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Art. 230 codice civile

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 19 MAGGIO 1975, N. 151


Giurisprudenza annotata

Impresa ed imprenditore

In tema di impresa familiare, non è applicabile la disciplina di cui all'art. 230-bis c.c. con riferimento all'attività lavorativa svolta nell'impresa commerciale, poiché il concetto di lavoro familiare, applicabile alle sole imprese individuali, è estraneo alle imprese collettive in genere e sociali in particolare, non essendo configurabile nell'ambito della medesima compagine la coesistenza di due rapporti, uno fondato sul contratto di società e l'altro, fra il socio e i suoi familiari, derivante dal vincolo familiare o di affinità.

Cassazione civile sez. un.  06 novembre 2014 n. 23676  

 

L'istituto dell'impresa familiare, per il carattere residuale emergente dall'"incipit" dell'art. 230 bis cod. civ., concerne l'apporto lavorativo all'impresa del congiunto che non rientri nell'archetipo del lavoro subordinato o per il quale non sia raggiunta la prova dei connotati tipici della subordinazione, sicché l'ipotesi del lavoro familiare gratuito resta confinata in un'area limitata. Pertanto, qualora un'attività lavorativa sia stata svolta nell'ambito dell'impresa, il giudice di merito deve valutare le risultanze di causa per distinguere tra lavoro subordinato e compartecipazione all'impresa familiare, escludendo, comunque, la gratuità della prestazione per solidarietà familiare. (Nella specie, applicando l'enunciato principio, la S.C. ha respinto il ricorso avverso la decisione di merito che aveva dichiarato sussistere il rapporto di lavoro subordinato attesa la continuativa presenza della nuora, quale commessa, presso il negozio della suocera). TIPOMASSIMA Rigetta, App. Messina, 25/07/2011

Cassazione civile sez. lav.  22 settembre 2014 n. 19925  

 

Il carattere residuale dell'impresa familiare, quale risulta dall`incipit dell'art. 230 bis c.c., mira a coprire le situazioni di apporto lavorativo all'impresa del congiunto - parente entro il terzo grado o affine entro il secondo - che non rientrino nell'archetipo del rapporto di lavoro subordinato o per le quali non sia raggiunta la prova dei connotati tipici della subordinazione, con l'effetto di confinare in un'area limitata quella del lavoro familiare gratuito. Nei casi nei quali un'attività lavorativa sia stata svolta nell'ambito dell'impresa, il giudice di merito deve tuttavia valutare le risultanze di causa per distinguere tra la fattispecie del lavoro subordinato e quella della compartecipazione all'impresa familiare, escludendo comunque la causa gratuita della prestazione lavorativa per ragioni di solidarietà familiare.

Cassazione civile sez. lav.  22 settembre 2014 n. 19925  

 

L'impresa familiare coltivatrice è equiparabile alla forma più elementare di impresa collettiva, ossia la società semplice. Dal che discende come la quota del familiare consorziato, in caso di decesso, confluisce nel suo asse ereditario. Legittimati passivi rispetto al credito per gli utili sono quindi l'impresa familiare e gli altri familiari consorziati (che rispondono di tale obbligazione con i beni comuni), non già gli eredi del capofamiglia defunto.

Cassazione civile sez. lav.  04 ottobre 2013 n. 22732  

 

 

Azienda

In tema di divieto di concorrenza, l'art. 2557 cod. civ. non ha natura eccezionale poiché non è diretto a derogare al principio di libera concorrenza, ma solo a disciplinare, nel modo più congruo, la portata degli effetti connaturali al rapporto contrattuale intercorso tra le parti, sicchè ne è consentita l'estensione analogica all'ipotesi del cedente l'azienda che abbia poi intrapreso un'attività commerciale concorrente avvalendosi della partecipazione in un'impresa familiare per dissimulare la propria posizione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto violato il divieto di cui alla predetta norma ad opera del cedente un esercizio commerciale per la vendita di frutta e verdura che, successivamente, era entrato a far parte, con una quota minoritaria, di un'impresa familiare, la cui quota di maggioranza era detenuta da sua sorella e di cui erano partecipi anche la moglie ed un nipote, che gestiva minimercati alimentari sulla medesima strada dell'azienda ceduta, gestendo personalmente il reparto ortofrutticolo - pari al venticinque percento dell'ambito merceologico dell'impresa - e pubblicizzando il proprio nome alla radio e sulle buste della spesa). Rigetta, App. L'Aquila, 06/11/2008

Cassazione civile sez. I  25 giugno 2014 n. 14471  

 

 

Comunione tacita famigliare

Ai sensi dell'art. 2140 c.c. e dell'art. 230 bis c.c., nell'ipotesi di una comunione tacita familiare (in agricoltura) l'acquisto di un bene (immobile) da parte di un singolo componente non comporta il trasferimento automatico della proprietà del bene agli altri membri della comunione, né giustifica una richiesta di divisione di beni di proprietà esclusiva, potendo tutt'al più un tale acquisto dare luogo ad un'azione di risarcimento del danno da parte degli altri membri della comunione tacita familiare; e ciò, tanto nel caso di una pregressa comunione tacita familiare, quanto nel caso di un'ipotetica instaurazione della comunione successiva successivamente all'acquisto, non potendosi ammettere il conferimento di un immobile senza la necessaria forma scritta negoziale, non essendo gli usi idonei a consentire deroga all'art. 1350 c.c. in tema di validità di trasferimenti immobiliari.

Cassazione civile sez. lav.  29 luglio 2013 n. 18201  



 
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