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Art. 2289 codice civile: Liquidazione della quota del socio uscente

Nei casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente a un socio, questi o i suoi eredi hanno diritto soltanto ad una somma di danaro che rappresenti il valore della quota.

La liquidazione della quota è fatta in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento (1).

Se vi sono operazioni (2) in corso, il socio o i suoi eredi partecipano agli utili e alle perdite inerenti alle operazioni medesime.

Salvo quanto è disposto nell’art. 2270 (3), il pagamento della quota spettante al socio deve essere fatto entro sei mesi dal giorno in cui si verifica lo scioglimento del rapporto.


Commento

Liquidazione della quota: [v. 2284].

 

(1) Poiché il valore della quota da liquidare al socio è calcolato in proporzione al valore del patrimonio della società, è necessario prima di tutto conoscere, mediante un inventario [v. 2277], il valore del patrimonio della società, al momento in cui si verifica lo scioglimento.

 

(2) Affari particolarmente complessi, contratti ancora da eseguire, in generale qualsiasi attività diretta al conseguimento del fine sociale.

 

(3) Nel caso dell’art. 2270, che regola la liquidazione della quota del socio su richiesta di un creditore personale di questi, la quota deve essere liquidata entro tre mesi dalla domanda di liquidazione presentata dal creditore.


Giurisprudenza annotata

Scioglimento del rapporto sociale limitatamente ed un socio

Il diritto, riconosciuto agli eredi del socio di una società di persone dal combinato disposto degli artt. 2284 e 2289, primo comma, cod. civ., alla liquidazione della quota sociale già in titolarità del "de cuius", ha natura analoga al diritto di credito che sarebbe spettato al socio stesso per l'ipotesi di recesso attuato prima della morte, sicché è soggetto alla prescrizione quinquennale ex art. 2949 cod. civ., applicabile a tutti i diritti derivanti dal rapporto sociale, e non al più lungo termine, decennale, sancito dall'art. 2946 cod. civ., atteso il carattere speciale della prima di tali disposizioni, la cui "ratio" è quella di assicurare la certezza della definizione dei rapporti societari. Cassa con rinvio, App. Brescia, 19/09/2008

Cassazione civile sez. I  23 ottobre 2014 n. 22574  

 

La domanda di liquidazione della quota di una società di persone, da parte del socio receduto o escluso, ovvero degli eredi del socio defunto, fa valere un'obbligazione non degli altri soci ma dell'intera compagine sociale. Siffatta domanda va proposta nei confronti della società quale soggetto passivamente legittimato, a nulla rilevando la circostanza che di questa facessero parte solamente due soci. E infatti, anche nella società di persone composta da due soli soci, ove la morte di uno di esso determini il venir meno della pluralità dei soci, lo scioglimento del rapporto particolare del socio defunto si verifica alla data del suo decesso, mentre i suoi eredi acquistano contestualmente il diritto alla liquidazione della quota secondo i criteri fissati dall'art. 2289 c.c., vale a dire un diritto di credito a una somma di denaro equivalente al valore della quota del socio defunto in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si è verificato lo scioglimento. Siffatto credito trova un limite legale rappresentato dalla situazione patrimoniale della società al momento in cui si coglie il rapporto societario del singolo socio (receduto, escluso o deceduto), situazione che deve comprendere tutto ciò che può influire sulla consistenza patrimoniale della società stessa ivi compresi gli atti di gestione compiuti dagli amministratori sino a quel momento. Nell'ambito delle società di persone, gli eredi del socio defunto non acquisiscono la posizione di quest'ultimo nella società, non assumendo pertanto la qualità di soci e avendo soltanto il diritto alla liquidazione della quota del loro dante causa, diritto che sorge indipendentemente dal fatto che la società continui o si sciolga. Ne deriva che la mancata liquidazione della quota in parola rappresenta un inadempimento dei soci supersiti, ma non determina, in mancanza di accordo, il subentro nella società dell'erede del socio. (Nella fattispecie, si è evidenziato come il giudice di prime cure avesse ignorato tali principi, avendo proceduto come se le parti attrici avessero agito come dei soci in sede di liquidazione della società in nome collettivo, mentre esse, in qualità del defunto socio, avevano diritto solo a vedersi liquidata la quota del loro dante causa secondo la specifica previsione ex art. 2289 c.c.).

Corte appello Roma sez. III  07 marzo 2014 n. 1555  

 

Ai fini della liquidazione della quota del socio che intenda recedere da una società di fatto, non può tenersi conto, per quantificarne, al netto dei costi, l'incidenza sull'attivo di quest'ultima, del valore derivante dalla detenzione da parte della stessa società, in forza di comodato senza specificazione di durata, di immobili appartenenti ad altro socio, trattandosi di disponibilità revocabile "ad nutum" dal proprietario concedente, e, dunque, di titolo inidoneo a proiettare nel futuro tale utilità; né, al medesimo scopo, può attribuirsi valore al godimento di detti beni avvenuto nel passato, in quanto esso concreta un'utilità ormai consumata, la quale non concorre a determinare la situazione patrimoniale della società all'attualità. Cassa con rinvio, App. Palermo, 31/01/2006

Cassazione civile sez. I  21 agosto 2013 n. 19321  

 

Il recesso da una società di persone è un atto unilaterale recettizio, e, pertanto, la liquidazione della quota non è una condizione sospensiva del medesimo, ma un effetto stabilito dalla legge, con la conseguenza che il socio, una volta comunicato il recesso alla società, perde lo "status socii" nonché il diritto agli utili, anche se non ha ancora ottenuto la liquidazione della quota. Cassa con rinvio, App. Roma, 10/02/2005

Cassazione civile sez. I  08 marzo 2013 n. 5836  

 

È carente la legittimazione del socio receduto (nella specie, dalla società formata soltanto da due soci) a far dichiarare lo stato di scioglimento della società, sia perché questi, dal momento in cui il recesso ha effetto, ha perduto la qualità di socio e, con essa, la titolarità dei poteri amministrativi collegati (art. 2289 comma 1 c.c.), sia perché, per il medesimo, che può vantare nei confronti della società soltanto un diritto di credito alla liquidazione della quota, la circostanza che sia dichiarato o no lo stato di scioglimento della società debitrice è circostanza del tutto indifferente o forse anche contraria ai suoi interessi (art. 2280 comma 1 c.c.).

Tribunale Milano sez. VIII  02 gennaio 2013

 

L'art. 2289 c.c., sulla cui applicabilità alla fattispecie, non vi è discussione, prevede che nel caso di scioglimento del rapporto sociale relativamente ad un solo socio questi o i suoi eredi hanno diritto soltanto ad una somma di denaro che rappresenti il valore della quota che deve essere pagata dalla società che è soggetto passivo dell'obbligazione entro sei mesi dal giorno in cui si verifica lo scioglimento del rapporto. Poiché, non essendo stato impugnato il relativo capo della sentenza, non vi è più contestazione in ordine alla legittimità del recesso, non vi è dubbio che alla scadenza del termine semestrale decorrente dalla comunicazione del recesso è maturato in capo al socio receduto il diritto di credito della somma corrispondente al valore della quota in base alla situazione patrimoniale esistente al momento del recesso. Nessuna rilevanza, pertanto, possono avere le successive vicende societarie posto che alla scadenza del termine indicato non si era verificata alcuna causa di scioglimento della società, essendo rimasta la pluralità dei soci che è venuta meno solo in epoca successiva e quando ormai il diritto del receduto si era perfezionato. Ne consegue che non vi è alcuna interferenza tra il procedimento di liquidazione della società e il giudizio relativo alla liquidazione della quota conseguente all'inadempimento della società medesima dal momento che il diritto fatto valere con il primo non è quello al riparto conseguente allo scioglimento dell'ente collettivo che comporta la cessazione del rapporto sociale con effetti per tutti i soci con conseguente suddivisione tra tutti i partecipanti del patrimonio residuato al pagamento dei debiti ma quello alla liquidazione della quota del singolo socio che recede dal rapporto che ad una somma di denaro corrispondente al valore della sua partecipazione.

Corte appello Bari sez. I  20 dicembre 2012 n. 1388  

 

Se l'art. 2254 c.c. prevede anche per la società semplice, e per i tipi sociali retti dalle norme della società semplice, il conferimento di beni in proprietà; se quindi la società, a seguito del conferimento di quel tipo, si qualifica come soggetto di diritto in quanto titolare dei diritti reali sui beni conferiti, in una forma di trasferimento del diritto reale non integrante vendita, ma richiedente pur sempre la forma dell'alienazione, quando oggetto di conferimento sia un immobile; se, infine, l'intestazione dei beni immobili conferiti alla società trova la disciplina correlata, sul piano della pubblicità immobiliare, nell'art. 2659 c.c., come riformulato con la legge n. 52/1985; se tutto ciò è vero e trova nella disciplina normativa specifica previsione, deve altresì dedursi che in mancanza di atto formale, non vi è conferimento in proprietà di beni immobili, per i quali può parlarsi solo del conferimento del valore d'uso. I beni immobili, quindi, non formalmente conferiti, o comunque non formalmente acquisiti, non fanno parte in quanto tali del patrimonio della impresa collettiva e ad essi, in fase di liquidazione ex art. 2289 c.c., non può ragguagliarsi il valore della quota, che è quota del patrimonio sociale in base "alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento" (art. 2289 2 comma c.c.). La liquidazione della quota, pertanto, se vi sia valido conferimento del valore d'uso, dovrà essere ragguagliata a quest'ultima entità, mentre l'acquisizione di quota del patrimonio immobiliare, non attinendo alla liquidazione di quota, potrà essere oggetto di un'ordinaria azione di divisione, salva restando la questione se la divisione comporti, o meno, l'indisponibilità del bene finché duri il vincolo di destinazione derivante dal conferimento del valore d'uso nella società.

Cassazione civile sez. VI  04 dicembre 2012 n. 21754  

 

La liquidazione della quota del socio receduto da società irregolare, ai sensi dell'art. 2289 c.c., richiamato dall'art. 2297 comma 1, c.c., consiste nella dazione di una somma di danaro, per la cui esecuzione il debitore è costituito in mora alla data della scadenza del termine entro il quale ne è imposto l'adempimento (sei mesi dal giorno in cui si è verificato lo scioglimento della società), ed il corrispondente credito, risultando da una liquidazione che va compiuta attraverso un mero calcolo aritmetico, deve considerarsi liquido ed esigibile. Ne consegue che alla relativa domanda giudiziale va applicato, ai fini dell'individuazione del giudice territorialmente competente, l'art. 1182, comma 3, c.c., trattandosi di obbligazione da eseguirsi, al pari di quella di pagamento di utili, presso il domicilio del creditore.

Cassazione civile sez. VI  06 novembre 2012 n. 19150  

 

Nel caso di scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio, perfezionatosi prima del verificarsi di una causa di scioglimento della società, al socio uscente spetta la liquidazione della sua quota, ai sensi dell'art. 2289 c.c., e non la quota di liquidazione risultante all'esito del riparto fra tutti i soci, in quanto il presupposto per l'assorbimento del procedimento di liquidazione della quota del socio in quello di liquidazione della società è costituito dalla coincidenza sostanziale tra i due, la quale sussiste solo ove il primo attenga ad un diritto non ancora definitivamente acquisito, quando si verifichino i presupposti per l'apertura del secondo.

Cassazione civile sez. I  27 aprile 2011 n. 9397  

 

L'art. 2289, comma 2 c.c. prevede che nei casi di liquidazione della quota di un socio escluso "se vi sono operazioni in corso, il socio e i suoi eredi partecipano agli utili e alle perdite inerenti alle operazioni medesime". Non possono essere considerate tali, operazioni per le quali non esiste prova del preventivo consenso della società a che siano effettuate.

Tribunale Arezzo  12 aprile 2011

 

L'obbligazione di liquidare la quota di una società di persone in favore del socio receduto o escluso, ovvero degli eredi del socio defunto, fa capo non agli altri soci bensì alla società, sicché la relativa domanda va proposta nei confronti della società medesima, quale soggetto passivamente legittimato, senza che vi sia neppure necessità di evocare in giudizio anche detti altri soci. Conferma App. Genova, 19 maggio 2005

Cassazione civile sez. III  22 marzo 2011 n. 6558  



 
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