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Art. 2445 codice civile: Riduzione del capitale sociale

La riduzione del capitale sociale (1) (2) può aver luogo sia mediante liberazione dei soci dall’obbligo dei versamenti ancora dovuti, sia mediante rimborso del capitale ai soci, nei limiti ammessi dagli articoli 2327 e 2413.

L’avviso di convocazione dell’assemblea deve indicare le ragioni e le modalità della riduzione. Nel caso di società cui si applichi l’articolo 2357, terzo comma, la riduzione deve comunque effettuarsi con modalità tali che le azioni proprie eventualmente possedute dopo la riduzione non eccedano la quinta parte del capitale sociale.

La deliberazione può essere eseguita soltanto dopo novanta giorni dal giorno dell’iscrizione nel registro delle imprese, purchè entro questo termine nessun creditore sociale anteriore (3) all’iscrizione abbia fatto opposizione.

Il tribunale, quando ritenga infondato il pericolo di pregiudizio per i creditori oppure la società abbia prestato idonea garanzia, dispone che l’operazione abbia luogo nonostante l’opposizione (4).


Commento

Capitale: [v. 2327]; Convocazione: [v. 2363]; Assemblea: [v. 2363]; Riduzione (del capitale): [v. 2303]; Azioni: [v. 2325]; Registro delle imprese: [v. 2188].

Opposizione: in questo caso, è un atto stragiudiziale (cioè non compiuto nel corso di un giudizio) col quale i soggetti (i creditori sociali) si rivolgono al giudice per manifestare la propria contraria volontà.

 

(1) Ricordiamo, infatti, che all’atto della sottoscrizione delle azioni i soggetti assumono soltanto l’obbligazione di effettuare i conferimenti, ma non necessariamente li effettuano subito.

(2) Il rimborso del capitale è la restituzione ai singoli soci di somme da loro versate a titolo di conferimento.

(3) Cioè un soggetto che vanti un credito nei confronti della società avente data certa anteriore all’iscrizione della modifica del capitale sociale.

(4) Sono due, dunque, le ipotesi in cui nonostante l’opposizione il Tribunale può disporre che la riduzione abbia luogo: la prestazione di idonea garanzia da parte della società (già prevista nel precedente sistema) e il ritenere da parte dello stesso Tribunale che il pericolo di pregiudizio sia infondato. È evidente l’intento di evitare un uso strumentale dell’opposizione da parte dei creditori.

 

Il capitale sociale serve a garantire i terzi che contrattano con la società. Se il volume di scambi è però notevolmente inferiore al capitale, è inutile immobilizzare le somme relative ai conferimenti, limitando la circolazione della ricchezza.


Giurisprudenza annotata

Procedimento civile

L'opposizione alla fusione di società non può essere ricondotta al "genus" delle impugnazioni delle delibere assembleari né si può ritenere che la sua cognizione sia attribuita al giudice collegiale, non rientrando nel novero delle cause di cui all'art. 50 bis n. 5) c.p.c., essa appartenendo bensì a quella del giudice monocratico così come l'istanza di autorizzazione ex art. 2503 comma 2 e 2445 comma 4 c.c.

Tribunale Milano sez. VIII  14 novembre 2011

 

 

Società

Al fine di impedire che l'opposizione costituisca un intralcio strumentale alle operazioni societarie, il legislatore ha previsto la possibilità per la società interessata di attuare, nonostante l'opposizione, l'operazione stessa, purché il tribunale ravvisi l'infondatezza del pregiudizio lamentato dai creditori oppure in presenza di idonea garanzia (art. 2445, comma 4 c.c.). Nell'ipotesi di fusione e di scissione, invece, l'opposizione è preclusa, quando vi sia il consenso dei creditori, vi sia il deposito delle somme corrispondenti per i creditori non consenzienti, ovvero quando la società di revisione "asseveri che la situazione patrimoniale e finanziaria delle società partecipanti alla fusione rende non necessarie garanzie a tutela dei suddetti creditori" (art. 2502 c.c.).

Tribunale Sala Consilina  25 gennaio 2011

 

L'impugnazione del creditore ai sensi dell'art. 2503 c.c. non comporta, normalmente, profili di invalidità (annullamento-nullità) dell'atto impugnato (perché, come nella specie, non vengono dedotte ragioni di un suo contrasto con norme di legge o di statuto), bensì profili di mera inefficacia dell'atto stesso, sul presupposto che esso possa pregiudicare le garanzie di soddisfacimento del creditore medesimo (cfr. in analogia "eventus damni" dell'azione revocatoria): per questa ragione le applicabili disposizioni di legge (art. 2303, e 2445 u.c.) prevedono che l'opposizione del creditore possa rilevare non alla stregua della validità dell'atto impugnato, bensì solo sotto il profilo della sua attuabilità.

Tribunale Milano sez. VIII  05 marzo 2009 n. 3014  

 

I versamenti in conto capitale (analogamente alla riserva da sovrapprezzo) non sono imputabili a capitale e non generano crediti esigibili dei soci nei confronti della società potendo invece esser loro restituiti soltanto per effetto dello scioglimento della società (e nei limiti dell'eventuale residuo attivo del bilancio di liquidazione) ovvero distribuiti "durante societate" in caso di saturazione della riserva legale con deliberazione dell'assemblea ordinaria; la loro restituzione può essere disposta al di fuori del paradigma normativo di cui all'art. 2445 c.c. Conferma App. Cagliari, 21 marzo 2002

Cassazione civile sez. I  24 luglio 2007 n. 16393

 

Qualora risulti che il capitale sociale di una società per azioni è diminuito di meno di un terzo, l'amministratore non ha l'obbligo di convocare senza indugio l'assemblea, siccome l'operazione non solo non è urgente, ma ha, altresì, natura discrezionale; ma è, invece, tenuto a depositare presso la società una situazione patrimoniale che sia aggiornata dal momento che, non diversamente dal caso di riduzione obbligatoria anche in caso di riduzione facoltativa vige l'esigenza imprescindibile che il ceto sociale sia reso edotto dell'effettiva condizione patrimoniale dell'ente mediante una relazione che ne fotografi lo stato patrimoniale e risponda a canone di adeguatezza, in rapporto alla detta esigenza di informazione interna, e a quella connessa, non meno rilevante, che l'intervento sul capitale e l'impiego delle risorse sia proporzionato al reale fabbisogno della società, solo se è riferita a una data prossima all'adunanza. Siffatta contiguità cronologica, infatti, ha lo scopo di garantire che la riduzione del capitale sociale assolva alla funzione di far coincidere l'entità del capitale nominale con quella effettiva, riconducendo l'una all'altra se e quando effettivamente esso sia divenuto inferiore a quello indicato nell'atto costitutivo. L'anzidetta situazione patrimoniale deve perciò riferirsi a un intervallo minimo di tempo rispetto alla data di convocazione dell'assemblea poiché solo se di data recente, consente idonea informazione ai soci. Deriva, da quanto precede pertantb, che sebbene nell'art. 2446 c.c. non risulti predeterminato testualmente quale debba essere siffatto intervallo temporale, è palese che nella mens legis l'esigenza di adeguatezza impone che lo spatium temporis non sia eccessivamente dilatato. Correttamente, pertanto, il giudice del merito ritiene che il riferimento alla situazione patrimoniale, consacrata nell'ultimo bilancio approvato a epoca risalente a ben due anni prima dell'adunanza non rende appropriata informazione ai soci, benché si tratti dell'ultimo bilancio approvato.

Cassazione civile sez. I  13 gennaio 2006 n. 543  

 

In materia di riduzione nominale del capitale sociale, ove questo sia eseguito per adeguare il capitale sociale al patrimonio netto, la fattispecie rappresenta ipotesi che non è specificamente regolata dal legislatore. Questi, infatti, ha predisposto specifica disciplina nell'art. 2445 c.c. per il caso di riduzione, anch'essa facoltativa, ma effettiva, vale a dire per esuberanza, e per quello di riduzione per perdite ma non già facoltativa bensì obbligatoria, che è oggetto della previsione testuale dell'art. 2446 c.c. e per la “species” più grave in cui il capitale sociale sia stato totalmente eroso a causa delle perdite, dell'art. 2447 c.c. Emerge, pertanto, dal quadro normativo riferito, che delle tre ipotesi di riduzione del capitale sociale per perdite, quella per perdite inferiori al terzo e le altre due per perdite superiori al terzo, la prima non è stata specificamente regolamentata. Tale constatazione non legittima, tuttavia, l'affermazione di esistenza di.un vuoto normativo cui consegua un'articolazione dell'operazione rimessa alla mera discrezionalità dei singoli enti, i quali rimarrebbero liberi di disciplinarla secondo criteri e scansioni che finirebbero, per essere del tutto difformi da caso a caso, a seconda delle singole specifiche previsioni statutarie. È evidente, pertanto, l'esigenza anche attesa l'influenza dell'operazione sugli interessi dei terzi, e segnatamente dei creditori sociali, le cui ragioni sono garantite proprio dal capitale sociale, che l'operazione stessa si attui alla stregua di un modello astrattamente predefinito, che offra adeguata garanzia di protezione sia per l'una che per l'altra categoria di soggetti interessati e che, nel silenzio del legislatore, deve necessariamente mutuarsi dall'istituto, espressamente regolamentato dall'art. 2466 c.c.

Cassazione civile sez. I  13 gennaio 2006 n. 543  

 

La riduzione facoltativa del capitale sociale per perdite inferiori al terzo è un'operazione destinata per sua stessa natura ad incidere sull'assetto sociale, e quindi ad interferire nella sfera soggettiva dei soci, in particolare sul loro diritto alla distribuzione degli utili, nonché a spiegare influenza sui diritti dei terzi, e segnatamente dei creditori sociali, le cui ragioni sono garantite proprio dal capitale sociale; essa non è contemplata specificamente né dall'art. 2445 c.c., che si riferisce alla diversa ipotesi di esuberanza del capitale, né dagli art. 2446 e 2447, che prevedono la riduzione obbligatoria per perdite, ma deve ugualmente attuarsi secondo un modello predefinito che offra adeguate garanzie di protezione ad entrambe le predette categorie di soggetti; nel silenzio del legislatore, la sua disciplina dev'essere ricavata, ai sensi dell'art. 12, comma 2, disp. prel. c.c., dai principi generali desumibili dall'art. 2446, con gli adattamenti resi necessari dalla discrezionalità dell'operazione, connessa alla minore entità della perdita: ne consegue che l'amministratore, mentre non è tenuto a convocare senza indugio l'assemblea, deve rendere edotti i soci dell'effettivo stato patrimoniale della società, mediante una situazione patrimoniale riferita ad una data prossima a quella dell'adunanza; tale situazione patrimoniale può essere surrogata anche dall'ultimo bilancio di esercizio, purché sia rispettata quell'esigenza di continuità temporale, rispetto alla data di convocazione dell'assemblea, che garantisce un'idonea informazione dei soci, e non siano nel frattempo sopravvenuti fatti significativi.

Cassazione civile sez. I  13 gennaio 2006 n. 543  



 
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