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Art. 2416 codice civile: Impugnazione delle deliberazioni dell’assemblea

Le deliberazioni prese dall’assemblea degli obbligazionisti sono impugnabili a norma degli articoli 2377 e 2379. Le percentuali previste dall’articolo 2377 sono calcolate con riferimento all’ammontare del prestito obbligazionario e alla circostanza che le obbligazioni siano quotate in mercati regolamentati.

L’impugnazione è proposta innanzi al tribunale, nella cui giurisdizione la società ha sede, in contraddittorio del rappresentante degli obbligazionisti (1).


Commento

Obbligazionisti: [v. 2411]; Mercati regolamentati: [v. 2325bis]; Giurisdizione: [v. 1261]; Società: [v. Libro V, Titolo V, Capo V]; Sede: [v. 2295]; Contraddittorio: [v. 67]; Rappresentante degli obbligazionisti: [v. 2417].

 

(1) La disciplina sulle impugnazioni si applica anche all’assemblea speciale dei possessori di azioni di risparmio delle società quotate.

 


Giurisprudenza annotata

Impugnazioni delle delibere assembleari

La deliberazione dell'assemblea degli azionisti ordinari della società emittente e la conseguente deliberazione di approvazione dell'assemblea speciale degli azionisti di risparmio violative dell'obbligo di stabilire i diritti spettanti agli azionisti di risparmio in caso di esclusione dalle negoziazioni delle azioni ordinarie o di risparmio di cui all'art. 145, comma 2, t.u.f. non sono nulle ma annullabili, trattandosi di norma posta a tutela non di interessi generali, tali da trascendere quello dei singoli soci, ma di interessi individuali dei medesimi azionisti di risparmio a vedersi attribuiti particolari diritti in caso di "delisting" della società emittente.

Tribunale Roma sez. III  07 luglio 2011 n. 14708  

 

L'approvazione della modifica delle condizioni del prestito con il concorso di soggetti estranei, quali i portatori dei titoli derivanti da un'emissione diversa, comporta non già la mera annullabilità, ma l'inesistenza della relativa delibera, la cui impugnazione è sottratta al termine di decadenza previsto dall'art. 2377, comma 2, richiamato dall'art. 2416, comma 2, c. c.

Cassazione civile sez. I  31 marzo 2006 n. 7693  

 

Nel caso in cui una società abbia posto in essere una pluralità di emissioni obbligazionarie, aventi caratteristiche diverse, non vi è alcun interesse comune che leghi tra loro i sottoscrittori dei singoli prestiti, ciascuno dei quali è dotato di un proprio specifico regolamento negoziale, al quale risultano estranei i sottoscrittori degli altri prestiti. Ciò determina la necessità di dar vita ad altrettante organizzazioni degli obbligazionisti, con distinte assemblee (ed eventualmente distinti rappresentanti comuni), ciascuna delle quali è chiamata a deliberare su materie di interesse comune dei sottoscrittori del prestito al quale afferisce l'organizzazione. L'eventuale modificazione delle condizioni di ogni prestito richiede, pertanto, unicamente il consenso dei sottoscrittori di quella particolare emissione, nella peculiare forma assembleare indicata dall'art. 2415 c.c., poiché soltanto ad essi fa capo il relativo rapporto obbligatorio con la società emittente; ne consegue che l'approvazione della modifica con il concorso determinante dei sottoscrittori di obbligazioni rivenienti da un'emissione diversa comporta non già la mera annullabilità, ma l'inesistenza della relativa delibera, la cui impugnazione è sottratta al termine di decadenza previsto dall'art. 2377, comma 2, richiamato dall'art. 2416, comma 2, c.c..

Cassazione civile sez. I  31 marzo 2006 n. 7693  

 

Al rappresentante degli obbligazionisti mancante non può essere sostituita, come altra legittimata passiva, la società emittente delle obbligazioni nella proposizione delle impugnazioni contro le deliberazioni assunte dall'assemblea degli obbligazionisti.

Corte appello Milano  17 novembre 1998

 

Nel caso in cui la nomina del rappresentante comune degli obbligazionisti venga fatta dopo l'assunzione di una deliberazione da parte dell'assemblea di questi ultimi, il termine per impugnarla decorre dalla data della sua assunzione e non da quella della nomina del rappresentante predetto.

Corte appello Milano  17 novembre 1998

 

Il rappresentante comune degli obbligazionisti è, per esplicita disposizione di legge, passivamente legittimato a ricevere le impugnazioni delle delibere dell'assemblea degli obbligazionisti; ma, in quanto mero rappresentante, egli non elimina dalla scena sostanziale i suoi rappresentati, nei cui confronti potrebbero essere proposte le suddette impugnazioni in caso di sua mancanza.

Corte appello Milano  17 novembre 1998

 

Il rappresentante degli obbligazionisti è organo che la legge impone di istituire, ma non è essenziale, in generale e sempre, per il funzionamento dell'assemblea degli obbligazionisti; nè in particolare la mancanza del rappresentante vizia di per sè ogni e qualsiasi decisione dell'assemblea sul versante deliberativo o su quello esecutivo; può solo produrre l'annullamento di specifiche deliberazioni assunte a causa del mancato apporto informativo, connaturato alla funzione del predetto rappresentante nell'assemblea degli obbligazionisti e non espletato in contrasto con l'interesse collettivo degli obbligazionisti.

Corte appello Milano  17 novembre 1998

 

L'impugnazione della delibera emessa dall'assemblea degli obbligazionisti per la modifica del regolamento del prestito obbligazionario va proposta nei confronti dell'assemblea stessa a norma dell'art. 2416 c.c. e non già nei confronti della società che abbia formulato la proposta di modifica delle condizioni del prestito.

Tribunale Monza  12 gennaio 1995

 

L'impugnazione di una deliberazione societaria esige la specifica deduzione delle ragioni di nullità che si ritiene la inficiano, in modo che la materia del contendere risulti precisamente definita, in relazione sia alla delimitazione dell'ambito entro e non oltre il quale devono esercitarsi i poteri decisori del giudice, sia al rispetto del principio del contraddittorio. Ne consegue che non è consentito in appello, attraverso il preteso chiarimento di osservazioni mantenute in termini di assoluta genericità nell'atto introduttivo del giudizio, dedurre vizi non specificamente fatti valere con l'atto di citazione.

Cassazione civile sez. I  29 aprile 1994 n. 4177  



 
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