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Art. 24 codice civile: Recesso ed esclusione degli associati

La qualità di associato non è trasmissibile, salvo che la trasmissione sia consentita dall’atto costitutivo o dallo statuto (1).

L’associato può sempre recedere dall’associazione se non ha assunto l’obbligo di farne parte per un tempo determinato. La dichiarazione di recesso deve essere comunicata per iscritto agli amministratori e ha effetto con lo scadere dell’anno in corso, purché sia fatta almeno tre mesi prima (2).

L’esclusione d’un associato non può essere deliberata dall’assemblea che per gravi motivi: l’associato può ricorrere all’autorità giudiziaria entro sei mesi dal giorno in cui gli è stata notificata la deliberazione (3).

Gli associati, che abbiano receduto o siano stati esclusi o che comunque abbiano cessato di appartenere all’associazione, non possono ripetere i contributi versati, nè hanno alcun diritto sul patrimonio dell’associazione.


Commento

Atto costitutivo: [v. 14]; Statuto: [v. 16]; Amministratore: [v. 18]; Autorità giudiziaria: [v. 694].

Intrasmissibilità: i diritti sono generalmente trasmissibili, possono cioè essere attribuiti (con una vendita, donazione etc.) ad altre persone, ovvero essere oggetto di successione agli eredi in caso di morte del loro titolare. In alcuni casi però (soprattutto quando il diritto è strettamente connesso alle qualità personali del suo titolare) la legge ne dispone l’(—).

Recesso: è l’atto con il quale l’associato dichiara di non voler far più parte dell’associazione; per produrre effetti dev’essere comunicato all’ente (atto recettizio [v. 1334]).

 

(1) La qualità di associato è strettamente personale per cui non è trasmissibile (in vita, o, dopo la morte dell’associato, agli eredi). La norma mira a garantire l’interesse dei soci a non consentire l’ingresso di nuovi associati indipendentemente dalla loro volontà.

(2) L’associato non può ritirarsi dall’associazione (recedere) quando abbia assunto l’obbligo di farne parte per un periodo di tempo determinato; l’impegno di non recedere è valido però per un periodo di tempo non eccessivamente lungo in modo tale da non trasformarlo in una rinuncia definitiva.

La norma mira a garantire la libertà dell’associato a ritirarsi dall’associazione quando il suo interesse non coincida più con quello perseguito dall’associazione.

(3) L’esclusione dell’associato dev’essere deliberata dall’assemblea (è richiesta la volontà del gruppo per le decisioni più importanti) ed è subordinata alla sussistenza di gravi motivi (es.: nel caso in cui l’associato non abbia pagato i contributi previsti dallo statuto o abbia più in generale violato gli obblighi in esso contenuti). L’associato ha, comunque, sempre diritto di ricorrere all’autorità giudiziaria contro la delibera di esclusione.

Quest’ultima norma intende garantire la permanenza dell’associato nell’associazione proteggendolo dagli abusi della maggioranza.


Giurisprudenza annotata

Radio e Televisione

L'obbligo di informazione sulla facoltà di recesso nel caso di offerte fatte direttamente al pubblico tramite il mezzo televisivo, previsto dal combinato disposto dell'art. 9 d.lg. 15 gennaio 1992 n. 50 e dell'art. 10 d.m. 9 dicembre 1993 n. 581 (recante il regolamento in materia di sponsorizzazioni di programmi radiotelevisivi e offerte al pubblico, in attuazione dell'art. 8, comma 15, l. 6 agosto 1990 n. 223), ricorre anche nel caso in cui vengano offerti al pubblico servizi la cui fruizione è subordinata all'iscrizione ad una associazione (nella specie, di club privati), tramite indicazione dell'importo della quota annua e del numero di telefono cui rivolgersi per aderire alla stessa. L'art. 10 del d.m. n. 581 del 1993 disciplina, infatti, con il rinvio all'art. 9 del d.lg. n. 50 del 1992, i "contratti riguardanti la fornitura di beni o la prestazione di servizi, negoziati da impresa diversa dalla concessionaria sulla base di offerte effettuate direttamente al pubblico tramite il mezzo televisivo", tra i quali rientrano, stante l'ampiezza dell'espressione usata, anche quelli preordinati a consentire l'accesso a detta fornitura: sicché anche l'adesione ad una associazione - la quale può bene svolgere una attività d'impresa ed essere qualificata come "imprenditore commerciale" ai fini della disciplina in esame - quale condizione per accedere ai servizi presentati, deve ritenersi soggetta al diritto di recesso previsto dall'art. 4 del d.lg. n. 50 del 1992, rimanendo tale diritto distinto dal generale diritto di recesso dall'associazione contemplato dall'art. 24 c.c., poiché non fa perdere ex nunc la qualità di associato, ma esclude retroattivamente ed in radice l'acquisto di detta qualità, conformemente alle finalità di tutela di un soggetto ritenuto "debole" sottese al citato art. 4.

(Cass. Civ. Sez. I 28/03/2006 n. 6996)

 

 

Consorzi

In tema di recesso di un comune da un consorzio tra enti locali, nella disciplina di cui agli art. 156-172 t.u. 3 marzo 1934 n. 383 (applicabile alla fattispecie "ratione temporis" in assenza dell'approvazione dello statuto comunale, ai sensi del combinato disposto degli art. 59 comma 2 e 64 l. 8 giugno 1990 n. 142), occorreva seguire la stessa procedura prevista per la sua costituzione dall'art. 156 t.u. n. 383 cit., e cioè doveva essere deliberato dal comune e accettato dall'organo del consorzio a ciò deputato dallo statuto, con conseguente inapplicabilità della disciplina generale contenuta nell'art. 24 c.c. (che consente liberamente il recesso del socio, purché non abbia assunto l'obbligo di farne parte per un tempo determinato) per essere la materia già regolata in sede pubblicistica.

(Cons. Stato Sez. V 11/03/2005 n.1137)

 

 

Associazioni e Fondazioni

La norma dettata dall'art. 24 c.c. - secondo cui gli organi associativi possono deliberare l'esclusione dell'associato per gravi motivi - è applicabile anche alle associazioni non riconosciute, ed implica che il giudice davanti al quale sia proposta l'impugnazione della deliberazione di esclusione abbia il potere-dovere di valutare se si tratti di fatti gravi e non di scarsa importanza, cioè se si sia avverata in concreto una delle ipotesi previste dalla legge e dall'atto costitutivo per la risoluzione del singolo rapporto associativo, prescindendo dall'opportunità intrinseca della deliberazione stessa.

(Cass. Civ. Sez. I 09/09/2004 n. 18186)

 

La norma dettata dall'art. 24 c.c., nel condizionare l'esclusione dell'associato all'esistenza di gravi motivi, e nel prevedere, in caso di contestazione, il controllo dell'autorità giudiziaria, implica per il giudice, davanti al quale sia proposta l'impugnazione della deliberazione di esclusione, il potere non solo di accertare che l'esclusione sia stata deliberata nel rispetto delle regole procedurali al riguardo stabilite dalla legge o dall'atto costitutivo dell'ente, ma anche di verificarne la legittimità sostanziale, e quindi di stabilire se sussistono le condizioni legali e statutarie in presenza delle quali un siffatto provvedimento può essere legittimamente adottato. In particolare, la gravità dei motivi, che possono giustificare l'esclusione di un associato, è un concetto relativo, la cui valutazione non può prescindere dal modo in cui gli associati medesimi lo hanno inteso nella loro autonomia associativa; di tal che, ove l'atto costitutivo dell'associazione contenga già una ben specifica descrizione dei motivi ritenuti così gravi da provocare l'esclusione dell'associato, la verifica giudiziale è destinata ad arrestarsi al mero accertamento della puntuale ricorrenza o meno, nel caso di specie, di quei fatti che l'atto costitutivo contempla come causa di esclusione; quando, invece, nessuna indicazione specifica sia contenuta nel medesimo atto costitutivo, o quando si sia in presenza di formule generali ed elastiche, destinate ad essere riempite di volta in volta di contenuto in relazione a ciascun singolo caso, o comunque in qualsiasi altra situazione nella quale la prefigurata causa di esclusione implichi un giudizio di gravità di singoli atti o comportamenti, da operarsi necessariamente post factum, il vaglio giurisdizionale si estende necessariamente anche a quest'ultimo aspetto (giacché, altrimenti, si svuoterebbe di senso la suindicata disposizione dell'art. 24 c.c.) e si esprime attraverso una valutazione di proporzionalità tra le conseguenze del comportamento addebitato all'associato e l'entità della lesione da lui arrecata agli altrui interessi, da un lato, e la radicalità del provvedimento espulsivo, che definitivamente elide l'interesse del singolo a permanere nell'associazione, dall'altro. (Principio espresso in fattispecie nella quale la delibera di espulsione era stata adottata a carico di un associato che, nel corso di un'assemblea, aveva pronunciato espressioni ritenute gravemente lesive del prestigio degli organi dell'associazione; enunciando il principio di cui in massima, la S.C. ha confermato la sentenza d'appello, la quale aveva annullato il provvedimento di espulsione).

(Cass. Civ. Sez. I 04/09/2004 n. 17907)



 
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