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Art. 2312 codice civile: Cancellazione della società

Approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese.

Dalla cancellazione della società i creditori sociali che non sono stati soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci (1) e, se il mancato pagamento è dipeso da colpa dei liquidatori, anche nei confronti di questi.

Le scritture contabili e i documenti che non spettano ai singoli soci sono depositati presso la persona designata dalla maggioranza.

Le scritture contabili e i documenti devono essere conservati per dieci anni a decorrere dalla cancellazione della società dal registro delle imprese.

CAPO IV
Della societa’ in accomandita semplice


Commento

Registro delle imprese: [v. 2188]; Scritture contabili: [v. Libro V, Titolo II, Capo III, Sez. III, ].

 

(1) Si ricordi che i soci illimitatamente responsabili [v. 2267] restano tali anche dopo la cancellazione della società.


Giurisprudenza annotata

Appello civile

La cancellazione dal registro delle imprese comporta l'estinzione della società, privandola della capacità processuale. Ne consegue che l'appello successivo al verificarsi della cancellazione deve provenire (o essere indirizzato) dai soci (o nei confronti dei soci) succeduti alla società estinta, a pena di inammissibilità, non potendo ritenersi nullo un giudizio (o grado di giudizio) che, per l'inesistenza di uno dei soggetti del rapporto processuale che si vorrebbe instaurare, si rivela strutturalmente inidoneo a realizzare il proprio scopo. Cassa senza rinvio, Comm. Trib. Reg. Basilicata, 24/11/2011

Cassazione civile sez. VI  28 novembre 2014 n. 25275  

 

 

Società

La cancellazione della società di persone nel corso del giudizio relativo a una pretesa già azionata dalla società stessa esprime manifestazione di volontà del liquidatore di rinunciare all'asserito credito. (Nella specie, in applicazione del riferito principio la Suprema corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione avverso la sentenza di appello proposto dal liquidatore e da un socio in proprio, affermando che sia la società che il socio erano privi di legittimazione, la prima perché cancellata dal registro delle imprese, il secondo perché il credito era societario e non dei soci).

Cassazione civile sez. I  10 giugno 2014 n. 13017  

 

L’evento estintivo, ossia la cancellazione della società dal registro delle imprese, è oggetto di pubblicità legale. Salvo impedimenti particolari, non appare quindi ammissibile che l’impugnazione provenga dalla – o sia indirizzata alla – società cancellata, e perciò non più esistente, giacché la pubblicità legale cui l’evento estintivo è soggetto impone di ritenere che i terzi, e quindi anche le controparti processuali, ne siano a conoscenza. Dunque, ove invece l’evento estintivo non sia stato fatto constare nei modi previsti dalla legge o si sia verificato quando il farlo constare in quei modi non sarebbe più stato possibile, l’impugnazione della sentenza pronunciata nei riguardi della società deve provenire o essere indirizzata, a pena d’inammissibilità, dai soci o nei confronti dei soci succeduti alla società estinta, atteso che la stabilizzazione processuale di un soggetto estinto non può eccedere il grado di giudizio nel quale l’evento estintivo è occorso. (Nella specie, poiché la cancellazione della Pizzeria dal registro imprese avveniva nel corso del giudizio di primo grado, la Corte ha ritenuto prodottosi l’effetto estintivo ed ha dichiarato l’appello inammissibile, in quanto proposto da soggetto privo della capacità di stare in giudizio e non più esistente; con condanna inoltre dell’avvocato alle spese, ricorrendo la fattispecie di inesistenza, e non di mera temporanea inefficacia, della procura - sicché dell’attività processuale il legale assume esclusivamente la responsabilità -).

Corte appello Venezia sez. IV  31 marzo 2014 n. 286  

 

La cancellazione della società di persone dal registro delle imprese ne determina l'estinzione, (nella specie, conseguente alla venuta meno della pluralità dei soci ex art. 2272, primo comma, n. 4 e 2308 cod. civ.) e la priva della capacità di stare in giudizio, operando un fenomeno di tipo successorio, in forza del quale i rapporti obbligatori facenti capo all'ente non si estinguono ma si trasferiscono ai soci, i quali ne rispondono, a seconda del regime giuridico dei debiti sociali cui erano soggetti "pendente societate", nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente. Ne consegue che, in tale evenienza, i soci, subentrano anche nella legittimazione processuale già in capo all'ente estinto, determinandosi una situazione di litisconsorzio necessario per ragioni processuali, a prescindere dalla scindibilità o meno del rapporto sostanziale. (Principio reso dalla S.C., con cassazione dell'impugnata sentenza e dichiarazione di nullità dei giudizi di merito e rinvio al giudice di primo grado, poiché fin dall'inizio il giudizio era stato instaurato da un solo socio). Cassa con rinvio, Comm. Trib. Reg. Bari, 14/07/2008

Cassazione civile sez. trib.  06 novembre 2013 n. 24955  

 

In tema di società in nome collettivo, il socio che, dopo lo scioglimento e la cancellazione di quest'ultima dal registro delle imprese, abbia provveduto al pagamento di un debito sociale residuo ha diritto, alla stregua degli art. 2291 e 1299 c.c., di rivalersi "pro quota" nei confronti degli altri soci come lui illimitatamente responsabili, a ciò non ostando il beneficio di escussione disciplinato dall'art. 2304 c.c. (operante solo nei confronti dei creditori sociali e non dei soci che abbiano pagato i debiti sociali, ed avente peraltro efficacia limitatamente alla fase esecutiva), né rilevando, a tal fine, l'avvenuta liquidazione e cancellazione della società dal registro delle imprese, posto che l'art. 2312 comma 2 c.c. consente anche in siffatte ipotesi ai creditori sociali insoddisfatti di far valere le proprie ragioni nei confronti dei soci, le cui reciproche posizioni continuano, pertanto, ad essere legate dal vincolo di solidarietà passiva.

Cassazione civile sez. I  21 febbraio 2013 n. 4380  

 

La situazione di socio occulto di una società in accomandita semplice - la quale è caratterizzata dall’esistenza di due categorie di soci che si diversificano a seconda del livello di responsabilità (illimitata per gli accomandatari e limitata alla quota conferita per gli accomandanti, ai sensi dell’art. 2312 c.c.) - non è idonea a far presumere la qualità di accomandatario, essendo necessario, a tal fine, accertare di volta in volta la posizione in concreto assunta da detto socio, il quale, di conseguenza, assume responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali, ai sensi dell’art. 2320 c.c., solo ove contravvenga al divieto di compiere atti di amministrazione (intesi questi ultimi quali atti di gestione, aventi influenza decisiva o almeno rilevante sull’amministrazione della società, non già di atti di mero ordine o esecutivi) o di trattare o concludere affari in nome della società.

Cassazione civile sez. I  03 giugno 2010 n. 13468  

 

L'art. 2495 c.c., comma 2, come modificato dal d.lg. n. 6/03, art. 4, è norma innovativa e ultrattiva, che, in attuazione della legge di delega, disciplina gli effetti delle cancellazioni delle iscrizioni di società di capitali e cooperative intervenute anche precedentemente alla sua entrata in vigore (1 gennaio 2004), prevedendo a tale data la loro estinzione, in conseguenza dell'indicata pubblicità e quella contestuale alle iscrizioni delle stesse cancellazioni per l'avvenire e riconoscendo, come in passato, le azioni dei creditori sociali nei confronti dei soci, dopo l'entrata in vigore della norma, con le novità previste agli effetti processuali per le notifiche intrannuali di dette citazioni, in applicazione degli art. 10 e 11 preleggi, e dell'art. 73 cost., u.c. Il citato articolo, incidendo nel sistema, impone una modifica del diverso e unanime pregresso orientamento della giurisprudenza di legittimità fondato sulla natura all'epoca non costitutiva della iscrizione della cancellazione che invece dall'1 gennaio 2004 estingue di certo le società di capitali nei sensi indicati. Dalla stessa data per le società di persone, esclusa l'efficacia costitutiva della cancellazione iscritta nel registro, impossibile in difetto di analoga efficacia della loro iscrizione, per ragioni logiche e di sistema, può affermarsi la efficacia dichiarativa della pubblicità della cessazione dell'attività dell'impresa collettiva, opponibile dall'1 luglio 2004 ai creditori che agiscano contro i soci, ai sensi degli art. 2312 e 2324 c.c., norme in base alle quali si giunge ad una presunzione del venir meno della capacità e legittimazione di esse, operante negli stessi limiti temporali indicati, anche se perdurino rapporti o azioni in cui le stesse società sono parti, in attuazione di una lettura costituzionalmente orientata delle norme relative a tale tipo di società da leggere in parallelo ai nuovi effetti costituivi della cancellazione delle società di capitali per la novella. La natura costitutiva riconosciuta per legge a decorrere dall'1 gennaio 2004, degli effetti delle cancellazioni già iscritte e di quelle future per le società di capitali che con esse si estinguono, comporta, anche per quelle di persone, che, a garanzia della parità di trattamento dei terzi creditori di entrambi i tipi di società, si abbia una vicenda estintiva analoga con la fine della vita di queste contestuale alla pubblicità, che resta dichiarativa degli effetti da desumere dall'insieme delle norme pregresse e di quelle novellate, che, per analogia iuris determinano una interpretazione nuova della disciplina pregressa delle società di persone. Per queste ultime, come la loro iscrizione nel registro delle imprese ha natura dichiarativa, anche la fine della loro legittimazione e soggettività è soggetta a pubblicità della stessa natura, desumendosi l'estinzione di esse dagli effetti della novella dell'art. 2495 c.c., sull'intero titolo V del Libro quinto del codice civile dopo la riforma parziale di esso, ed è l'evento sostanziale che la cancellazione rende opponibile ai terzi (art. 2193 c.c.) negli stessi limiti temporali indicati per la perdita della personalità delle società oggetto di riforma.

Cassazione civile sez. un.  22 febbraio 2010 n. 4062

 

 

Impresa ed imprenditore

Per effetto dell'art. 2312, comma 2, c.c. - che in tema di cancellazione delle società in nome collettivo dal registro delle imprese prevede, che "dalla cancellazione della società i creditori sociali che non sono stati soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci e, se il mancato pagamento è dipeso da colpa dei liquidatori, anche nei confronti di questi" - si determina una modificazione del rapporto obbligatorio dal lato passivo, in forza della quale pur se la cancellazione della società dal registro delle imprese non ne determina l'estinzione se e fino a quando permangano debiti sociali, all'obbligazione della società si aggiunge quella dei singoli soci, quale ulteriore garanzia per i creditori insoddisfatti, e, quindi, anche all'Amministrazione delle finanze (nella specie per sanzioni i.v.a. contestate alla società per l'anno 1992 con atto divenuto definitivo) ai quali è data la facoltà di scelta fra l'agire contro la società, non ancora estinta, ovvero contro i soci.

Cassazione civile sez. trib.  10 giugno 2011 n. 12779  

 

 

Spese giudiziali in materia civile

L'art. 94 c.p.c., il quale contempla la condanna alle spese nei confronti dell'avversario vincitore, eventualmente in solido con la parte, del soggetto che la rappresenti (e, quindi, come nella specie, anche dell'amministratore di una società), si giustifica con il fatto che il predetto, pur non assumendo la veste di parte nel processo, esplica pur tuttavia, anche se in nome altrui, un'attività processuale in maniera autonoma, conseguendone l'operatività del principio della soccombenza; tale condanna postula la ricorrenza di gravi motivi, da identificarsi in modo specifico dal giudice, per la loro concreta esistenza, nella trasgressione del dovere di lealtà e probità di cui all'art. 88 c.p.c. ovvero nella mancanza della normale prudenza che caratterizza la responsabilità processuale aggravata di cui all'art. 96, comma 2, c.p.c. (Nell'affermare il principio, la S.C. ha escluso la coincidenza dei gravi motivi con la mera scelta, del rappresentante di società in accomandita semplice, di costituirsi in giudizio in nome e per conto della società per ivi resistere alle pretese di controparte, senza tenere conto che, nell'arco di svolgimento del processo — anteriore al 1º gennaio 2004, data di entrata in vigore della riforma societaria di cui al d.lg. n. 6 del 2003 — un diffuso orientamento giurisprudenziale riteneva che alla cancellazione della società dal registro delle imprese ed ai relativi adempimenti, ex art. 2312 c.c., non seguisse anche la sua estinzione, determinata invece, come in concreto non accertato, dall'effettiva liquidazione di tutti i rapporti giuridici ad essa facenti capo).

Cassazione civile sez. I  08 ottobre 2010 n. 20878

 



 
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