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Art. 2439 codice civile: Sottoscrizione e versamenti

Salvo quanto previsto nel quarto comma dell’articolo 2342, i sottoscrittori delle azioni di nuova emissione(1) (2) devono, all’atto della sottoscrizione, versare (3) alla società almeno il venticinque per cento del valore nominale delle azioni sottoscritte. Se è previsto un soprapprezzo, questo deve essere interamente versato all’atto della sottoscrizione.

Se l’aumento di capitale non è integralmente sottoscritto entro il termine che, nell’osservanza di quelli stabiliti dall’articolo 2441, secondo e terzo comma, deve risultare dalla deliberazione (4), il capitale è aumentato di un importo pari alle sottoscrizioni raccolte soltanto se la deliberazione medesima lo abbia espressamente previsto.


Commento

Sottoscrittori: [v. 2331]; Azioni: [v. 2325]; Emissione: [v. 2438]; Sottoscrizione: [v. 2333]; Società: [v. Libro V, Titolo V, Capo V]; Valore nominale: [v. 2346]; Aumento di capitale: [v. 2360].

 

(1) La norma riproduce le disposizioni già contenute nell’art. 2439, introducendovi alcune modifiche. Il primo luogo, il legislatore ha modificato il valore minimo dei versamenti relativi alle azioni di nuova emissione sottoscritte, indicandolo nel 25% del valore nominale delle stesse, in luogo dei tre decimi precedentemente previsti. Nel caso in cui venga meno la pluralità dei soci, i versamenti ancora dovuti devono essere effettuati entro novanta giorni.

(2) Il versamento, in mancanza di un’espressa statuizione del codice, può essere effettuato nelle mani degli amministratori.

(3) Ci troviamo nella fattispecie disciplinata dall’art. 1332 [v. ®], cioè nella adesione di nuovi soggetti ad un contratto già in fase di esecuzione. La concorde volontà dei due contraenti è espressa in due momenti diversi. Per quanto riguarda la società, la manifestazione è contenuta nel verbale relativo alla delibera di aumento del capitale sociale. I nuovi soci, invece, esprimono la loro adesione con l’atto stesso di sottoscrizione.

(4) La dottrina ha distinto due fattispecie diverse: l’aumento di capitale scindibile e quello inscindibile. Il primo è quello che espressamente prevede la possibilità di un aumento di capitale anche per una cifra inferiore a quella stabilita se non si raggiunge l’importo prefissato. Il secondo invece è quello possibile solo per l’importo prefissato. Secondo la dottrina è necessaria l’espressa previsione solo per l’aumento di capitale scindibile.

 


Giurisprudenza annotata

Società

È valida la delibera di riapertura del termine - precedentemente già spirato - per l'esercizio del diritto di opzione e di prelazione sull'inoptato da parte dei soci, anche se adottata dal Consiglio di amministrazione (nella specie, gli amministratori erano stati espressamente delegati dall'assemblea a stabilire i termini e le modalità per l'esercizio del diritto di opzione e di prelazione), a condizione che il nuovo termine, anche se inferiore a trenta giorni, rientri nel termine finale stabilito ai sensi dell'art. 2439, comma 2, c.c., per la sottoscrizione dell'aumento di capitale.

Tribunale Catania  18 luglio 2013

 

Mentre il termine per la sottoscrizione dell'aumento di capitale è necessariamente fissato dall'assemblea, in quanto "deve risultare dalla deliberazione" (art. 2439 comma 2 c.c.), i termini per l'esercizio del diritto di opzione (come per quello di prelazione) - che deve essere di almeno trenta giorni decorrenti dalla pubblicazione dell'avviso nel registro delle imprese - possono essere fissati dagli amministratori, i quali infatti sono tenuti ad iscrivere siffatto avviso al fine del decorso del termine in parola (art. 2441 comma 2 c.c.).

Tribunale Catania  18 luglio 2013

 

Ha diritto di recesso il socio di una società per azioni che non abbia partecipato alla delibera di modificazione dello statuto sociale che attribuisce all'assemblea dei soci il potere di decidere se la sottoscrizione di nuove azioni a titolo oneroso debba o meno essere accompagnata da contestuale versamento di una quota di contante in deroga al primo comma dell'art. 2439 c.c.

Tribunale Roma  21 gennaio 2013

 

Il termine per l'esercizio del diritto di opzione non deve necessariamente precedere la sottoscrizione dell'aumento di capitale, secondo il modello indicato dall'art. 2439, comma 2, c.c., con la conseguenza che non è invalida, per violazione del diritto di opzione di cui all'art. 2441 c.c., la deliberazione che, avvenuta in assemblea la sottoscrizione del capitale ricostituito sino alla misura del minimo legale ad opera dei soci presenti (nel caso di specie da parte di un solo socio titolare del 50% del capitale), assegni ugualmente ai soci che ne abbiano diritto (nel caso di specie all'altro socio, assente, titolare del rimanente 50 per cento del capitale) un termine per l'esercizio del diritto di opzione, quando tale assegnazione sia accompagnata dalla previsione (integrante una condizione risolutiva) che l'esercizio del diritto rimuova l'acquisto da parte del socio originario sottoscrittore dell'intero capitale.

Cassazione civile sez. I  17 novembre 2005 n. 23262  

 

Nell'ipotesi, prevista dall'art. 2447 c.c., di ricostituzione del capitale sociale ridottosi, per la perdita di oltre un terzo dello stesso, al di sotto del minimo legale, non è imposta l'immediata - in considerazione dell'urgenza connessa all'altrimenti automatico scioglimento della società - sottoscrizione del capitale medesimo (almeno nei limiti del minimo legale) contestualmente alla delibera assembleare di ricostituzione, così che il socio non possa in alcun modo dolersi della mancata, prima della sottoscrizione, fissazione di un termine per l'esercizio del diritto di opzione spettantegli: infatti l'automatico scioglimento della società, ai sensi dell'art. 2448 n. 4, c.c., si produce salvo il verificarsi, con efficacia retroattiva, della condizione risolutiva costituita dalla reintegrazione del capitale (o dalla trasformazione della società) ai sensi dell'art. 2447 cit., sicché non la perdita del capitale in quanto tale e la sua riduzione al di sotto del minimo legale costituiscono la causa dello scioglimento, bensì la mancata reintegrazione del capitale stesso al minimo legale (o la mancata trasformazione della società), mentre la legge (che pure vieta agli amministratori di intraprendere nuove operazioni in presenza di un fatto che determina lo scioglimento della società) non impone la predetta contestualità, limitandosi, invece, il richiamato art. 2447 c.c. a richiedere che gli amministratori provvedano a convocare senza indugio l'assemblea per le deliberazioni dallo stesso previste. È tuttavia legittima la delibera assembleare che, avvenuta in assemblea la sottoscrizione del capitale ricostituito sino alla misura del minimo legale ad opera dei soci presenti, assegni ugualmente ai soci che ne abbiano diritto un termine per l'esercizio del diritto di opzione, quando tale assegnazione del termine sia accompagnata dalla previsione, integrante una condizione risolutiva, che l'esercizio del diritto rimuove l'acquisto da parte dei soci originari sottoscrittori del capitale ricostituito: infatti tale delibera, per quanto non contenga la fissazione di un termine per l'esercizio del diritto di opzione dei soci (art. 2439, comma 2, e 2441 c.c.), tuttavia non viola il predetto diritto (nel suo contenuto di diritto di prelazione, quale garanzia del mantenimento della misura della partecipazione del socio alla società), in funzione del quale soltanto è prevista la fissazione preventiva del termine per la sottoscrizione, essendo, invece, tale diritto salvaguardato mediante la previsione dell'esercizio postumo (e retroattivo) rispetto all'avvenuta integrale sottoscrizione del capitale da parte degli altri soci.

Cassazione civile sez. I  17 novembre 2005 n. 23262  

 

Il comma 2 art. 2439 c.c. pone una regola di carattere generale, prescrivendo che nella deliberazione di aumento del capitale debba essere indicato il termine entro il quale esso può essere sottoscritto. Tale indicazione è richiesta dalla predetta norma nell'interesse generale (evitare il protrarsi indefinito di situazioni di incertezza circa l'ammontare del capitale) e non nell'interesse di singoli soci. Per costoro, infatti, l'esercizio del diritto d'opzione sulle nuove azioni è assicurato dalla diversa disciplina di cui all'art. 2441 c.c., norma che prevede sia forme di pubblicità dell'offerta di opzione al fine di garantire la conoscenza ai soci (oggi l'iscrizione nel registro delle imprese dell'offerta di opzione a cura degli amministratori), sia la fissazione nella stessa di un termine, non inferiore a trenta giorni, per l'esercizio del diritto di opzione e per il contestuale esercizio (da parte dei soci optanti per la sottoscrizione dell'aumento "pro quota") del diritto di prelazione sulla sottoscrizione delle azioni rimaste inoptate. Le due norme contemplano dunque due termini diversi, che assolvono ad una diversa funzione, l'uno operando sul piano della certezza della misura della capitalizzazione della società, e l'altro essendo destinato ad assicurare ai soci la preferenza quando decidano di sottoscrivere le nuove azioni. Tale diversa funzione emerge peraltro dal tenore dello stesso art. 2439 c.c., atteso che tale norma, nel rendere obbligatoria l'indicazione del primo termine, precisa che tale indicazione deve effettuarsi "nell'osservanza" del distinto termine di cui all'art. 2441 c.c., in tal modo chiarendo che i termini sono due e che, in ogni caso, il termine generale non può essere inferiore al termine minimo di trenta giorni previsto "ex lege" per l'esercizio del diritto d'opzione. La necessità di previsione di un termine generale, in aggiunta a quello relativo all'esercizio del diritto di opzione, viene meno o, meglio, viene implicitamente ed indirettamente soddisfatta quando la proposta di aumento risulti rivolta esclusivamente ai soci preesistenti e la delibera richiami soltanto il termine contemplato dell'art. 2441 c.c. In tal caso, infatti, il termine generale verrebbe a coincidere con quello di 30 giorni e questo finirebbe quindi per assolvere, in assenza di altri possibili sottoscrittori (diversi dai soci), anche l'esigenza di assicurare la certezza dell'ammontare del capitale.

Corte appello Milano  10 febbraio 2004

 

 



 
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