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Art. 2390 codice civile: Divieto di concorrenza

Gli amministratori non possono assumere la qualità di soci illimitatamente responsabili in società concorrenti, né esercitare un’attività concorrente per conto proprio o di terzi, né essere amministratori o direttori generali in società concorrenti, salvo autorizzazione dell’assemblea.

Per l’inosservanza di tale divieto l’amministratore può essere revocato dall’ufficio e risponde dei danni (1).


Commento

Amministratori: [v. 2298]; Responsabilità illimitata: [v. 2291]; Direttori generali: [v. 2621].

Divieto di concorrenza: divieto di svolgere un’attività commerciale simile a quella svolta dalla società.

(1) Si noti che l’amministratore della s.p.a. viene così collocato nell’identica situazione del socio illimitatamente responsabile di una società di persone.

L’articolo in commento non prevede, però, la sanatoria presunta dell’attività concorrenziale, contemplata dall’art. 2301.

 


Giurisprudenza annotata

Divieto di concorrenza

L’art. 2390 c.c. dà rilievo ad un conflitto potenziale di interessi, mirando ad evitare che l’amministratore, durante il suo ufficio, si trovi in situazioni di dannoso antagonismo con la società. Il divieto è, quindi, preordinato a tutelare la società ed è inteso a favorire il perseguimento dell’interesse della società da parte dell’amministratore, costituendo una sorta di tutela avanzata della società stessa, al fine di evitare che l’amministratore sia indotto a danneggiarla, facendole concorrenza. La violazione di tale divieto comporta dunque una lesione diretta del patrimonio della società e legittima la stessa alla proposizione dell’azione di risarcimento dei danni, la quale è diretta a far valere la responsabilità dell’amministratore, per la violazione di un dovere (il non fare concorrenza) inerente la sua carica (Nella specie, il Trib. ha dichiarato infondata l’eccezione di incompetenza del giudice adito sollevata dal convenuto, escludendo l’assoggettamento del convenuto stesso ad un potere di coordinazione e controllo, nonché qualificando l’azione di responsabilità esercitata nei confronti di un componente dell’organo amministrativo, rientrante tra le controversie di cui alla lett. a) del comma 2 dell’art. 3 d.lg. 168/2003, e non scaturente dalla violazione di obblighi connessi allo svolgimento di un rapporto inquadrabile tra quelli di cui all’art. 409 n. 3, c.p.c.)

Tribunale Torino  18 ottobre 2013

 

La controversia concernente la responsabilità dell’amministratore di s.r.l. per la violazione del divieto posto dall’art. 2390 c.c. (per effetto del quale gli amministratori non possono assumere la qualità di soci illimitatamente responsabili in società concorrenti, né esercitare una attività concorrente per conto proprio o di terzi, né essere amministratori o direttori generali in società concorrenti, salvo autorizzazione dell’assemblea), va qualificata come azione di responsabilità esercitata nei confronti di un componente dell’organo amministrativo, sicché rientra tra le controversie di cui alla lett. a) del comma 2 dell’art. 3 del d.lg. n. 168 del 2003, con la conseguente sussistenza della competenza del tribunale delle Imprese.

Tribunale Torino  18 ottobre 2013

 

Il divieto di concorrenza è finalizzato a favorire il perseguimento dell'interesse della società da parte dell'amministratore, al fine di evitare che sia indotto a danneggiarla, facendole concorrenza; da ciò deriva che la violazione di tale divieto vulnera direttamente la società ed il suo patrimonio. mentre il danno subito dal socio è soltanto indiretto. Conferma App. Genova, 19 maggio 2005

Cassazione civile sez. III  22 marzo 2011 n. 6558  

 

L'effettivo ambito del patto di non concorrenza è quello significato nel testo della lettera agli atti, che contiene la diretta enunciazione alla società attrice degli impegni non concorrenziali assunti dai convenuti verso l'attrice stessa, mentre l'attività vietata, oggetto del predetto patto, risulta consistere sia nella "promozione/sollecitazione" sia nella "fornitura" del servizio in concorrenza. Manca, innanzitutto, la prova della sussistenza di un'attività di promozione - sollecitazione presso i clienti che l'attrice pretende stornati. Parte attrice, poi, ai fini del riconoscimento del danno conseguente al preteso storno di quattro dipendenti, non ha, altresì, dimostrato nè descritto, quanto meno, quale fosse il complesso della propria organizzazione aziendale e come il predetto preteso storno abbia creato problemi di disgregazione e disorganizzazione. Inoltre, nella fattispecie parte attrice non è stata neppure in grado di evidenziare il benché minimo concreto indice di un subito danno, tanto da richiedere la liquidazione "equitativa" in una misura del tutto apodittica. Infine, manca la prova della violazione del divieto di concorrenza di cui all'art 2390 c.c. Difatti, risulta pacifico che il convenuto abbia collaborato con altra società nel tempo in cui egli era ancora amministratore della società attrice e che essa esercitava attività rientranti tra quelle esercitabili anche dall'attrice medesima.

Tribunale Milano  17 marzo 2005

 

La clausola compromissoria prevista nello statuto societario secondo la quale "tutte le controversie che dovessero sorgere tra la società, i soci, gli amministratori ed i liquidatori, in dipendenza dell'atto costitutivo e del presente statuto, saranno deferite al giudizio di un collegio arbitrale..." comporta senz'altro la cognizione del collegio Arbitrale relativamente alle controversie riguardanti presunte violazioni dell'obbligo di non concorrenza da parte degli amministratori ex art. 2390 e ss. c.c. Difatti, nel concetto di "dipendenza" va annoverata la lite che comporti il sindacato sulla corretta esecuzione degli incarichi gestori dovendosi con ciò condividere il principio espresso dalla Corte di cassazione (12077/90) secondo cui "la clausola compromissoria inserita in un contratto di società comporta la devoluzione ad arbitri non solo delle controversie strettamente attinenti all'interpretazione ed all'esecuzione del contratto di società, ma anche di quelle relative alla gestione imprenditoriale di quest'ultima, ancorché gli effetti pregiudizievoli lamentati da una delle parti incidono su elementi patrimoniali di alcuni soci". Peraltro, la materia controversa è pienamente suscettibile di cognizione arbitrale in quanto come ugualmente statuito dalla S.C., essa non concerne la violazione di principi di ordine pubblico, ne di norme poste a tutela di diritti indisponibili, ovvero dell'interesse collettivo dei soci o dei terzi.

Tribunale Milano  07 gennaio 2004



 
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