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Art. 2450 codice civile

ARTICOLO ABROGATO DAL D.L. 15 FEBBRAIO 2007, N. 10, CONVERTITO CON MODIFICAZIONI DALLA L. 6 APRILE 2007, N. 46


Giurisprudenza annotata

Giurisdizione civile

Sussiste la giurisdizione del giudice ordinario nella controversia avente ad oggetto la deliberazione con la quale il Consiglio comunale ha disposto la revoca di alcuni consiglieri dalla carica di amministratori di una società a prevalente partecipazione comunale, ove l'ente locale abbia agito nella veste di socio della società e lo statuto societario, nell'attribuire all'ente locale il potere di nomina della maggioranza degli amministratori della medesima società, contenga uno specifico riferimento e/o richiamo agli artt. 2449 e 2450 c.c.

T.A.R. Latina (Lazio) sez. I  09 gennaio 2013 n. 17  

 

Deve essere devoluta al g.o. la controversia avente ad oggetto la domanda di annullamento di provvedimenti comunali di non approvazione del bilancio e conseguente revoca degli amministratori della società per azioni di cui il Comune sia socio unico, costituendo gli atti gravati espressione non di potestà amministrativa, ma dei poteri conferiti all'ente locale dagli art. 2383, 2458 e 2459 c.c. (questi ultimi due divenuti, con l'entrata in vigore della riforma del diritto societario, art. 2449 e 2450 c.c.): la posizione soggettiva degli amministratori revocati, che non svolgono, né esercitano un pubblico servizio, va configurata, dunque, in termini di diritto soggettivo, tutelabile dinanzi al g.o.

T.A.R. Latina (Lazio) sez. I  09 gennaio 2013 n. 17  

 

Il potere di nomina di amministratori e sindaci di società a partecipazione statale o di altri enti pubblici - contemplato dagli artt. 2449-2450 c. c. - è attribuito al soggetto pubblico nella sua veste di socio, risolvendosi nell'esercizio diretto di un potere sostitutivo delle ordinarie competenze assembleari e che va ad incidere su organi societari che operano in ogni caso secondo diritto privato; e, pertanto, difetta la giurisdizione del giudice amministrativo in merito alla controversia relativa alla nomina da parte del Sindaco dei componenti del consiglio di amministrazione di una società a partecipazione pubblica.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. I  17 aprile 2008 n. 2252  

 

 

Partecipazioni statali ed imprese pubbliche

Il potere di nomina degli amministratori di società a capitale pubblico deve intendersi attribuito agli enti pubblici nella loro qualità di soci e, conseguentemente, il potere de quo viene esercitato non nella veste di Pubbliche Amministrazioni ma al pari di qualsiasi altro socio privato; ed invero il potere di nomina di amministratori e sindaci di società a partecipazione statale o di altri enti pubblici contemplato dagli artt. 2449-2450 c.c. è attribuito al soggetto pubblico nella sua veste di socio, risolvendosi nell'esercizio diretto di un potere sostitutivo delle ordinarie competenze assembleari e che va ad incidere su organi societari che operano in ogni caso secondo diritto privato, imponendosi quindi la qualificazione in termini di diritto soggettivo della posizione giuridica azionata dai ricorrenti. Di conseguenza, va dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo in merito alla controversia relativa alla nomina, da parte dell'assemblea totalitaria e da parte del Sindaco, dei componenti del consiglio di amministrazione di una società a partecipazione pubblica.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. I  10 marzo 2008 n. 1184

 

 

Società

Ai sensi della nuova disciplina societaria, a far data dall'1 gennaio 2004, la competenza circa la nomina dei liquidatori di una società di capitali, a differenza di quanto prevedeva il previgente art. 2450, comma 3, c.c., appartiene al tribunale che, ai sensi dell'art. 2485, comma 2, c.c., nell’ipotesi in cui gli amministratori omettano di accertare il verificarsi di una causa di scioglimento e di adottare immediatamente i provvedimenti consequenziali, può essere adito da soci, amministratori e sindaci, esclusivamente per l’accertamento della presenza di una causa di scioglimento. Qualora successivamente alla declaratoria giudiziale della causa di scioglimento gli amministratori non provvedano a convocare l’assemblea (straordinaria) per l’adozione dei provvedimenti idonei a rimuovere la causa di scioglimento o per la nomina dei liquidatori, la nuova normativa (art. 2487, comma 2, c.c.) prescrive che vi provveda il tribunale su ricorso di soci, amministratori o sindaci. Solo qualora, infine, l’assemblea, pur ritualmente convocata, non adotti alcun provvedimento, omettendo tanto di rimuovere la causa di scioglimento quanto di nominare il o i liquidatori, potrà farsi ricorso al tribunale, che provvederà con decreto, quale extrema "ratio" , alla nomina dei o del liquidatore. Da ciò deriva che l'eventuale nomina di liquidatori, vigente la nuova disciplina, sulla base di un ricorso proposto dai soci di una società di capitali al Presidente del tribunale non è affetta da ultra o extrapetizione, trattandosi piuttosto di una decisione che non può essere adottata, di modo che la domanda relativa deve essere rigettata, per consentire alla società ogni valutazione e decisione in ordine alla sua sorte, come prevede il nuovo assetto regolamentare delle società.

Corte appello Bari sez. fer.  06 settembre 2006

 

Dalla caratteristica fondamentale di indivisibilità delle azioni o quote (cfr. art. 2347 comma 1 richiamato dall'art. 2482 comma 2 c.c. all'epoca vigente) deriva il corollario processuale della legittimazione esclusiva del rappresentante comune. Talché deve condividersi l'orientamento della giurisprudenza secondo la quale, l'art. 2347 c.c., regolando la comproprietà di quel particolare bene complesso costituito dall'azione di società (e della quota di s.r.l.) "costituisce norma speciale derogatrice (in quanto "lex specialis") rispetto alla disciplina generale della comunione", la disciplina legale avendo la "funzione di proteggere l'esigenza della società di semplificazione e di certezza nei rapporti con i comproprietari", mentre nei rapporti interni fra i comproprietari nulla impedisce che le esigenze di organizzazione interna siano soddisfatte senza alcun limite per l'autonomia negoziale ed il relativo potere dispositivo. Tali considerazioni valgono non soltanto per i c.d. diritti amministrativi (diritto di intervento e di voto in assemblea ed impugnazione delle delibere), ma anche per i diritti patrimoniali, non ravvisandosi elementi per discriminare gli uni dagli altri, nell'ambito di una disciplina sostanzialmente unitaria. Le stesse considerazioni valgono anche in relazione alla domanda di revoca per giusta causa del liquidatore ex art. 2450 comma 4 c.c. nel testo all'epoca vigente. Siffatte argomentazioni appaiono avvalorate anche dal nuovo testo degli art. 2468, 2347 comma 1 c.c. e 2352 c.c. comma ultimo aggiunto (in relazione al quale il riferimento testuale ai diritti amministrativi si spiega in ragione della disciplina della stessa norma, dettata appunto per i diritti amministrativi, senza marcare una diversità di disciplina dei diritti patrimoniali).

Tribunale Milano  28 settembre 2005

 

Con la riforma del diritto societario ad opera del d.lg. 17 gennaio 2003 n. 6, entrato in vigore dall'1 gennaio 2004, è stato codificato il ribaltamento di un consolidato orientamento giurisprudenziale. Secondo tale orientamento occorreva distinguere l'estinzione formale della società, che avveniva con funzione meramente dichiarativa al momento della cancellazione della medesima dal registro delle imprese, dall'estinzione sostanziale o ad effetto costitutivo, perfezionata solo attraverso l'adempimento di tutte le obbligazione gravanti sulla società. Fondamentale conseguenza era che, cancellata la società dal registro delle imprese, i creditori insoddisfatti potevano ancora agire nei confronti della stessa, solo formalmente estinta e ancora sostanzialmente esistente, attraverso la persona del liquidatore. La "ratio" di questo indirizzo interpretativo, riferentesi all'art. 2450 c.c. era incentrata attorno al concetto di tutela del credito, indirizzata in particolar modo verso quei creditori che finivano per essere potenziali vittime di eventuali liquidazioni fraudolente; essi potevano per sempre fare affidamento sui giudizi in corso per far valere i loro diritti nei confronti della società (o meglio, del suo patrimonio) che, rimaneva ancora in vita nella persona del liquidatore. L'indirizzo giurisprudenziale apposto, rimasto per molto tempo minoritario, ha avuto un "iter conclusori" con l'entrata in vigore della citata riforma del diritto societario. In virtù di tale riforma il comma 2 dell'art. 2456 c.c., oggi art. 2495 c.c., è stato modificato con l'introduzione dell'inciso iniziale "ferma restando l'estinzione della società", che ha tracciato, in modo più esplicito, la strada per raccoglimento dell'interpretazione della norma in esame secondo l'indirizzo un tempo minoritario. La cancellazione della società dal registro delle imprese è condizione necessaria e sufficiente per dichiarare l'estinzione (sostanziale) della società: la cancellazione determina "ipso facto" l'estinzione del soggetto giuridico interessato, con equiparazione da parte del legislatore alla morte della persona fisica. I creditori sociali insoddisfatti, potranno ottenere tutela agendo in giudizio contro gli "eredi-soci" della società "defunta", attraverso la riassunzione del processo, secondo quanto previsto dall'art. 2495, comma 2 ed il comb. disp. degli art. 300 e 303 c.p.c. Il processo, in altre parole, continuerà ma tra parti processuali diverse da quelle originarie.

Tribunale Milano  09 maggio 2005

 

Il decreto con il quale il presidente del tribunale abbia provveduto alla nomina dei liquidatori di una società di capitali ai sensi dell'art. 2450, comma 3, c.c., non è suscettibile di ricorso per cassazione a norma dell'art. 111 cost., trattandosi di provvedimento di volontaria giurisdizione che non assume carattere decisorio neanche quando sussista contrasto sulla causa di scioglimento ed il presidente si sia pronunciato sul punto, in quanto il detto presidente, dopo un'indagine sommaria e condotta "incidenter tantum", può nominare i liquidatori sul presupposto che la società si sia sciolta, ma non accerta in via definitiva l'intervenuto scioglimento e non definisce una lite.

Cassazione civile sez. I  02 febbraio 2005 n. 2078  



 
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