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Art. 2308 codice civile: Scioglimento della società

La società si scioglie, oltre che per le cause indicate dall’art. 2272, per provvedimento dell’autorità governativa nei casi stabiliti dalla legge (1), e, salvo che abbia per oggetto un’attività non commerciale, per la dichiarazione di fallimento.


Commento

Dichiarazione di fallimento: provvedimento (sentenza) con il quale il tribunale dichiara il fallimento [v. 2221] e dal quale dipendono gli effetti della procedura concorsuale. In particolare, effetto fondamentale della (—) è il conferimento a tutti i creditori dell’imprenditore fallito del diritto di partecipare alla distribuzione del ricavato dalla liquidazione del suo patrimonio.

 

(1) Deve farsi riferimento all’assoggettamento della società alla liquidazione coatta amministrativa, cioè a quella procedura concorsuale che esclude il fallimento, con la quale si pongono in liquidazione tutti i beni della società per il soddisfacimento dei suoi creditori. Con la liquidazione coatta l’impresa cessa necessariamente di esistere e quindi la società deve sciogliersi.


Giurisprudenza annotata

Impresa ed imprenditore

La cancellazione della società di persone dal registro delle imprese ne determina l'estinzione, (nella specie, conseguente alla venuta meno della pluralità dei soci ex art. 2272, primo comma, n. 4 e 2308 cod. civ.) e la priva della capacità di stare in giudizio, operando un fenomeno di tipo successorio, in forza del quale i rapporti obbligatori facenti capo all'ente non si estinguono ma si trasferiscono ai soci, i quali ne rispondono, a seconda del regime giuridico dei debiti sociali cui erano soggetti "pendente societate", nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente. Ne consegue che, in tale evenienza, i soci, subentrano anche nella legittimazione processuale già in capo all'ente estinto, determinandosi una situazione di litisconsorzio necessario per ragioni processuali, a prescindere dalla scindibilità o meno del rapporto sostanziale. (Principio reso dalla S.C., con cassazione dell'impugnata sentenza e dichiarazione di nullità dei giudizi di merito e rinvio al giudice di primo grado, poiché fin dall'inizio il giudizio era stato instaurato da un solo socio). Cassa con rinvio, Comm. Trib. Reg. Bari, 14/07/2008

Cassazione civile sez. trib.  06 novembre 2013 n. 24955  

 

 

Fallimento

L’art. 2308 c.c. prevede lo scioglimento delle società aventi ad oggetto attività commerciale anche per la dichiarazione di fallimento, indipendentemente dall’accertamento concreto dell’effettivo esercizio dell’attività.

Tribunale Crotone sez. fallimentare  12 luglio 2013

 

La decorrenza del termine annuale per la dichiarazione del fallimento del socio occulto illimitatamente responsabile di una società di fatto, in estensione del fallimento sociale, non può farsi risalire alla data del suo recesso, né, tanto meno, a quella della dichiarazione di fallimento della società - cui consegue soltanto lo scioglimento dell'ente collettivo (art. 2308 c.c.), e non la sua estinzione - ma deve essere ricondotta, in ossequio al principio di certezza delle situazioni giuridiche, alla data in cui lo scioglimento del rapporto del socio con la società sia portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei, senza che possa invocarsi, in contrario, la sentenza della Corte cost. n. 319 del 2000 - dichiarativa dell'illegittimità costituzionale del comma 1 dell'art. 147 l. fall., nella parte in cui non prevede, ai fini della dichiarazione di fallimento del socio illimitatamente responsabile, il termine annuale dalla perdita di tale qualità - giacché la stessa Corte costituzionale ha chiarito (ordinanza n. 321 del 2002) come detta sentenza abbia considerato esclusivamente l'ipotesi in cui la perdita della qualità di socio sia stata regolarmente pubblicizzata, non essendo tra loro equiparabili - proprio in relazione alla necessità di dare certezza alle situazioni giuridiche - la situazione del socio receduto di una società regolarmente costituita e registrata e quella del socio di una società irregolare, perché non iscritta nel registro delle imprese o addirittura occulta. (Alla luce dell'enunciato principio, la S.C. ha quindi negato validità alla tesi del ricorrente, secondo cui il termine annuale per la dichiarazione del proprio fallimento, quale socio occulto di una società di fatto, anch'essa occulta, per la gestione di una farmacia, doveva farsi decorrere dalla data della sentenza dichiarativa del fallimento del titolare della farmacia, sia perché tale sentenza era sottoposta, ai sensi dell'art. 17 l. fall., a forme di pubblicità, che sostituirebbero la pubblicazione del recesso del socio di fatto, sia perché, comunque, con l'acquisizione da parte del curatore fallimentare, l'azienda farmaceutica aveva smesso di operare).

Cassazione civile sez. I  19 settembre 2005 n. 18458  

 

La società di persone costituita nelle forme previste dal codice civile ed avente ad oggetto un'attività commerciale è assoggettabile al fallimento indipendentemente dall'effettivo esercizio dell'attività, poiché acquista la qualità d'imprenditore commerciale dal momento della sua costituzione, non dall'inizio del concreto esercizio dell'attività d'impresa, dovendo ritenersi sussistente il requisito della professionalità richiesto dall'art. 2082 c.c. per il solo fatto della costituzione per l'esercizio di un'attività commerciale, che segna l'irreversibile scelta per il suo svolgimento, come peraltro si desume anche dagli art. 2308 e 2323, c.c., essendo irrilevante che la società di persone non abbia la personalità giuridica, in quanto costituisce nelle relazioni esterne un gruppo solidale ed inscindibile, ed assume la struttura di un soggetto di diritti. (Conferma App. L'Aquila 19 settembre 2001).

Cassazione civile sez. I  28 aprile 2005 n. 8849  

 

 

Imposta di registro

In presenza di scioglimento e liquidazione di una società a norma degli art. 2772 e 2308 c.c., l'assegnazione di immobili acquistati o costruiti dalla società è soggetta ad imposta graduale di registro, a norma dell'art. 88 punto secondo lett. b) all. A) r.d. 30 dicembre 1923 n. 3269.

Comm. trib. centr. sez. XXIV  27 ottobre 1983 n. 3330  

 

La cessione di quote di partecipazione in società in nome collettivo va tassata, ai fini dell'imposta di registro (art. 43 r.d. 30 dicembre 1923 n. 3269), al netto delle passività in quel momento esistenti, e ciò in quanto il carico delle passività rimane alla società stante la sua autonomia patrimoniale, e la responsabilità personale dei soci, per le obbligazioni della società verso i terzi, ha carattere esclusivamente sussidiario e non può essere esercitata che dopo la escussione della società. Tale principio trova applicazione anche nell'ipotesi in cui, a seguito della cessione della quota intervenuta tra i soci, venga meno la pluralità dei medesimi; atteso che pure la società di persone in detta evenienza permane in vita, salva la esistenza di una diversa volontà negoziale di operare con la cessione delle quote ad unico socio lo scioglimento del rapporto societario, e sempre che, nella diversa ipotesi, decorso il semestre, non sia stata reintegrata tale pluralità con conseguente estinzione della società a norma degli art. 2272 n. 4 e 2308 c.c.

Cassazione civile sez. I  24 marzo 1981 n. 1710  

 

 

IRPEF

Le plusvalenze realizzate da soggetti non rientranti tra quelli tenuti alla formazione del bilancio (ex art. 8. 100, 106 t.u. n. 645 del 1958) possono essere sottoposte all'imposta di ricchezza mobile, soltanto se siano dipendenti da una attività o da un intento speculativo, anche se di carattere occasionale (art. 81 ultimo comma t.u. cit.), con la conseguenza che la cessione di quote o di azioni sociali, seppure totale o dell'intero pacchetto azionario non comporta, "ex se", una fattispecie di plusvalenza tassabile, salva l'ipotesi di società di persone nei confronti della quale si sia realizzato lo scioglimento (ex art. 2308 c.c.), in quanto nè dalla riunione delle quote od azioni nella disponibilità di un unico socio, nè dall'alienazione dell'intero pacchetto azionario si determina il trasferimento del patrimonio sociale che continua a permanere nella titolarità della società. Pertanto, nell'ipotesi prevista dall'art. 81 del t.u. citato l'intento speculativo del contribuente, al fine della tassazione della plusvalenza, ove questo non sia soggetto tassabile in base a bilancio, oltre che essere rigorosamente dimostrato dall'Amministrazione finanziaria deve risultare esistente in entrambi i momenti dell'operazione speculativa: acquisto del bene e sua successiva rivendita.

Cassazione civile sez. I  28 marzo 1981 n. 1786  

 



 
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