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Art. 230-bis codice civile: Impresa familiare

Salvo che sia configurabile un diverso rapporto (1) (2), il familiare (3) che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro (4) nella famiglia (5) o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento  secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato. Le decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano all’impresa stessa (6). I familiari partecipanti all’impresa che non hanno la piena capacità di agire (7) sono rappresentati nel voto da chi esercita la responsabilità genitoriale (8) su di essi.

Il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo (9).

Ai fini della disposizione di cui al primo comma si intende come familiare il coniuge , i parenti entro il terzo grado (10), gli affini entro il secondo; per impresa familiare quella cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo.

Il diritto di partecipazione di cui al primo comma è intrasferibile, salvo che il trasferimento avvenga a favore di familiari indicati nel comma precedente col consenso di tutti i partecipi (11). Esso può essere liquidato in danaro alla cessazione, per qualsiasi causa, della prestazione del lavoro (12), ed altresì in caso di alienazione dell’azienda (13). Il pagamento può avvenire in più annualità, determinate, in difetto di accordo, dal giudice.

In caso di divisione ereditaria (14) o di trasferimento dell’azienda i partecipi di cui al primo comma hanno diritto di prelazione sull’azienda. Si applica, nei limiti in cui è compatibile, la disposizione dell’articolo 732.

Le comunioni tacite familiari nell’esercizio dell’agricoltura sono regolate dagli usi che non contrastino con le precedenti norme (15).

 


Commento

Mantenimento (obbligo di): [v. 315bis]; Azienda: [v. 177]; Avviamento: [v. 2424]; Parentela: [v. 74]; Affinità: [v. 78]; Responsabilità genitoriale: [v. Libro I, Titolo IX]; Divisione ereditaria: [v. 713].

 

Impresa familiare: si configura quando all’attività di impresa collaborano in modo continuativo il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado dell’imprenditore. Può essere ravvisata solo quando non sussista un altro tipo di rapporto.

 

Comunione tacita familiare: si costituisce quando i componenti di una famiglia colonica lavorano in comune sotto la direzione del capo-famiglia.

 

(1) Per quanto riguarda l’impresa coniugale, cfr. art. 177; per l’impresa familiare coltivatrice, cfr. l’art. 48, l. 3-5-1982, n. 203; per i partecipanti all’impresa familiare, dipendenti dall’impresa artigiana, cfr. art. 4, c. 2, n. 3, l. 8-8-1985, n. 443; per l’attività agrituristica, cfr. art. 2, c. 2, l. 20-2-2006, n. 96.

 

(2) Si parla di impresa familiare quando si esclude che l’attività lavorativa sia svolta nell'ambito di un rapporto di lavoro subordinato [v. 2094] oppure di un contratto di società [v. 2251 ss.] o di associazione in partecipazione [v. 2549].

 

(3) Per l’assicurazione obbligatoria contro infortuni sul lavoro e malattie professionali dei familiari partecipanti all’impresa familiare, cfr. d.P.R. 30-6-1965, n. 1124 (art. 4, c. 1, n. 6, a seguito della dichiarazione di illegittimità della Corte cost., sent. 10-12-1987, n. 476). Cfr. anche d.lgs. 23-2-2000, n. 38 (Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali).

 

(4) Le mansioni svolte all’interno dell’impresa familiare possono essere di qualsiasi tipo: sia manuale che intellettuale, esecutivo o gestorio.

 

(5) Il lavoro domestico, cioè svolto nella famiglia, può essere incluso in quello realizzato in favore dell’impresa familiare solo se  esso ha una rilevanza tale da contribuire al miglior andamento dell’impresa. Altrimenti costituisce normale lavoro domestico svolto in attuazione degli obblighi generali gravanti sui coniugi.

 

(6) La maggioranza deve essere calcolata per capi e non per quote (quindi ciascun partecipe ha diritto a un voto di valore pari a quello degli altri).

 

(7) La norma fa riferimento all’incapace di agire, al minore [v. 2] e all’interdetto [v. 414].

 

(8) Le parole «responsabilità genitoriale» hanno sostituito la precedente «potestà» per effetto di quanto disposto ex art. 105, c. 1, d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione).

 

(9) In applicazione dell'art. 37 Cost.  Cfr. art. 14, l. 9-12-1977, n. 903: «Alle lavoratrici autonome che prestino lavoro continuativo nell’impresa familiare è riconosciuto il diritto di rappresentare l’impresa negli organi statutari delle cooperative, dei consorzi e di ogni altra forma associativa».

 

(10) All’impresa familiare partecipano tutti i figli senza alcuna distinzione di categorie.

 

(11) Il trasferimento del diritto di partecipazione effettuato in assenza dei presupposti indicati dalla norma deve essere ritenuto inefficace.

 

(12) La cessazione dell’attività lavorativa può verificarsi sia per fatti soggettivi (qual è l’età avanzata del familiare) sia per fatti oggettivi (come la cessazione dell’attività di impresa).

 

(13) L'alienazione dell'azienda non necessita del consenso degli altri familiari (ai quali, però, spetta il diritto di prelazione).

 

(14) La norma si riferisce al caso in cui l’azienda sia stata trasferita per effetto di una vicenda successoria [v. Libro II, Titolo I] e, in seguito, si proceda all’alienazione di una quota dell’azienda.

 

(15) Alle ipotesi di comunione tacita familiare si applicano le norme dettate per l’impresa familiare, integrate dagli usi vigenti nel settore agricolo (se compatibili).


Giurisprudenza annotata

Impresa ed imprenditore

In tema di impresa familiare, non è applicabile la disciplina di cui all'art. 230-bis c.c. con riferimento all'attività lavorativa svolta nell'impresa commerciale, poiché il concetto di lavoro familiare, applicabile alle sole imprese individuali, è estraneo alle imprese collettive in genere e sociali in particolare, non essendo configurabile nell'ambito della medesima compagine la coesistenza di due rapporti, uno fondato sul contratto di società e l'altro, fra il socio e i suoi familiari, derivante dal vincolo familiare o di affinità.

Cassazione civile sez. un.  06 novembre 2014 n. 23676  

 

L'istituto dell'impresa familiare, per il carattere residuale emergente dall'"incipit" dell'art. 230 bis cod. civ., concerne l'apporto lavorativo all'impresa del congiunto che non rientri nell'archetipo del lavoro subordinato o per il quale non sia raggiunta la prova dei connotati tipici della subordinazione, sicché l'ipotesi del lavoro familiare gratuito resta confinata in un'area limitata. Pertanto, qualora un'attività lavorativa sia stata svolta nell'ambito dell'impresa, il giudice di merito deve valutare le risultanze di causa per distinguere tra lavoro subordinato e compartecipazione all'impresa familiare, escludendo, comunque, la gratuità della prestazione per solidarietà familiare. (Nella specie, applicando l'enunciato principio, la S.C. ha respinto il ricorso avverso la decisione di merito che aveva dichiarato sussistere il rapporto di lavoro subordinato attesa la continuativa presenza della nuora, quale commessa, presso il negozio della suocera). TIPOMASSIMA Rigetta, App. Messina, 25/07/2011

Cassazione civile sez. lav.  22 settembre 2014 n. 19925  

 

Il carattere residuale dell'impresa familiare, quale risulta dall`incipit dell'art. 230 bis c.c., mira a coprire le situazioni di apporto lavorativo all'impresa del congiunto - parente entro il terzo grado o affine entro il secondo - che non rientrino nell'archetipo del rapporto di lavoro subordinato o per le quali non sia raggiunta la prova dei connotati tipici della subordinazione, con l'effetto di confinare in un'area limitata quella del lavoro familiare gratuito. Nei casi nei quali un'attività lavorativa sia stata svolta nell'ambito dell'impresa, il giudice di merito deve tuttavia valutare le risultanze di causa per distinguere tra la fattispecie del lavoro subordinato e quella della compartecipazione all'impresa familiare, escludendo comunque la causa gratuita della prestazione lavorativa per ragioni di solidarietà familiare.

Cassazione civile sez. lav.  22 settembre 2014 n. 19925  

 

L'impresa familiare coltivatrice è equiparabile alla forma più elementare di impresa collettiva, ossia la società semplice. Dal che discende come la quota del familiare consorziato, in caso di decesso, confluisce nel suo asse ereditario. Legittimati passivi rispetto al credito per gli utili sono quindi l'impresa familiare e gli altri familiari consorziati (che rispondono di tale obbligazione con i beni comuni), non già gli eredi del capofamiglia defunto.

Cassazione civile sez. lav.  04 ottobre 2013 n. 22732  

 

 

Contratti agrari

L'impresa familiare ex art. 230 bis cod. civ. non ha alcuna rilevanza esterna e non permette di ritenere esistente un rapporto di rappresentanza reciproca tra i familiari e la persona a capo dell'impresa, sicché, in caso di alienazione di un fondo, la "denuntiatio" ex art. 8, della legge 26 maggio 1965, n. 590, ad uno solo dei coniugi componenti l'impresa non ha effetto nei confronti dell'altro ai fini del decorso del termine di esercizio del diritto di prelazione. Cassa con rinvio, App. Perugia, 11/11/2010

Cassazione civile sez. III  10 luglio 2014 n. 15754  

 

 

Comunione tacita famigliare

Ai sensi dell'art. 2140 c.c. e dell'art. 230 bis c.c., nell'ipotesi di una comunione tacita familiare (in agricoltura) l'acquisto di un bene (immobile) da parte di un singolo componente non comporta il trasferimento automatico della proprietà del bene agli altri membri della comunione, né giustifica una richiesta di divisione di beni di proprietà esclusiva, potendo tutt'al più un tale acquisto dare luogo ad un'azione di risarcimento del danno da parte degli altri membri della comunione tacita familiare; e ciò, tanto nel caso di una pregressa comunione tacita familiare, quanto nel caso di un'ipotetica instaurazione della comunione successiva successivamente all'acquisto, non potendosi ammettere il conferimento di un immobile senza la necessaria forma scritta negoziale, non essendo gli usi idonei a consentire deroga all'art. 1350 c.c. in tema di validità di trasferimenti immobiliari.

Cassazione civile sez. lav.  29 luglio 2013 n. 18201  



 
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