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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 245 codice civile: Sospensione del termine

Se la parte interessata (1) a promuovere l’azione di disconoscimento di paternità si trova in stato di interdizione per infermità di mente ovvero versa in condizioni di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, la decorrenza del termine indicato nell’articolo 244 è sospesa nei suoi confronti, sino a che duri lo stato di interdizione o durino le condizioni di abituale grave infermità di mente.

Quando il figlio si trova in stato di interdizione ovvero versa in condizioni di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, l’azione può essere altresì promossa da un curatore speciale nominato dal giudice, assunte sommarie informazioni, su istanza del pubblico ministero, del tutore, o dell’altro genitore. Per gli altri legittimati l’azione può essere proposta dal tutore o, in mancanza di questo, da un curatore speciale, previa autorizzazione del giudice (2).


Commento

Azione di disconoscimento della paternità: [v. 243bis]; Interdizione: [v. 85]; Curatore speciale: [v. 165]; Tutore: [v. 357].

 

(1) Art., da ultimo, così sostituito ex d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione) (art. 19, c. 1), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(3) Il nuovo comma aggiunto all’art. 245 consente di ricorrere ad un curatore speciale o al tutore, distinguendo a seconda dei soggetti legittimati.

 

La disposizione si fonda sul principio di conservazione del diritto di azione in capo al soggetto titolare, quando si trovi nell’impossibilità, per l’accertata incapacità di provvedere ai propri interessi, di proporre consapevolmente (conoscendone i presupposti e rappresentandosene coscientemente gli effetti) la domanda giudiziale.


Giurisprudenza annotata

Filiazione

È costituzionalmente illegittimo l'art. 245 c.c., nella parte in cui non prevede che la decorrenza del termine indicato nell'art. 244 c.c. è sospesa anche nei confronti del soggetto che, sebbene non interdetto, versi in condizione di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, sino a che duri tale stato di incapacità naturale. La disposizione censurata - il cui inequivoco dato letterale non consente di estenderne, in via interpretativa, l'operatività anche in favore del suindicato soggetto - si pone in contrasto con gli art. 3 e 24 cost. in quanto prevede una irragionevole equiparazione del soggetto capace a quello di fatto incapace, ovvero (specularmente) una irragionevole diversità di trattamento riservata a soggetti che versino in un'identica situazione di abituale grave infermità di mente, che preclude in entrambi i casi la conoscenza dei fatti costitutivi dell'azione in esame; e contestualmente lede il diritto di azione impedendone l'esercizio al titolare di un'azione personalissima che si trovi nella condizione di non avere conoscenza e consapevolezza del fatto costitutivo dell'azione e quindi nella impossibilità di esperirla validamente e tempestivamente; con la precisazione che, ai sensi del combinato disposto degli art. 429 e 431 c.c., l'estensione della garanzia della sospensione varrà solo per quegli incapaci naturali rispetto ai quali (non già sulla base di una presunzione, bensì in ragione delle prove offerte, acquisite e valutate dal giudice) sia stato accertato che versino in uno stato di grave abituale infermità mentale, che sussistano cioè quei medesimi presupposti richiesti dall'art. 414 c.c. per la dichiarazione di interdizione, e fino a quando sia stato ugualmente provato il venir meno dello stato di incapacità (sentt. n. 134 del 1985, 112, 216 del 1997, 170 del 1999).

Corte Costituzionale  25 novembre 2011 n. 322  

 

L'art. 245 c.c. è costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non prevede che la decorrenza del termine annuale per la proposizione dell'azione di disconoscimento della paternità è sospesa nei confronti del soggetto che, sebbene non interdetto, versi in condizione di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, sino a che duri tale stato di incapacità naturale (ovviamente la sospensione vale solo per quegli incapaci naturali rispetto ai quali - in ragione delle prove offerte, acquisite e valutate dal giudice - sia stato accertato che versino in uno stato di grave abituale infermità mentale, ossia che sussistano quei medesimi presupposti richiesti dall'art. 414 c.c. per la dichiarazione di interdizione, e fino a quando sia stato ugualmente provato - ove nel frattempo non si sia pervenuti autonomamente ad una dichiarazione di interdizione - il venir meno dello stato di incapacità: di conseguenza per l'incapace naturale, al pari dell'interdetto, vale la regola della corrispondenza della durata della sospensione della decorrenza del termine alla situazione di effettiva incapacità del soggetto che ne beneficia).

Corte Costituzionale  25 novembre 2011 n. 322  

 

 

Lavoro subordinato

Il principio di acquisizione probatoria - che comporta l'impossibilità per le parti di disporre degli effetti delle prove ritualmente assunte, le quali possono giovare o nuocere all'una o all'altra parte indipendentemente da chi le abbia dedotte - trova fondamento nel principio del giusto processo di cui all'art. 111 Cost. e riscontro in disposizioni del codice di rito, quale l'art. 245, secondo comma, cod. proc. civ., secondo cui "la rinuncia fatta da una parte all'audizione dei testimoni da essa indicati non ha effetto se le altre non vi aderiscono e se il giudice non vi consente". Ne consegue che nel rito del lavoro, in assenza di siffatta rinuncia, il giudice, anche in appello, non può non escutere i testi non nuovi ma già ammessi nel giudizio di primo grado su istanza di una parte (e per i quali non siano intervenute decadenze) di cui sia stata richiesta l'audizione dalla controparte, senza che assuma rilievo che quest'ultima sia stata dichiarata decaduta dalla propria prova testimoniale. Cassa con rinvio, App. Bolzano, 26/10/2007

Cassazione civile sez. lav.  25 settembre 2013 n. 21909  

 

 

Prova

I verbali della polizia giudiziaria annessi al "rapporto", assolvendo ad una funzione (diversa da quella propria dell'atto pubblico) di informativa all'autorità giudiziaria di una notizia di reato, sono soggetti - ai sensi dell'art. 116 c.p.c. - alla libera valutazione del giudice del merito in relazione alla intrinseca veridicità delle dichiarazioni dei soggetti verbalizzanti, specie quando esse abbiano la natura di una testimonianza ed esprimano valutazioni, percezioni, sensazioni in ordine alla rappresentazione di un fatto dal quale possano sorgere responsabilità penali. Ne consegue che non è - di per sè - preclusa la prova testimoniale contro le attestazioni recepite nel verbale della polizia giudiziaria, ma ogni valutazione del giudice del merito in ordine alla rilevanza - o meno - della prova in concreto, è incensurabile in sede di legittimità, se adeguatamente e correttamente motivata.

Cassazione civile sez. III  14 dicembre 2002 n. 17949  

 

Il giudice che non ha fatto uso della facoltà di ridurre le liste dei testimoni con l'ordinanza di ammissione della prova, non ha l'obbligo di esaurire l'esame di tutti i testi ammessi qualora, per i risultati raggiunti, ravvisi superflua l'ulteriore assunzione della prova.

Cassazione civile sez. III  03 dicembre 1985 n. 6048



 
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