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Art. 232 codice civile: Presunzione di concepimento durante il matrimonio

Si presume concepito (1) durante il matrimonio il figlio nato quando non sono ancora trascorsi trecento giorni dalla data dell’annullamento, dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio (2) (3).

La presunzione non opera decorsi trecento giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale, o dalla omologazione di separazione consensuale, ovvero dalla data della comparizione dei coniugi avanti al giudice quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere separatamente nelle more del giudizio di separazione o dei giudizi previsti nel comma precedente (4).


Commento

 

Annullamento: [v. 89]; Scioglimento: [v. 149]; Cessazione degli effetti civili: [v. 89]; Separazione giudiziale: [v. 150]; Separazione consensuale: [v. 150].

 

(1) Art. sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 90) (Riforma del diritto di famiglia).

 

(2) Comma così sostituito ex art. 9, d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(3) Il termine di trecento giorni è preso in considerazione anche dall’art. 462, c. 2, in tema di capacità a succedere. Si presume, infatti, concepito al momento dell’apertura della successione [v. 456] colui che sia nato entro trecento giorni dalla morte della persona della cui successione si tratta.

 

(4) La riconciliazione dei coniugi fa venire meno gli effetti della separazione e, quindi, rende inapplicabile l’art. 232 mentre torna ad operare l’art. 231.

 

La norma pone una presunzione fondata sulla comune esperienza e sull’esigenza di rendere certo, in base ad elementi obiettivi, un presupposto della filiazione altrimenti non accertabile con sicurezza assoluta.

 


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Ritenuto che l'impugnazione, per difetto di veridicità, del riconoscimento di un figlio naturale postula, a norma dell'art. 263 c.c., la dimostrazione della assoluta impossibilità che il soggetto che abbia, a suo tempo, compiuto il riconoscimento, sia, in realtà, il padre biologico del soggetto da lui riconosciuto come figlio, va respinta la domanda di un soggetto che chieda venga dichiarato non veridico il riconoscimento di un minore affermando di avere, per un non breve periodo, avuto una relazione sentimentale, arricchita da regolari, costanti rapporti sessuali, con la madre del figlio e che quest'ultimo era nato entro 300 giorni dalla fine della relazione, sicché egli riteneva, ex art. 232 c.c., di esserne il padre; l'attore contestava pure la metodologia applicata dalla consulente d'ufficio, che aveva svolto i necessari accertamenti ematologici ed immunogenetici con grande, scrupolosa diligenza e con l'osservanza dei sistemi e dei criteri universalmente oggi acquisiti pacificamente dalla scienza, accertamenti, peraltro, sorretti da una ampia motivazione e che essa aveva corredato da note integrative contenute in seno ad una relazione di chiarimento, pervenendo ad un risultato che escludeva, senza alcun dubbio, la paternità dell'attore, il quale si era, in primo ed in secondo grado, limitato a rifiutare il risultato delle indagini senza motivarne in alcun modo il rifiuto, pur essendosi astenuto dal nominare, come avrebbe potuto, invece, fare, un proprio consulente di parte.

Corte appello Catania  11 luglio 2013

 

Qualora il marito chieda ritualmente che si accerti la sua estraneità al concepimento del figlio minore, che non si oppone alla richiesta del genitore apparente, e la moglie-madre aderisca alla domanda maritale indicando anche il vero padre del minore, già deceduto, è inammissibile l'intervento volontario, nel procedimento, della sorella dell'asserito vero padre, che si opponga all'accertamento della paternità del defunto fratello, anche nella sua qualità di erede del soggetto indicato come vero padre del minore: nessuna domanda, invero, era stata avanzata in giudizio nei confronti dell'interveniente e nessuna statuizione, che fosse stata assunta, sarebbe stata a lei opponibile; qualora, poi, malgrado la carenza d'ogni suo interesse formale all'intervento, già acclarata nei due gradi del giudizio di merito, la sorella abbia con cieca, ostinata, costante pertinacia insistito nel suo intervento fino a ricorrere alla S.C., la sua condotta processuale, caratterizzata da colpa grave, giustifica l'irrogazione, a suo carico, di una condanna al pagamento di una somma, quantificata dai giudici, ai sensi dell'art. 385, comma 4, c.p.c., oltre che al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.

Cassazione civile sez. I  08 febbraio 2012 n. 1784  

 

Ritenuto che in Australia, Stato Federale, in materia di paternità si applica una legge di base valida per tutti i Paesi che lo compongono (il Family Law Act del 1975, per il quale la paternità si presume sia in capo al figlio di uomo sposato, sia a seguito della registrazione della nascita nella quale viene anche indicato il nome del genitore di sesso maschile; ritenuto che nello Stato di South Australia la legge conferisce al Registrar (corrispondente al nostro ufficiale di stato civile) ampi, elastici, discrezionali poteri per il superamento, con idonea prova contraria, della presunzione di paternità; ritenuto che la legge (l'Adoption Act del 1988 dello Stato del South Australia ed il Family Law Act del 1975) conferisce alle Family Courts la competenza sulle adozioni, per cui, se manca nell'atto di nascita ogni menzione sull'ipotesi di adozione, l'eventuale carenza della decisione di uno degli organi giudiziari competenti attesta che adozione non vi è stata e, quindi, non sussiste status di figlio legittimo; ritenuto che non vi è contrasto tra la normativa australiana "de qua" e l'ordine pubblico italiano, fondato sul "favor veritatis" nella attribuzione e qualificazione della prole; ritenuto che i dati sul DNA raccolti dai consulenti tecnici di ufficio (e, peraltro, non contestati) attestano la qualità di figlio naturale del soggetto che contesta il proprio status di figlio legittimo; quanto precede ritenuto e premesso, è fondata, in fatto ed in diritto, la contestazione del proprio stato di legittimità avanzata da un soggetto che ambisce al riconoscimento del proprio status di figlio naturale.

Tribunale Chiavari  12 dicembre 2011

 

In tema di disconoscimento della paternità, ove l'azione sia promossa per celamento della gravidanza, l'esperimento della prova ematologica e genetica non è subordinato all'esito positivo della prova della predetta circostanza, in tal senso deponendo una lettura costituzionalmente orientata dell'art. 235, comma 1, n. 2, c.c., imposta dalla dichiarazione d'illegittimità costituzionale del n. 3 dello stesso articolo, nella parte in cui subordinava l'esame delle prove tecniche alla previa dimostrazione dell'adulterio della moglie (cfr. Corte cost., sent. n. 266 del 2006), nonché il rilievo che tale fattispecie si pone come ipotesi parallela all'adulterio, in quanto l'anomalia del comportamento della moglie consente di dubitare, secondo l'id quod plerumque accidit, che il figlio sia stato generato dal presunto padre.

Cassazione civile sez. I  06 giugno 2008 n. 15088  

 



 
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