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Art. 239 codice civile: Reclamo dello stato di figlio

 

Qualora si tratti di supposizione di parto o di sostituzione di neonato (1), il figlio può reclamare uno stato diverso (2).

L’azione di reclamo dello stato di figlio può essere esercitata anche da chi è nato nel matrimonio ma fu iscritto come figlio di ignoti, salvo che sia intervenuta sentenza di adozione (3).

L’azione può inoltre essere esercitata per reclamare uno stato di figlio conforme alla presunzione di paternità da chi è stato riconosciuto in contrasto con tale presunzione e da chi fu iscritto in conformità di altra presunzione di paternità (3).

L’azione può, altresì, essere esercitata per reclamare un diverso stato di figlio quando il precedente è stato comunque rimosso (4).


Commento

Reclamo dello stato di figlio: [v. 249].

 

Supposizione di parto: si verifica quando viene dichiarata la nascita di un figlio da una donna che ha simulato la gravidanza e/o il parto.

 

Sostituzione di neonato: si verifica quando il neonato viene scambiato con un altro per volontà dei genitori o per errore o dolo di coloro che assistevano al parto.

 

(1) Art. così sostituito ex d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione) (art. 14), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(2) Sono state riprodotte le stesse ipotesi della supposizione di parto e della sostituzione di neonato previste dalla disciplina previgente, ma sono stati soppressi il riferimento all’atto di nascita conforme al possesso di stato  e i limiti della prova.

 

(3) I commi secondo e terzo disciplinano le ipotesi di chi risulta iscritto come figlio di ignoti e di conflitto di presunzioni di paternità.

 

(4) Il reclamo dello stato di figlio è l’azione da esercitare qualora il precedente stato di figlio sia stato comunque rimosso.

 


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Va rigettata la domanda di provvedimento d'urgenza volta a conseguire il collocamento in una struttura, con allontanamento dai genitori anagrafici, di due gemelli, in tenerissima età, in realtà figli genetici dei richiedenti (nella specie, a seguito di un errore, vi era stato uno scambio di embrioni nel corso di pratiche di procreazione medicalmente assistita omologa richieste da due coppie, sicché gli embrioni geneticamente riferibili ai ricorrenti erano stati trasferiti alla donna della seconda coppia con esito positivo -a differenza di quanto accaduto a quella della prima-, che aveva poi messo al mondo i due gemelli).

Tribunale Roma sez. I  08 agosto 2014

 

Nell'ipotesi non prevista dalla legge in cui un embrione, creato in vitro con ovociti e seme di una coppia identificata, venga impiantato per mero errore nell'utero di una donna estranea alla coppia, i minori venuti alla luce a conclusione della gravidanza acquisiscono lo status di figli di chi li ha partoriti, non potendosi riconoscere secondo l'ordinamento vigente né alcun rapporto di filiazione legale con gli identificati genitori genetici né una legittimazione di costoro per promuovere l'azione di disconoscimento della paternità. Non è rilevante e appare manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 269 c.c. nella parte in cui non prevede alcuna eccezione al principio per il quale la madre è colei che partorisce il figlio, dell'art. 239 comma 1 c.c. nella parte in cui limita la possibilità di reclamare lo stato di figlio ai soli casi di supposizione di parto o di sostituzione di neonato e dell'art. 234 bis c.c. nella parte in cui limita la legittimazione a proporre l'azione di disconoscimento di paternità.

Tribunale Roma sez. I  08 agosto 2014

 

Qualora il figlio, la cui nascita sia avvenuta in costanza di matrimonio dei genitori, sia stato registrato allo stato civile come nato da padre ignoto e da donna che non consente d'essere nominata a causa ed in conseguenza di gravi e drammatici problemi psicologici affliggenti i genitori (nella specie, trattavasi di bambina, il cui gemello era morto precocemente a seguito di aborto spontaneo, nata, dopo solo 25 settimane di gestazione, in condizioni fisiche assai precarie e con notevoli probabilità, in caso di sopravvivenza, d'essere gravemente minorata (cieca) o, comunque, priva di autonomia e d'ogni capacità di relazione), è consentita, al fine di far acquisire all'infante lo "status", del tutto veridico, di figlio legittimo, la proposizione dell'azione di reclamo della legittimità, che ben può essere promossa nei confronti di entrambi i genitori da un curatore speciale del minore. La prova della maternità può ricavarsi dalla documentazione inerente al parto, mentre la prova della paternità, la cui presunzione non vale come integrativa del titolo, può essere suffragata dalle ragioni addotte dai genitori in ordine alle difficoltà d'ordine psicologico che hanno portato alla mancata registrazione del neonato come legittimo, nonché dal fatto che i genitori abbiano successivamente reso una dichiarazione di "riconoscimento" del figlio, pur rifiutata dall'ufficiale di stato civile.

Tribunale Parma  17 ottobre 1998

 

 

Società

L'art. 2395 c.c. - che, oltre all'azione di responsabilità attribuita alla società ed ai creditori sociali, disciplinate nei precedenti art. 1393 e 2394, contempla un'azione individuale spettante al socio e al terzo, nel caso in cui abbiano risentito un danno diretto per il comportamento doloso o colposo degli amministratori - richiede unicamente che il danno causato dagli amministratori abbia investito in via immediata il patrimonio del socio o del terzo, senza che assuma rilievo che il danno sia stato arrecato dagli amministratori nell'esercizio delle loro incombenze o al di fuori di esso, nè che il danno sia, o meno, ricollegabile ad un inadempimento della società, nè, infine, che l'atto lesivo sia stato eventualmente compiuto dagli amministratori nell'interesse della società o a vantaggio della stessa. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto ammissibile, pur affermandone l'infondatezza nel merito, l'azione di annullamento di una delibera del consiglio d'amministrazione di una s.p.a., con la quale, in occasione di aumento di capitale con emissione di nuove azioni, veniva fissato, per l'assegnazione delle azioni rimaste non optate, un prezzo diverso da quello stabilito per l'opzione).

Cassazione civile sez. I  28 marzo 1996 n. 2850  

 

Le delibere del Consiglio d'amministrazione di una s.p.a. possono essere impugnate anche dai soci, quando siano direttamente lesive dei loro diritti, in quanto i poteri degli amministratori sono circoscritti al campo della gestione e non possono estendersi al mutamento delle caratteristiche strutturali dell'impresa sociale, nè possono riguardare la modifica o la soppressione dei diritti attribuiti ai singoli soci dalla legge o dall'atto costitutivo, alterandosi altrimenti le basi su cui si è costituita la società.

Cassazione civile sez. I  28 marzo 1996 n. 2850  



 
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