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Art. 2285 codice civile: Recesso del socio

Ogni socio può recedere dalla società quando questa è contratta a tempo indeterminato o per tutta la vita di uno dei soci.

Può inoltre recedere (1) nei casi previsti nel contratto sociale ovvero quando sussiste una giusta causa.

Nei casi previsti nel primo comma il recesso deve essere comunicato agli altri soci (2) con un preavviso di almeno tre mesi.


Commento

Recesso: potere (diritto soggettivo potestativo) in base al quale una parte si scioglie dal vincolo contrattuale con effetti ex nunc (restano, cioè, salvi gli effetti del contratto prodotti prima del recesso). La fonte del (—) può essere legale, se il recesso è previsto dalla legge o convenzionale quando è previsto contrattualmente con apposita clausola. Sia il (—) legale che quello convenzionale può essere subordinato alla presenza di determinati presupposti (es.: rimborsi, indennizzi, termine di preavviso). Può essere espresso anche oralmente o per fatti concludenti sempreché sia manifestato in modo chiaro ed univoco. Esso ha effetto ex nunc.

Giusta causa: qualsiasi evento che non consente la normale prosecuzione del rapporto sociale e non sia attribuibile solo al socio che intende recedere (es.: un contrasto insanabile tra i soci).

 

(1) Quando la società è a tempo determinato.

 

(2) Il recesso è un atto recettizio [v. 1334], cioè che si perfeziona solo dal momento in cui giunge a conoscenza di tutti gli altri soci.

 

(3) A seguito del recesso, il socio uscente ha diritto alla liquidazione della quota, cioè al pagamento di una somma di denaro pari al valore della propria quota [v. 2289], ma non ha diritto alla restituzione dei beni conferiti.

Il recesso è una delle cause di scioglimento del rapporto sociale con riferimento ad un solo socio. Dal momento che esso costituisce una deroga al più generale principio dell’indissolubilità unilaterale dei contratti [v. 1372], il recesso può essere ammesso solo nei casi espressamente previsti dalla legge o dal contratto sociale.


Giurisprudenza annotata

Recesso del socio

Ai fini della liquidazione della quota del socio che intenda recedere da una società di fatto, non può tenersi conto, per quantificarne, al netto dei costi, l'incidenza sull'attivo di quest'ultima, del valore derivante dalla detenzione da parte della stessa società, in forza di comodato senza specificazione di durata, di immobili appartenenti ad altro socio, trattandosi di disponibilità revocabile "ad nutum" dal proprietario concedente, e, dunque, di titolo inidoneo a proiettare nel futuro tale utilità; né, al medesimo scopo, può attribuirsi valore al godimento di detti beni avvenuto nel passato, in quanto esso concreta un'utilità ormai consumata, la quale non concorre a determinare la situazione patrimoniale della società all'attualità. Cassa con rinvio, App. Palermo, 31/01/2006

Cassazione civile sez. I  21 agosto 2013 n. 19321

 

Al recesso del socio di una società di fatto, avvenuto in maniera illegittima per non aver rispettato la norma statutaria che richiedeva il consenso scritto di tutti i soci, non può conseguire la perdita del diritto alla percezione degli utili sociali maturati e tanto meno del valore della propria quota. Invero, l'esercizio illegittimo del recesso potrebbe eventualmente essere fonte di responsabilità risarcitoria per il recedente ma non potrebbe far venir meno il suo diritto di credito verso la società relativo agli utili sociali ovvero alla liquidazione del valore della propria quota.

Corte appello Roma sez. II  10 marzo 2011 n. 1053  

 

Non può essere posta in discussione la legittimità del recesso di un socio di una società di persona (nel caso di specie s.a.s.) ex art. 2285, comma 1, cc, qualora la società sia stata contratta per tutta la vita dei soci cosicché il recesso "de qua" non deve neppure essere sorretto da giusta causa, attenendo, quest'ultima, al solo comma 2 della norma sopra indicata.

Tribunale Novara  07 marzo 2011 n. 200  

 

In tema di recesso ex art. 2285 c.c. da una società di capitali, per diritto alla liquidazione della quota sociale deve intendersi il diritto del socio ad ottenere il pagamento della somma di denaro che rappresenta il valore della quota, in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si è verificato lo scioglimento del rapporto tenendo conto, anche, dell’esito delle eventuali operazioni ancora in corso.

Corte appello Roma sez. II  02 settembre 2010 n. 3354  

 

Nelle società di persone a tempo indeterminato, la dichiarazione di recesso del socio è un negozio giuridico unilaterale recettizio, che produce i suoi effetti nel momento in cui viene portato a conoscenza della società, a differenza del caso in cui la società abbia una scadenza prefissata, ove l'uscita di uno dei soci dalla compagine sociale determina una modifica del contratto sociale che necessita del consenso di tutti i soci. Nella prima ipotesi non è esclusa, peraltro, la facoltà di revoca del recesso da parte del socio, in quanto la prevalenza del rapporto volontaristico-collaborativo fra i soci comporta che una diversa comune volontà possa essere espressa, almeno fino a che non si sia proceduto alla liquidazione della quota del socio uscente mediante la revoca della precedente volontà di scioglimento del singolo rapporto sociale, sempre che sussista la concorde volontà di tutti i soci in tal senso.

Cassazione civile sez. I  24 settembre 2009 n. 20544  

 

Nella società in nome collettivo contratta a tempo indeterminato sussiste la facoltà del socio di recedere dalla società stessa "ad nutum". In tale ipotesi il recesso rappresenta un negozio giuridico unilaterale ricettizio a forma libera che si perfeziona e spiega, quindi, effetto dal momento in cui perviene a conoscenza degli altri soci. Diversamente, nell'eventualità la società abbia una scadenza prefissata, l'uscita di uno dei soci dalla compagine sociale necessita del consenso degli altri soci, dunque dell'accettazione del recesso, al pari del negozio cui si riferisce, a forma libera, e desumibile, pertanto, anche implicitamente da "facta concludentia", purché giudicati univoci.

Cassazione civile sez. I  30 gennaio 2009 n. 2438  

 

Nella società personale contratta per un tempo determinato, il recesso di uno dei soci, che non venga esercitato né per giusta causa, né nei casi previsti dal contratto sociale, comporta la modificazione del medesimo contratto e, pertanto, necessita del consenso degli altri soci, quale accettazione, che è atto a forma libera - al pari del negozio cui si riferisce - e può essere desunta anche da facta concludentia univoci; in tal caso, determinando lo scioglimento del rapporto sociale al momento stesso del suo perfezionamento, il recesso prevale rispetto all'esclusione successivamente deliberata dagli altri soci, in quanto il principio secondo cui, nel concorso di più cause di scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio, deve ritenersi operante quella che si verifichi per prima, trova applicazione anche nel caso di concorso fra recesso ed esclusione.

Cassazione civile sez. I  30 gennaio 2009 n. 2438  

 

L'eccezione di mancata prova dell'avvenuto recesso, nonché della sua invalidità o efficacia, sollevata al fine di resistere alla domanda di liquidazione della quota proposta dal socio asseritamente receduto, costituisce eccezione in senso stretto, in quanto ha ad oggetto un fatto impeditivo del fatto costitutivo dedotto dall'attore; pertanto, essa non è deducibile la prima volta nel giudizio di appello, ove sono ammesse mere difese, intendendosi per tali le argomentazioni con cui si contrasta genericamente l'avversa pretesa, senza introdurre indagini su fatti impeditivi o modificativi del diritto esercitato.

Cassazione civile sez. I  15 gennaio 2009 n. 816  

 

La domanda di liquidazione della quota di una società di persone, da parte del socio receduto, fa valere un'obbligazione non degli altri soci, ma della società, e, pertanto, ai sensi dell'art 2266 c.c., va proposta nei confronti della società medesima, quale soggetto passivamente legittimato; non sono, invece, legittimati passivi gli altri soci, in quanto il regime della responsabilità solidale illimitata dei soci, ai sensi dell'art. 2191 c.c., opera solo a favore dei terzi, od anche dello stesso socio, ma per altri fatti non contrattuali (come il pagamento dell'indebito o l'illecito aquiliano), archetipo in cui non rientra il diritto alla liquidazione della quota.

Cassazione civile sez. I  15 gennaio 2009 n. 816  

 

La causa promossa dal socio di una società in nome collettivo per vedere riconosciuto, ai sensi dell’ art. 2289 c.c., il diritto ad ottenere il pagamento della somma di denaro che rappresenta il valore della sua quota in seguito all’ esercizio del recesso dalla società - che costituisce un caso tipico di estinzione o scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio ai sensi dell’ art. 2285 c.c. – va promossa con il rito societario di cui al d.lg. n. 5 del 2003.

Corte appello Milano sez. I  28 maggio 2008

 

Il socio che voglia utilmente contestare l'azionabilità di un credito sociale nei suoi confronti sulla base di un asserito suo recesso dalla società, la cui durata sia nello statuto indicata come a tempo indeterminato, deve, in assenza della prescritta comunicazione dell'intervenuta modificazione della compagine sociale presso il registro delle imprese, ex art. 2290 c.c., fornire la prova sia della posteriorità della nascita del credito vantato rispetto al verificarsi della causa di scioglimento del proprio vincolo associativo, che del rispetto da parte sua del termine di preavviso di tre mesi, così come stabilito dall'ultimo comma dell'art. 2285, c.c.

Tribunale Pavia sez. I  21 maggio 2008 n. 496  

 

In tema di società di persone, il ricorso all'autorità giudiziaria per ottenere una pronuncia di esclusione del socio è ammissibile, a norma dell'art. 2287, comma 3, c.c., nel solo caso in cui la società sia composta soltanto da due soci, mentre in ogni altro caso trova applicazione l'art. 2287, comma 1, c.c., ai sensi del quale l'esclusione del socio può essere deliberata a maggioranza, senza che assuma alcun rilievo la circostanza che all'interno della compagine sociale siano eventualmente configurabili due gruppi di interesse omogenei e tra loro contrapposti, e che l'esclusione possa in tal caso rivelarsi impossibile, in virtù del conflitto d'interessi che impedisce di computare nella maggioranza il socio da escludere: la posizione del socio che non possa avvalersi né del procedimento di cui comma 1, né del ricorso all'autorità giudiziaria, ai sensi del comma 3, non resta infatti priva di tutela, essendo sempre possibile il recesso per giusta causa, ai sensi dell'art. 2285, comma 2, c.c., il quale rappresenta una forma di tutela reputata adeguata dal legislatore, senza che possa al riguardo prospettarsi alcun dubbio di legittimità costituzionale, in riferimento agli art. 3 e 24 cost..

Cassazione civile sez. I  19 settembre 2006 n. 20255  

 

La domanda di liquidazione della quota di una società di persone (o di fatto) da parte del socio receduto o escluso, ovvero degli eredi del socio defunto, fa valere un'obbligazione non degli altri soci, ma della società medesima quale unico soggetto passivamente legittimato. Il contraddittorio nei confronti della società può ritenersi regolarmente instaurato anche nel caso in cui non sia convenuta la società, ma siano citati in giudizio tutti i suoi soci, solo se risulti accertato, attraverso l'interpretazione della domanda e con apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito, che l'attore abbia proposto l'azione nei confronti della società per far valere il proprio credito nei suoi confronti.

Cassazione civile sez. I  23 maggio 2006 n. 12125  



 
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