve affermarsi, stante il disposto dell'art. 2278 c.c., che essa non è consentita al liquidatore laddove i soci gli abbiano espresso il loro dissenso all'operazione.

Tribunale Taranto  11 marzo 2002

 

La società regolarmente sciolta continua a sopravvivere come soggetto collettivo, pur dopo la messa in liquidazione, all'unico scopo di liquidare i risultati della cessata attività sociale, sicché non è consentito ai liquidatori, a norma degli art. 2278 e 2279 c.c., intraprendere nuove operazioni, intendendosi per tali quelle che non si giustificano con lo scopo di liquidazione o di definizione dei rapporti in corso, e che costituiscano, viceversa, atti di gestione dell'impresa sociale, da ritenersi del tutto inefficaci per carenza di potere. Non può legittimamente ricomprendersi nel novero delle "nuove operazioni" la mera attività processuale (nella specie, di impugnazione) espletata dai liquidatori in relazione a rapporti sostanziali preesistenti alla messa in liquidazione della società, attesa la indiscutibile omogeneità di tale attività con lo scopo di liquidazione e di definizione dei rapporti in corso, e la non inquadrabilità (a prescindere dalla sua fondatezza) tra quelle di gestione dell'impresa sociale sottoposte al divieto "ex lege" di cui ai ricordati art. 2278, 2279 c.c.

Cassazione civile sez. I  06 febbraio 1999 n. 1037  

 

La società regolarmente sciolta continua a sopravvivere come soggetto collettivo, pur dopo la messa in liquidazione, all'unico scopo di liquidare i risultati della cessata attività sociale, sicché non è consentito ai liquidatori, a norma degli art. 2278 e 2279 c.c., intraprendere nuove operazioni, intendendosi per tali quelle che non si giustificano con lo scopo di liquidazione o definizione dei rapporti in corso, ma che costituiscono atti di gestione dell'impresa sociale, atti che se compiuti sono inefficaci per carenza di potere (fattispecie concernente la stipulazione da parte dei liquidatori di due contratti di locazione).

Cassazione civile sez. III  17 novembre 1997 n. 11393  

 

 

Fallimento

Con riguardo al fallimento di una società per azioni posta in liquidazione, è inammissibile la proposta di concordato fallimentare presentata dall'amministratore. Infatti la legittimazione a proporre tale proposta spetta ai liquidatori dato che loro hanno la rappresentanza in via esclusiva della società in liquidazione (art. 2452 e 2278, comma 2, c.c.) e che in relazione alla proposta di concordato - che secondo l'art. 124 l. fall. deve essere presentata dal "fallito" - non è prevista l'iniziativa di altri soggetti al di fuori del fallito o dei suoi rappresentanti. (Nella specie, è stata ritenuta regolare la notifica di un atto di precetto relativo ad un debito personale eseguita presso la sede di una società a responsabilità limitata della quale il debitore era amministratore unico, mediante consegna di copia dell'atto al fratello del destinatario).

Cassazione civile sez. I  08 giugno 1995 n. 6485

 

 

Impresa ed imprenditore

La disciplina dettata per l'esclusione del socio dalla società semplice dall'art. 2287 c.c. trova applicazione per l'impresa collettiva appartenente per quote (uguali o diverse) a più persone ma non per l'impresa familiare di cui all'art. 230 bis c.c., che appartiene sempre al suo titolare, mentre i familiari partecipanti hanno diritto solo ad una quota degli utili. In tale ipotesi, l'esclusione può quindi avvenire solo nei confronti dei predetti familiari con il diritto, oltre che alla liquidazione della quota spettante, al risarcimento del danno per il caso in cui l'esclusione sia ingiustificata, non potendo il titolare dell'impresa essere privato dell'esercizio della propria attività economica ed essere espropriato dei beni aziendali e dei capitali, che restano di sua esclusiva proprietà dei beni aziendali e dei capitali, che restano di sua esclusiva proprietà anche dopo la trasformazione dell'originaria impresa individuale in impresa familiare.

Cassazione civile sez. lav.  25 luglio 1992 n. 8959  



 
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