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Art. 2386 codice civile: Sostituzione degli amministratori

Se nel corso dell’esercizio vengono a mancare uno o più amministratori, gli altri provvedono a sostituirli con deliberazione approvata dal collegio sindacale, purché la maggioranza sia sempre costituita da amministratori nominati dall’assemblea. Gli amministratori così nominati restano in carica fino alla prossima assemblea (1).

Se viene meno la maggioranza degli amministratori nominati dall’assemblea, quelli rimasti in carica devono convocare l’assemblea perché provveda alla sostituzione dei mancanti.

Salvo diversa disposizione dello statuto o dell’assemblea, gli amministratori nominati ai sensi del comma precedente scadono insieme con quelli in carica all’atto della loro nomina.

Se particolari disposizioni dello statuto prevedono che a seguito della cessazione di taluni amministratori cessi l’intero consiglio, l’assemblea per la nomina del nuovo consiglio è convocata d’urgenza dagli amministratori rimasti in carica; lo statuto può tuttavia prevedere l’applicazione in tal caso di quanto disposto nel successivo comma.

Se vengono a cessare l’amministratore unico o tutti gli amministratori, l’assemblea per la nomina dell’amministratore o dell’intero consiglio deve essere convocata d’urgenza dal collegio sindacale, il quale può compiere nel frattempo gli atti di ordinaria amministrazione.


Commento

Amministratori: [v. 2298]; Collegio sindacale: [v. 2335]; Assemblea: [v. 2341ter]; Statuto: [v. 2328].

Atti di ordinaria amministrazione (e atti eccedenti l’ordinaria amministrazione): la distinzione fra (—) deve essere effettuata tenendo conto degli effetti prodotti dall’atto sul patrimonio del figlio.

L’atto è di ordinaria amministrazione se ha lo scopo di conservare o migliorare il patrimonio su cui incide, mentre eccede l’ordinaria amministrazione nel caso in cui modifichi o alteri la consistenza del patrimonio comportando una diminuzione di ordine economico.

(1) Il legislatore disciplina l’ipotesi in cui un certo numero di amministratori viene a mancare nel corso dell’esercizio; la norma distingue tre ipotesi in base al numero degli amministratori rinunciatari, prevedendo diverse modalità di ricostituzione del consiglio; infatti, se nonostante il venir meno di alcuni amministratori la maggioranza del consiglio rimane in carica, il legislatore prevede una particolare procedura per sostituire gli amministratori mancanti i quali sono nominati dal consiglio stesso. È questo il cd. sistema della cooptazione che consente al consiglio di auto-integrarsi.


Giurisprudenza annotata

Società

È valida la clausola inserita nell’atto statutario che prevede la cessazione dell’intero consiglio di amministrazione a seguito della cessazione di taluni amministratori (nella specie, la Corte ha ritenuto che il ricorrente, che sosteneva che la sua estromissione dal consiglio di amministrazione era stata resa possibile da un’utilizzazione strumentale della clausola statutaria cd. simul stabunt simul cadent, non aveva dimostrato né che la clausola statutaria era stata introdotta nello statuto della società al fine di consentire un uso distorto del meccanismo della decadenza, per aggirare cioè il diritto degli amministratori di essere revocati solo per giusta causa o, in caso contrario, previo risarcimento del danno, né che, in concreto, le sollecitazioni da parte della società, affinché gli amministratori dessero le dimissioni, fossero state esercitate al fine non già di sostituire un centro di controllo gestionale con un altro, ma esclusivamente per ottenere la revocare di un consigliere senza subirne gli oneri economici relativi, così facendo perdere al meccanismo posto in essere la natura di decadenza automatica dalla carica, per far emergere la sua sostanziale natura di revoca senza giusta causa).

Cassazione civile sez. I  07 luglio 2008 n. 18597  

 

La nuova regola codicistica (art. 2386, comma 4), nel sancire la legittimità della clausola "simul stabunt simul cadent", volge a regolare gli effetti del vuoto di potere gestionale, conseguenti alla causa di decadenza operante per tutto il consiglio di amministrazione. E si predispone un meccanismo di scadenza anticipata del consiglio quale condizione risolutiva del rapporto eguale al caso di naturale scadenza del mandato, cui fa seguito la "prorogatio" dei poteri di tutti gli amministratori sino alla convocazione dell'assemblea, che nominerà il nuovo consiglio.

Tribunale Milano  10 giugno 2008

 

La clausola "simul stabunt simul cadent" posta nello statuto di società capitalistica ha il precipuo scopo di evitare la gestione della società da parte di organo amministrativo minoritario, quando, per effetto della cessazione di alcuni consiglieri, si sono rotti gli equilibri già definiti. La nuova regola codicistica (art. 2386 comma 4 c.c.), nel sancire la legittimità della clausola in esame, volge a regolare gli effetti del vuoto di potere gestionale, conseguenti alla causa di decadenza operante per tutto il consiglio di amministrazione. E si predispone un meccanismo di scadenza anticipata del consiglio quale condizione risolutiva del rapporto eguale al caso di naturale scadenza del mandato, cui fa seguito la "prorogatio" dei poteri di tutti gli amministratori sino alla convocazione dell'assemblea, che nominerà il nuovo consiglio.

Tribunale Milano  10 giugno 2008

 

In presenza di clausola "simul stabunt simul cadent" la cessazione dell'intero consiglio di amministrazione in conseguenza delle dimissioni di uno o più consiglieri non comporta il trasferimento di poteri gestori al collegio sindacale.

Tribunale Cagliari  08 marzo 2004

 

In presenza di clausola "simul stabunt simul cadent" la cessazione dell'intero consiglio di amministrazione in conseguenza delle dimissioni di uno o più consiglieri è differita al momento della ricostituzione dell'organo amministrativo.

Tribunale Cagliari  08 marzo 2004

 

La clausola "simul stabunt simul cadent" può legittimamente stabilire, al venir meno di alcuni amministratori, l'immediata decadenza dell'intero consiglio e questo può fare, in accordo con la sua natura di manifestazione di autonomia contrattuale privata, sia privando i superstiti di ogni prerogativa sia conservando presso di loro il potere di convocare l'assemblea per la nomina del nuovo consiglio.

Tribunale Milano  23 marzo 2002

 

La ratifica, ad opera dell'assemblea, della nomina dell'amministratore, in sostituzione di quello venuto a mancare nel corso dell'esercizio, deliberata ex art. 2386, comma 1, c.c. dagli altri amministratori ed approvata dal collegio sindacale, può essere anche implicita, se fatta attraverso una formale delibera con oggetto diverso ma avente come presupposto il conferimento della carica sociale, così determinandosi ugualmente l'inserimento del preposto nella organizzazione sociale e la riferibilità alla società della sua attività. (In applicazione del principio di cui in massima, la S.C. ha ravvisato la ratifica implicita nell'approvazione, da parte dell'assemblea della società di capitali, dei due bilanci successivi alla nomina dell'amministratore).

Cassazione civile sez. lav.  29 marzo 2001 n. 4662  

 

La clausola secondo cui "se per dimissioni o per altre cause viene a mancare la maggioranza degli amministratori si intende cessato l'intero consiglio e deve convocarsi d'urgenza l'assemblea per le nuove nomine" è valida e determina, verificandosi le situazioni ivi previste, la decadenza immediata dell'intero consiglio. L'assemblea per la nomina del nuovo consiglio deve essere pertanto convocata dal collegio sindacale ai sensi dell'art. 2386, comma ultimo c.c.

Tribunale Milano  05 ottobre 2000

 

Il principio di diritto secondo il quale al componente del consiglio di amministrazione di una società va riconosciuta la facoltà di permanenza in carica, nonostante la scadenza del suo mandato, fino a quando non siano stati sostituiti tutti gli altri componenti del consiglio medesimo non è rinvenibile in alcuna delle norme stabilite dall'ordinamento in tema di società e, in particolare, nè nell'art. 2385, comma 2, c.c. (che ha soltanto lo scopo di assicurare la contestualità tra cessazione e sostituzione, ma non consente di far permanere in carica il precedente amministratore, nonostante la sua sostituzione), nè nel successivo art. 2386 (che disciplina la sola ipotesi della sostituzione degli amministratori di nomina assembleare, nel caso che alcuni di essi vengano a mancare nel corso del mandato e, cioè, anteriormente alla cessazione naturale del loro incarico), costituendo, per converso, la clausola "simul stabunt, simul cadent" una evidente deroga, "in subiecta materia", alle disposizioni legislative, la liceità della quale si riconnette direttamente al principio della libertà di manifestazione della autonomia privata che non contrasti con norme imperative, ma la cui validità risulta inderogabilmente condizionata alla esistenza di una esplicita previsione statutaria.

Cassazione civile sez. I  05 settembre 1997 n. 8612



 
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