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Art. 2288 codice civile: Esclusione di diritto

È escluso di diritto il socio che sia dichiarato fallito (1).

Parimenti è escluso di diritto il socio nei cui confronti un suo creditore particolare abbia ottenuto la liquidazione della quota a norma dell’art. 2270.


Commento

(1) Quando si verifica una causa che impedisce la continuazione del rapporto sociale con riferimento al socio (fallimento o liquidazione della sua quota da parte dei suoi creditori) la legge prevede l’esclusione automatica (non vi è bisogno della delibera della maggioranza dei soci [v. 2287]) del socio stesso.


Giurisprudenza annotata

Esclusione del fallito

Spettando comunque al fallito una limitata capacità processuale, nell'inerzia della curatela egli ha l'onere di proporre opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti, verificandosi, in mancanza, anche per lui l'effetto della definitività del decreto. Cassa parz. App. Milano, 10 febbraio 2006

Cassazione civile sez. III  24 marzo 2011 n. 6734  

 

Il socio di società in nome collettivo, escluso perché dichiarato fallito in proprio, deve considerarsi non avere mai perduto la qualità di socio se sopravvenga la revoca del fallimento, qualora la sua quota non sia stata liquidata (o la società, composta da due soli soci, non abbia completato la procedura di liquidazione conseguente alla mancata tempestiva ricostituzione della compagine); in tal caso egli risponde dei debiti sociali sorti durante il periodo in cui è rimasto soggetto alla dichiarazione di fallimento poi revocata. Cassa parz. App. Milano, 10 febbraio 2006

Cassazione civile sez. III  24 marzo 2011 n. 6734  

 

Il socio di una società in nome collettivo resta tale se, essendo stato dichiarato fallito per altra attività ma non essendo stata ancora liquidata la sua quota di partecipazione, la dichiarazione di fallimento venga poi revocata; nel qual caso egli risponde solidalmente ed illimitatamente anche dei debiti sociali sorti tra la dichiarazione di fallimento e la sua revoca. Cassa App. Milano 10 febbraio 2006

Cassazione civile sez. III  24 marzo 2011 n. 6734  

 

Il socio di società in nome collettivo composta di due soci, che sia stato dichiarato fallito, deve considerarsi non avere mai perduto la qualità di socio per effetto della revoca del fallimento, qualora la sua quota non sia stata liquidata o la società sia rimasta in vita, così rispondendo dei debiti sociali sorti durante il periodo in cui egli è restato soggetto alla dichiarazione di fallimento poi revocata.

Cassazione civile sez. III  24 marzo 2011 n. 6734  

 

Il fallimento delle società di persone non determina lo scioglimento del vincolo sociale, poiché l'esclusione di diritto del socio che sia dichiarato fallito, prevista dall'art. 2288 c.c., applicabile alle società di fatto in virtù del disposto dell'art. 2297 c.c., tende a preservare la società in bonis dagli effetti dell'insolvenza personale del socio e non opera, quindi, nell'ipotesi in cui il fallimento del socio sia effetto di quello della società, in forza della responsabilità illimitata del primo per le obbligazioni della seconda. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva escluso che il decorso di un anno dalla dichiarazione di fallimento della società impedisse la dichiarazione di fallimento del socio ai sensi dell'art. 147 l. fall.).

Cassazione civile sez. I  01 luglio 2008 n. 17953  

 

In tema di società, la costituzione del rapporto societario e l'originario conferimento, pur rappresentando il presupposto giuridico del diritto del socio alla quota di liquidazione, non rilevano come fatto direttamente genetico di un contestuale credito restitutorio del conferente, configurandosi la posizione di quest'ultimo come mera aspettativa o diritto in attesa di espansione, destinato a divenire attuale soltanto nel momento in cui si addivenga alla liquidazione (del patrimonio della società o della singola quota del socio, al verificarsi dei presupposti dello scioglimento del rapporto societario soltanto nei suoi confronti), ed alla condizione che a tale momento dal bilancio (finale o di esercizio) risulti una consistenza attiva sufficiente a giustificare l'attribuzione "pro quota" al socio stesso di valori proporzionali alla sua partecipazione. Pertanto, il credito relativo alla quota di liquidazione vantato dal socio di una cooperativa escluso dalla società per effetto della dichiarazione di fallimento (ovvero, ai sensi dell'art. 2533 n. 5 c.c., nel testo introdotto dal d.lg. n. 6 del 2003, a seguito della delibera di esclusione che è in facoltà della società adottare in caso di fallimento del socio) nasce o comunque diviene certo esclusivamente nel momento in cui interviene quella dichiarazione (o quella delibera), con la conseguenza che, non potendosi considerare detto credito anteriore al fallimento, viene a mancare il presupposto necessario, ai sensi dell'art. 56 l. fall., per la compensabilità dello stesso con i contrapposti crediti vantati dalla società nei confronti del socio.

Cassazione civile sez. un.  23 ottobre 2006 n. 22659  

 

L'art. 2288 c.c. trova applicazione esclusivamente nell'ipotesi in cui il socio sia stato dichiarato fallito come esercente un'impresa commerciale individuale o nella sua qualità di socio illimitatamente responsabile di un'altra società commerciale divenuta insolvente, poiché la ragione ispiratrice della norma risiede esclusivamente nell'esigenza di evitare che una società di persone venga coinvolta nel fallimento in proprio di un socio, quanto meno sotto il profilo che il curatore del fallimento subentrerebbe a costui, intromettendosi negli affari della società e, in tal modo, appesantendone e spersonalizzandone la gestione.

Tribunale Palermo  06 aprile 2004

 



 
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