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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 238 codice civile: Irreclamabilità di uno stato di figlio contrario a quello attribuito dall’atto di nascita

Salvo quanto disposto dagli articoli (1) 128, 234, 239, 240 e 244 (2), nessuno può reclamare uno stato contrario a quello che gli attribuiscono l’atto di nascita di figlio legittimo (3) e il possesso di stato conforme all’atto stesso (4).


Commento

Atto di nascita: [v. 236].

 

(1) Art. sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (Riforma del diritto di famiglia) (art. 94); successivamente la rubrica è stata così sostituita alla precedente «Atto di nascita conforme al possesso di stato» ex art. 13, c. 1, lett. a), d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(2) Le parole «234, 239, 240 e 244» hanno sostituito le precedenti «233, 234, 235 e 239» ex art. 13, c. 1, lett. b), d.lgs. 154/2013 cit.

 

(3) Nella riforma della filiazione rileva lo stato di figlio, senza aggettivazioni, pur se la norma non è stata formalmente adeguata dal d.lgs. 154/2013 cit. con la soppressione della parola «legittimo» [v. 236].

 

(4) Comma abrogato ex art. 13, c. 1, lett. c), d.lgs. 154/2013 cit.

 

La norma stabilisce che lo stato di figlio, comprovato dall’atto di nascita o da una serie di circostanze , non può essere contestato in alcun modo. Ma le eccezioni non mancano: matrimonio putativo, nascita del figlio dopo i 300 giorni, supposizione di parto o alla sostituzione di neonato, contestazione dello stato di figlio, azione di disconoscimento.


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Qualora il figlio, la cui nascita sia avvenuta in costanza di matrimonio dei genitori, sia stato registrato allo stato civile come nato da padre ignoto e da donna che non consente d'essere nominata a causa ed in conseguenza di gravi e drammatici problemi psicologici affliggenti i genitori (nella specie, trattavasi di bambina, il cui gemello era morto precocemente a seguito di aborto spontaneo, nata, dopo solo 25 settimane di gestazione, in condizioni fisiche assai precarie e con notevoli probabilità, in caso di sopravvivenza, d'essere gravemente minorata (cieca) o, comunque, priva di autonomia e d'ogni capacità di relazione), è consentita, al fine di far acquisire all'infante lo "status", del tutto veridico, di figlio legittimo, la proposizione dell'azione di reclamo della legittimità, che ben può essere promossa nei confronti di entrambi i genitori da un curatore speciale del minore. La prova della maternità può ricavarsi dalla documentazione inerente al parto, mentre la prova della paternità, la cui presunzione non vale come integrativa del titolo, può essere suffragata dalle ragioni addotte dai genitori in ordine alle difficoltà d'ordine psicologico che hanno portato alla mancata registrazione del neonato come legittimo, nonché dal fatto che i genitori abbiano successivamente reso una dichiarazione di "riconoscimento" del figlio, pur rifiutata dall'ufficiale di stato civile.

Tribunale Parma  17 ottobre 1998

 

Anche qualora non vi sia conformità tra atto di nascita e possesso di stato, l'impugnativa della paternità è consentita esclusivamente mediante l'esercizio dell'azione di disconoscimento della paternità ad opera di soggetto legittimato. Pertanto, anche in caso di difformità tra atto di nascita e possesso di stato, il preteso padre naturale non è ammesso ad esperire l'azione di contestazione della legittimità al fine di rimuovere la paternità legale.

Corte appello Cagliari  19 ottobre 1991

 

L'azione di contestazione di legittimità, prevista dall'art. 248 c.c., non essendo più ancorata ad ipotesi tassative, deve ritenersi utilizzabile per infirmare qualsiasi elemento costitutivo dello stato di filiazione legittima, compresa la paternità, con l'unico limite costituito dall'art. 238 c.c. Pertanto lo scioglimento del matrimonio (nella specie, per effetto di dispensa pontificia "super rato") e la difformità tra atto di nascita e possesso di stato sono condizioni sufficienti per l'esperimento di tale azione.

Tribunale Monza  03 dicembre 1981

 

Previdenza ed assistenza

I partecipanti all'impresa familiare ex art. 230-bis c.c., che è istituto avente natura residuale e suppletiva, rientrano - in quanto prestatori, ancorché non nell'ambito di un rapporto di lavoro subordinato, di opera manuale o di opera a questa assimilata - fra le persone assicurate contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali ai sensi dell'art. 4, comma 1, n. 6 del d.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124, avendo la Corte costituzionale, con sentenza n. 476 del 1987, dichiarato la parziale illegittimità di questa norma (per sè stessa tale da non consentire l'inclusione, fra le persone ivi elencate, dei partecipanti all'impresa familiare) per contrasto con gli art. 3, comma 1, e 38, comma 2, cost., sul rilievo che, secondo un principio desumibile anche dallo stesso art. 4, la protezione assicurativa è indifferente al titolo o al regime giuridico del lavoro protetto e prende in considerazione questo in quanto lavoro manuale - o di sovraintendenza al lavoro manuale - prestato con obiettiva esposizione al rischio derivante dalle lavorazioni dell'art. 1 del d.P.R. citato.

Cassazione civile sez. lav.  17 aprile 1989 n. 1825  



 
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