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Art. 2350 codice civile: Diritto agli utili e alla quota di liquidazione

Ogni azione attribuisce il diritto a una parte proporzionale degli utili netti e del patrimonio netto risultante dalla liquidazione, salvi i diritti stabiliti a favore di speciali categorie di azioni.

Fuori dai casi di cui all’articolo 2447-bis, la società può emettere azioni fornite di diritti patrimoniali correlati ai risultati dell’attività sociale in un determinato settore. Lo statuto stabilisce i criteri di individuazione dei costi e ricavi imputabili al settore, le modalità di rendicontazione, i diritti attribuiti a tali azioni, nonché le eventuali condizioni e modalità di conversione in azioni di altra categoria (1).

Non possono essere pagati dividendi ai possessori delle azioni previste dal precedente comma se non nei limiti degli utili risultanti dal bilancio della società (2).


Commento

Azione: [v. 2325]; Utili: [v. 2247]; Statuto: [v. 2328]; Bilancio: [v. 2217].

(1) Con tali azioni è consentita la partecipazione mirata ad uno specifico settore dell’attività sociale, contabilmente separato, in quanto il socio parteciperà agli utili e sopporterà le perdite solo in relazione ad essa.

(2) Le società che redigono il bilancio di esercizio secondo i principi contabili internazionali non possono distribuire altresì riserve del patrimonio netto costituite e movimentate in contropartita diretta della valutazione al valore equo di strumenti finanziari e attività nonché gli utili corrispondenti alle plusvalenze iscritte nel conto economico diverse dagli strumenti finanziari di negoziazione (art. 6, d.lgs. 28-2-2005, n. 38, Principi contabili internazionali). Da ciò consegue che i titolari di azioni cd. correlate non percepiranno alcunché se l’attività complessiva della società è in perdita.


Giurisprudenza annotata

Fallimento

In tema di società cooperative, l'insorgenza del diritto del socio alla quota di liquidazione e del relativo credito si verifica soltanto in presenza di una causa di scioglimento del rapporto sociale, anteriormente vantando tale soggetto esclusivamente una mera aspettativa legata all'eventualità che, all'atto del verificarsi di detta causa, il patrimonio della società abbia una consistenza tale da permettere l'attribuzione pro quota di valori proporzionali alla sua partecipazione; ne consegue che, in caso di esclusione dalla società a seguito della dichiarazione di fallimento del socio, il credito di quest'ultimo relativo alla quota di liquidazione nasce - o almeno diviene certo - esclusivamente per effetto della dichiarazione di fallimento, ciò implicando l'assenza dei presupposti necessari per ritenerne la compensabilità, ex art. 56 l. fall., con i contrapposti crediti vantati dalla società nei suoi confronti. (Principio affermato dalla S.C. in un caso di insinuazione al passivo nel fallimento del socio da parte di una banca cooperativa,condannata alla restituzione di quanto ricavato dalla vendita delle azioni realizzata dopo il fallimento).

Cassazione civile sez. I  07 luglio 2008 n. 18599

 

In tema di società, la costituzione del rapporto societario e l'originario conferimento, pur rappresentando il presupposto giuridico del diritto del socio alla quota di liquidazione, non rilevano come fatto direttamente genetico di un contestuale credito restitutorio del conferente, configurandosi la posizione di quest'ultimo come mera aspettativa o diritto in attesa di espansione, destinato a divenire attuale soltanto nel momento in cui si addivenga alla liquidazione (del patrimonio della società o della singola quota del socio, al verificarsi dei presupposti dello scioglimento del rapporto societario soltanto nei suoi confronti), ed alla condizione che a tale momento dal bilancio (finale o di esercizio) risulti una consistenza attiva sufficiente a giustificare l'attribuzione "pro quota" al socio stesso di valori proporzionali alla sua partecipazione. Pertanto, il credito relativo alla quota di liquidazione vantato dal socio di una cooperativa escluso dalla società per effetto della dichiarazione di fallimento (ovvero, ai sensi dell'art. 2533 n. 5 c.c., nel testo introdotto dal d.lg. n. 6 del 2003, a seguito della delibera di esclusione che è in facoltà della società adottare in caso di fallimento del socio) nasce o comunque diviene certo esclusivamente nel momento in cui interviene quella dichiarazione (o quella delibera), con la conseguenza che, non potendosi considerare detto credito anteriore al fallimento, viene a mancare il presupposto necessario, ai sensi dell'art. 56 l. fall., per la compensabilità dello stesso con i contrapposti crediti vantati dalla società nei confronti del socio.

Cassazione civile sez. un.  23 ottobre 2006 n. 22659  

 

La quota o l'azione attribuiscono al socio una complessa posizione contrattuale, comprensiva di poteri e di diritti amministrativi e patrimoniali, tra i quali ultimi è compreso quello avente ad oggetto la quota di liquidazione; diritto che è destinato a divenire esigibile, perché determinato nel suo ammontare, con l'approvazione del bilancio finale di liquidazione ed all'esito di eventuali reclami e, comunque, dopo che siano stati soddisfatti i creditori sociali. Prima di tale momento, il socio non ha una mera aspettativa sfornita di tutela, ma è titolare di una situazione giuridica che lo legittima, tra l'altro, a pretendere il regolare svolgimento delle operazioni sociali e di liquidazione, al fine di non veder pregiudicato l'esito positivo del procedimento liquidatorio, ove permanga un attivo dopo il pagamento dei debiti sociali.

Cassazione civile sez. I  13 gennaio 1999 n. 294  

 

 

Imposta di registro

Con riguardo alla determinazione dell'imposta di successione su quote azionarie detenute dai soci di una S.p.A. eredi del "de cuius", non possono essere imputati al valore patrimoniale della società i debiti fisiologici che questa ha contratto con gli eredi-soci, essendo i debiti in parola discendenti non già da rapporti distinti da quello sociale (ad esempio rapporti di finanziamento o prestazioni lavorative), ma piuttosto dalla stessa partecipazione dei soci alla società, ai sensi dell'art. 2350 c.c.

Cassazione civile sez. trib.  27 settembre 2000 n. 12817  

 

 

Contratti agrari

Il diritto di prelazione - ed il succedaneo diritto di riscatto - che spetta all'affittuario coltivatore diretto ai sensi dell'art. 8 della legge n. 590 del 1965, presuppone necessariamente il "trasferimento a titolo oneroso" del fondo, prodotto cioè da un contratto sinallagmatico, a prestazioni corrispettive, costituite dal trasferimento della proprietà del fondo dietro pagamento del prezzo; esso, pertanto, non sussiste nell'ipotesi in cui, deliberato lo scioglimento di una società per azioni ed effettuata la liquidazione, l'attivo patrimoniale netto della società, consiste in uno o più fondi rustici concessi in affitto a coltivatori diretti, sia assegnato in natura ai soci, in comunione o previa divisione, trattandosi non del trasferimento oneroso del fondo, bensì dell'attuazione del diritto di ciascun socio ad "una parte proporzionale del patrimonio netto risultante dalla liquidazione", ai sensi dell'art. 2350 c.c.

Cassazione civile sez. III  01 dicembre 1987 n. 8936  

 

 



 
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