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Art. 231 codice civile: Paternità del marito

Il marito è padre (1) del figlio concepito o nato durante il matrimonio (2).


Commento

Matrimonio: [v. Libro I, Titolo VI].

 

(1) Art. così sostituito ex d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione) (art. 8), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(2) La legge, per accertare che il figlio è stato concepito dal marito e per accertare che è stato concepito in costanza di matrimonio, soccorre con due presunzioni: la presunzione di paternità (art. 231) e la presunzione di concepimento (art. 232).

 

La funzione della norma è quella di rendere certo uno dei presupposti necessari della filiazione, senza precludere la possibilità di dimostrare l’esistenza, in concreto, di una situazione diversa.


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Nell'ipotesi non prevista dalla legge in cui un embrione, creato in vitro con ovociti e seme di una coppia identificata, venga impiantato per mero errore nell'utero di una donna estranea alla coppia, i minori venuti alla luce a conclusione della gravidanza acquisiscono lo status di figli di chi li ha partoriti, non potendosi riconoscere secondo l'ordinamento vigente né alcun rapporto di filiazione legale con gli identificati genitori genetici né una legittimazione di costoro per promuovere l'azione di disconoscimento della paternità. Non è rilevante e appare manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 269 c.c. nella parte in cui non prevede alcuna eccezione al principio per il quale la madre è colei che partorisce il figlio, dell'art. 239 comma 1 c.c. nella parte in cui limita la possibilità di reclamare lo stato di figlio ai soli casi di supposizione di parto o di sostituzione di neonato e dell'art. 234 bis c.c. nella parte in cui limita la legittimazione a proporre l'azione di disconoscimento di paternità.

Tribunale Roma sez. I  08 agosto 2014

 

È costituzionalmente illegittimo l'art. 4 comma 3 l. 19 febbraio 2004 n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui stabilisce per la coppia di cui all'art. 5, comma 1 della medesima legge, il divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità od infertilità assolute ed irreversibili; è costituzionalmente illegittimo l'art. 9 comma 1 l. n. 40 del 2004, limitatamente alle parole "in violazione del divieto di cui all'art. 4, comma 3"; è costituzionalmente illegittimo l'art. 9 comma 3 l. n. 40 del 2004, limitatamente alle parole "in violazione del divieto di cui all'art. 4, comma 3"; è costituzionalmente illegittimo l'art. 12 comma 1 l. n. 40 del 2004, nei limiti di cui in motivazione.

Corte Costituzionale  10 giugno 2014 n. 162  

 

Qualora il marito chieda ritualmente che si accerti la sua estraneità al concepimento del figlio minore, che non si oppone alla richiesta del genitore apparente, e la moglie-madre aderisca alla domanda maritale indicando anche il vero padre del minore, già deceduto, è inammissibile l'intervento volontario, nel procedimento, della sorella dell'asserito vero padre, che si opponga all'accertamento della paternità del defunto fratello, anche nella sua qualità di erede del soggetto indicato come vero padre del minore: nessuna domanda, invero, era stata avanzata in giudizio nei confronti dell'interveniente e nessuna statuizione, che fosse stata assunta, sarebbe stata a lei opponibile; qualora, poi, malgrado la carenza d'ogni suo interesse formale all'intervento, già acclarata nei due gradi del giudizio di merito, la sorella abbia con cieca, ostinata, costante pertinacia insistito nel suo intervento fino a ricorrere alla S.C., la sua condotta processuale, caratterizzata da colpa grave, giustifica l'irrogazione, a suo carico, di una condanna al pagamento di una somma, quantificata dai giudici, ai sensi dell'art. 385, comma 4, c.p.c., oltre che al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.

Cassazione civile sez. I  08 febbraio 2012 n. 1784  

 

 

Matrimonio

È manifestamente inammissibile in riferimento all'art. 2 cost. e manifestamente infondata in riferimento agli art. 3 e 29 cost., la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 108, 143, 143 bis, 156 bis, 231 c.c., nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentano che persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso.

Corte Costituzionale  05 gennaio 2011 n. 4  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis e 231 c.c., censurati, in riferimento agli art. 3 e 29, comma 1, cost., nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio. Analoga questione è già stata dichiarata non fondata, sia perché l'art. 29 cost. si riferisce alla nozione di matrimonio definita dal codice civile come unione tra persone di sesso diverso, e questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, sia perché le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio, e non risultano allegati profili diversi o ulteriori rispetto a quelli già esaminati (sent. n. 138 del 2010; ordd. n. 16, 34, 42 del 2009, 276 del 2010).

Corte Costituzionale  05 gennaio 2011 n. 4  

 

È manifestamente inammissibile, in riferimento all'art. 2 cost., la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis e 231 c.c., nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio. Analoga questione è già stata dichiarata inammissibile perché diretta ad ottenere una pronunzia additiva non costituzionalmente obbligata e poi manifestamente inammissibile, e non risultano allegati profili diversi o ulteriori rispetto a quelli già scrutinati (sent. n. 138 del 2010; ord. n. 276 del 2010).

Corte Costituzionale  05 gennaio 2011 n. 4  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143- bis, 156- bis e 231 c.c., nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio, per contrasto con gli art. 3 e 29, comma 1, cost. Infatti, con la sentenza n. 138 del 2010, la medesima questione è stata dichiarata non fondata, sia perché l'art. 29 cost. si riferisce alla nozione di matrimonio definita dal codice civile come unione tra persone di sesso diverso, e questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica sia perché (in ordine all'art. 3 cost.) le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio. Gli argomenti addotti nella detta pronuncia sono stati ribaditi nella successiva ordinanza n. 276 del 2010, di manifesta infondatezza. Identiche considerazioni valgono anche con riguardo all'art. 231 c.c., censurato dall'attuale rimettente insieme con le altre norme.

Corte Costituzionale  05 gennaio 2011 n. 4  



 
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