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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 23 codice civile: Annullamento e sospensione delle deliberazioni

Le deliberazioni dell’assemblea contrarie alla legge, all’atto costitutivo o allo statuto possono essere annullate su istanza degli organi dell’ente, di qualunque associato o del pubblico ministero (1).

L’annullamento della deliberazione non pregiudica i diritti acquistati dai terzi di buona fede in base ad atti compiuti in esecuzione della deliberazione medesima (2).

Il presidente del tribunale o il giudice istruttore, sentiti gli amministratori dell’associazione, può sospendere, su istanza di colui che ha proposto l’impugnazione, l’esecuzione della deliberazione impugnata, quando sussistono gravi motivi (3). Il decreto di sospensione deve essere motivato ed e’ notificato agli amministratori.

L’esecuzione delle deliberazioni contrarie all’ordine pubblico o al buon costume puo’ essere sospesa anche dall’autorità governativa.


Commento

Annullamento: [v. Libro IV, Titolo II, Capo XII].

Pubblico ministero: organo dello Stato istituito presso la Corte di Cassazione, le Corti di Appello, i Tribunali ordinari e per i minorenni.

Promuove la repressione dei reati e l’applicazione delle misure di sicurezza, nel processo penale; nell’ambito del processo civile, esercita il diritto d’azione nei casi stabiliti dalla legge (art. 69 c.p.c.) ed interviene obbligatoriamente nelle cause indicate dalla legge e facoltativamente in ogni altra causa in cui ravvisa un pubblico interesse (art. 70 c.p.c.).

Gli uffici del pubblico ministero, che sono distinti ed autonomi dall’organo giurisdizionale presso il quale svolgono le loro funzioni, formano, nel loro complesso, la magistratura cd. requirente, che si contrappone alla magistratura giudicante, in quanto promuove e stimola l’attività del giudice (che è ufficio di decisione e di accertamento).

Giudice istruttore: è l’organo investito dell’istruzione della causa, ossia quella fase del procedimento che rende la causa matura per la decisione. Dopo la riforma del ’90, al (—) resta affidata l’attività di istruzione solo in primo grado. In più egli opera come giudice monocratico nelle cause non coperte dalla riserva di collegialità (art. 50bis c.p.c.).

 

(1) L’azione di annullamento è ammessa solo per motivi di legittimità cioè solo nel caso in cui nella formazione della delibera siano state violate le norme di legge o dello statuto.

(2) Si applica la disciplina relativa all’annullamento del contratto [v. 1441-1446] e quindi anche la norma che prevede la salvezza dei diritti acquistati dai terzi in buona fede.

Esempio: nel caso in cui l’assemblea deliberi irregolarmente di vendere un bene dell’associazione, e l’amministratore stipuli in conformità della delibera il contratto di vendita, il compratore (terzo) non perderà i diritti acquistati sul bene nel caso in cui la delibera venga successivamente annullata. Questa tutela è riconosciuta solo nel caso in cui il terzo sia in buona fede ovvero ignori l’invalidità della delibera.

(3) La delibera rimane valida fino a quando non sia stata emessa la sentenza di annullamento. Prima di tale momento, gli amministratori potrebbero quindi dare esecuzione alla delibera stessa. Chi ha proposto l’azione può però chiedere all’autorità giudiziaria, quando sussistono gravi motivi, di sospendere (prima della sentenza) l’efficacia della delibera impugnata.


Giurisprudenza annotata

Previdenza ed Assistenza

Il Fondo Pensioni per il Personale della Banca di Roma ha natura di fondazione e, in quanto tale, è assoggettato alle relative disposizioni codicistiche, sicché l'azione per far valere eventuali violazioni di norme imperative, da parte di una delibera assembleare modificativa dello statuto, è assoggettata a prescrizione quinquennale, trattandosi, ai sensi dell'art. 23, primo comma, cod. civ., di una speciale forma di annullabilità che deroga al principio generale dell'art. 1418 cod. civ., il quale detta, per i negozi contrari a norme imperative, il diverso regime della nullità.

(Cass. Civ. Sez. Lavoro 18/06/2014 n. 13855)

 

 

Compromesso ed Arbitrato

Le controversie associative possono formare oggetto di compromesso, con esclusione soltanto di quelle che coinvolgono interessi protetti da norme inderogabili. (Nel caso di specie, la C.S. ha ritenuto assoggettabile ad arbitrato l'impugnazione della deliberazione assembleare, censurata dall'associato per la convocazione tardiva, l'omessa considerazione di una richiesta di rinvio, l'erroneo calcolo delle maggioranze, l'esclusione dello scopo di lucro del sodalizio, la limitazione dell'attività del medesimo entro la regione e la previsione dell'approvazione di un bilancio preventivo entro il 30 novembre di ciascun anno).

(Cass. Civ. Sez. I 30/12/2011 n. 30519)

 

 

Associazioni e Fondazioni

Le deliberazioni assunte dall'organo di amministrazione di un'associazione non riconosciuta non sono impugnabili per violazione di legge o dello statuto da parte dell'associato, che non sia componente del medesimo organo amministrativo, salvo che ne risulti direttamente leso un suo diritto, in quanto la regola dettata in materia di società per azioni dall'art. 2388 c.c. costituisce un principio generale dell'ordinamento.

(Cass. Civ. Sez. VI 10/05/2011 n. 10188)

 

L'art. 23 c.c., che regolamenta specificatamente l'annullamento e la sospensione delle deliberazioni assembleari delle associazioni, deve ritenersi applicabile anche alle deliberazioni di tutti gli organi collegiali che incidono nella materia dei diritti soggettivi degli associati. Diversamente, atteso che non esiste alcuna normativa specifica che prevede l'impugnabilità della deliberazione di un organo amministrativo, l'associato che lamenta lesione ai propri diritti soggettivi sarebbe privo di tutela solo perché l'atto che si assume lesivo promana da un organo diverso dall'assemblea.

(Trib Roma 09/03/2011 n. 5106)

 

In base al combinato disposto degli art. 23 comma 1 e 24 comma 3 c.c. - dettati in tema di associazioni riconosciute ed applicabili anche alle associazioni non riconosciute - i vizi delle delibere assembleari. si traducano essi in ragioni di nullità ovvero di annullabilità, possono essere fatti valere con azione giudiziaria, non soggetta a termini di decadenza, da qualunque associato, oltre che dagli organi dell'ente e dal p.m., solo con riguardo alle decisioni che abbiano contenuto diverso dall'esclusione del singolo associato, mentre, per queste ultime, l'azione medesima è esperibile esclusivamente dall'interessato, nel termine di decadenza di sei mesi dalla notiticazione.

(Corte Appello Roma Sez.III 03/03/2011 n. 903)

 

La confessione dei Testimoni di Geova gode, ai sensi dell'art. 8 Cost., di piena autonomia in materia spirituale e disciplinare, e non è, perciò, assimilabile ad una associazione ex art. 14 e ss. c.c., a prescindere dalla stipula di una Intesa con lo Stato italiano e dall'emanazione della conseguente legge di approvazione. L'autonomia della Confessione non è, però, assoluta ed incondizionata, dovendo essere contemperata con gli altri valori tutelati dalla legge fondamentale della Repubblica, ed in primo luogo con gli inviolabili diritti dei singoli fedeltà sicché il fedele che sia stato espulso dal culto geovista può legittimamente ricorrere, contro il provvedimento di espulsione, al giudice statale. Tra i diritti intangibili del fedele riveste rilevanza centrale e decisiva il diritto di difesa, che va garantito anche all'interno dell'ordinamento confessionale, anche se tale diritto non deve necessariamente trovare realizzazione mediante l'adozione delle medesime garanzie procedurali previste dall'ordinamento italiano e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, essendo sufficiente il rispetto del suo nucleo essenziale incentrato nel principio del contraddittorio. Nel caso di specie, le concrete modalità con cui si è svolto il procedimento di espulsione non hanno vulnerato il diritto di difesa in misura tale da doversene inferire l'illegittimità del procedimento stesso, né può ritenersi che il procedimento si sia svolto senza rispettare la normativa confessionale, per cui, in attesa della definizione del giudizio di merito, va revocata la sospensione cautelare della delibera di espulsione, ex art. 700 c.p.c. e 14 e ss. c.c., disposta dal giudice unico.

(Trib. Bari 14/12/2004)

 



 
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