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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 234 codice civile: Nascita del figlio dopo i trecento giorni

Ciascuno dei coniugi (1) e i loro eredi possono provare che il figlio, nato dopo i trecento giorni dall’annullamento, dallo scioglimento o dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio, è stato concepito durante il matrimonio.

Possono analogamente provare il concepimento durante la convivenza quando il figlio sia nato dopo i trecento giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale, o dalla omologazione di separazione consensuale, ovvero dalla data di comparizione dei coniugi avanti al giudice quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere separatamente nelle more del giudizio di separazione o dei giudizi previsti nel comma precedente.

In ogni caso il figlio può provare di essere stato concepito durante il matrimonio (2).


Commento

Annullamento: [v. 89]; Scioglimento: [v. 149]; Cessazione degli effetti civili: [v. 89]; Separazione giudiziale: [v. 150]; Omologazione di separazione consensuale: [v. 158].

 

(1) Art. sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 92) (Riforma del diritto di famiglia).

 

(2) Comma così sostituito ex art. 10, d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

 


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Nell'ipotesi non prevista dalla legge in cui un embrione, creato in vitro con ovociti e seme di una coppia identificata, venga impiantato per mero errore nell'utero di una donna estranea alla coppia, i minori venuti alla luce a conclusione della gravidanza acquisiscono lo status di figli di chi li ha partoriti, non potendosi riconoscere secondo l'ordinamento vigente né alcun rapporto di filiazione legale con gli identificati genitori genetici né una legittimazione di costoro per promuovere l'azione di disconoscimento della paternità. Non è rilevante e appare manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 269 c.c. nella parte in cui non prevede alcuna eccezione al principio per il quale la madre è colei che partorisce il figlio, dell'art. 239 comma 1 c.c. nella parte in cui limita la possibilità di reclamare lo stato di figlio ai soli casi di supposizione di parto o di sostituzione di neonato e dell'art. 234 bis c.c. nella parte in cui limita la legittimazione a proporre l'azione di disconoscimento di paternità.

Tribunale Roma sez. I  08 agosto 2014

 

Ritenuto che l'impugnazione, per difetto di veridicità, del riconoscimento di un figlio naturale postula, a norma dell'art. 263 c.c., la dimostrazione della assoluta impossibilità che il soggetto che abbia, a suo tempo, compiuto il riconoscimento, sia, in realtà, il padre biologico del soggetto da lui riconosciuto come figlio, va respinta la domanda di un soggetto che chieda venga dichiarato non veridico il riconoscimento di un minore affermando di avere, per un non breve periodo, avuto una relazione sentimentale, arricchita da regolari, costanti rapporti sessuali, con la madre del figlio e che quest'ultimo era nato entro 300 giorni dalla fine della relazione, sicché egli riteneva, ex art. 232 c.c., di esserne il padre; l'attore contestava pure la metodologia applicata dalla consulente d'ufficio, che aveva svolto i necessari accertamenti ematologici ed immunogenetici con grande, scrupolosa diligenza e con l'osservanza dei sistemi e dei criteri universalmente oggi acquisiti pacificamente dalla scienza, accertamenti, peraltro, sorretti da una ampia motivazione e che essa aveva corredato da note integrative contenute in seno ad una relazione di chiarimento, pervenendo ad un risultato che escludeva, senza alcun dubbio, la paternità dell'attore, il quale si era, in primo ed in secondo grado, limitato a rifiutare il risultato delle indagini senza motivarne in alcun modo il rifiuto, pur essendosi astenuto dal nominare, come avrebbe potuto, invece, fare, un proprio consulente di parte.

Corte appello Catania  11 luglio 2013

 

Qualora l'impianto, nell'utero di donna vedova, in ottemperanza ad un provvedimento cautelare d'urgenza, degli embrioni crioconservati sorti prima della morte del marito, dovesse sortire esito fausto, una interpretazione evolutiva degli art. 234 e 462 c.c. potrebbe plausibilmente consentire al figlio, seppur nato dopo oltre 300 giorni dalla morte del padre, di ottenere sia lo "status" di figlio legittimo, sia il riconoscimento della capacità a succedere, fermo restando che il mancato acquisto dell'uno e dell'altra non giustificherebbe, comunque, la compressione di diritti di valenza costituzionale incommensurabilmente superiore.

Tribunale Palermo  08 gennaio 1999

 

 

Diritti della personalità

La finalità, perseguita dall'art. 30 cost., di tutelare e promuovere il diritto al benessere psicofisico dei figli attraverso il loro inserimento e la loro permanenza in un nucleo domestico offerente due distinti modelli parentali di sesso diverso, trova limite nel diritto alla vita del nascituro e nel diritto della madre alla propria integrità fisica e psichica, diritti anch'essi costituzionalmente protetti (art. 2 e 32) e di più incisiva, diretta, concreta valenza ontologica ed effettuale: ove così non fosse, si provocherebbe un duplice danno gravissimo, certo ed irreversibile a carico del nascituro e della madre, qualora si sopprimessero, in caso di sopravvenuto decesso del marito, gli embrioni crioconservati e già sorti, essendo entrambi i coniugi in vita, dalla fusione dei loro gameti, danno infinitamente maggiore, per gravità, certezza ed irreversibilità, del danno che subirebbe il nascituro inserendosi e permanendo in un contesto familiare privo di uno dei genitori.

Tribunale Palermo  08 gennaio 1999

 

Il divieto di porre in essere, dopo la morte di uno dei "partners", pratiche di procreazione assistita, divieto previsto da un codice deontologico di autoregolamentazione, non giustifica il rifiuto opposto da un centro medico specialistico, osservante il codice predetto, alla richiesta, avanzata da una donna vedova, di procedere a reiterare i tentativi di impianto degli embrioni crioconservati ottenuti in provetta, quando il marito era ancora in vita, dalla unione dei gameti di entrambi i coniugi: il contratto d'opera professionale da essi stipulato con il centro medico conserva, invero, piena validità ed efficacia anche dopo la morte del marito, non potendo un codice deontologico di autoregolamentazione incidere negativamente, con un proprio precetto, sui principi costituzionali e sulla normativa ordinaria vigente che presiedono alla salvaguardia dei diritti fondamentali d'ogni persona umana, vivente o nascitura.

Tribunale Palermo  08 gennaio 1999

 



 
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