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Art. 2452 codice civile: Responsabilità e partecipazioni

Nella società in accomandita per azioni i soci accomandatari rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali, e i soci accomandanti sono obbligati nei limiti della quota di capitale sottoscritta (1). Le quote di partecipazione dei soci sono rappresentate da azioni.


Commento

Solidarietà: [v. 1292]; Responsabilità illimitata: [v. 2291]; Azioni: [v. 2325].

Soci accomandatari: partecipano alla gestione ed alla direzione della società, assumendo responsabilità illimitata e solidale sì da rispondere anche con il patrimonio personale, sia pure in via sussidiaria, delle obbligazioni della società sorte nel periodo in cui hanno ricoperto la carica di amministratore.

Soci accomandanti: non partecipano alla gestione della società; sono obbligati unicamente al conferimento (cioè a fornire alla società il proprio apporto) e rispondono nei confronti dei terzi nei limiti del medesimo (responsabilità limitata).

 

(1) È bene sottolineare che accomandanti e accomandatari non esprimono posizioni azionarie differenti, non formano, cioè, categorie distinte di azioni, ai sensi degli artt. 2348 e 2376. In particolare, dall’acquisto dell’azione deriva l’acquisto della posizione di socio non amministratore a responsabilità limitata (accomandante). Solo per il socio cui viene attribuito il potere di amministrazione, scatta la responsabilità illimitata con la corrispondente acquisizione della qualità di socio accomandatario.

 


Giurisprudenza annotata

Società

Anteriormente alle modifiche introdotte dal decreto legislativo n. 6 del 2003, entrato in vigore il 1° gennaio 2004, ai sensi dell'articolo 2519 del Cc alle società cooperative si applicano le norme per la liquidazione previste per le società per azioni, tra le quali l'articolo 2452 che conferisce ai liquidatori il potere di compiere gli atti necessari per la liquidazione, salvo che l'assemblea abbia disposto diversamente e l'articolo 2310 del Cc che attribuisce al liquidatore il potere di rappresentare la società anche in giudizio. Deriva da quanto precede, pertanto, che nessun atto deliberativo era necessario perché il liquidatore potesse proporre appello, tranne quello della sua nomina in data anteriore alla notifica del ricorso. Una volta intervenuta la liquidazione della società cessa, invero, il potere dell'assemblea dei soci di conferire poteri rappresentativi della società e viene meno la rappresentanza che in precedenza spettava all'amministratore. Il liquidatore - peraltro - poteva assumere la difesa della società senza alcuna procura, in ragione della sua qualità, qualora fosse iscritto nell'albo dei patrocinanti presso le giurisdizioni superiori.

Cassazione civile sez. II  07 marzo 2013 n. 5769  

 

Per effetto del richiamo operato dall'art. 2516 c.c., si applicano alle società cooperative le norme sulla liquidazione delle società per azioni, tra le quali l'art. 2452 c.c., che rende applicabile anche alle società di capitali l'art. 2310 dello stesso codice, a norma del quale la rappresentanza della società, a partire dalla iscrizione della nomina dei liquidatori, spetta, anche in giudizio, agli stessi in via esclusiva, salve eventuali limitazioni risultanti dallo statuto o dall'atto di nomina. Tuttavia la messa in liquidazione di una società cooperativa non determina la sua estinzione né fa venir meno la sua rappresentanza in giudizio, che è determinata invece soltanto dalla effettiva liquidazione dei rapporti giuridici pendenti, che alla stessa facevano capo, e dalla definizione di tutte le controversie in corso con i terzi. Ne deriva che una società costituita in giudizio non perde la legittimazione processuale e che la rappresentanza sostanziale e processuale della stessa permane, per i rapporti rimasti in sospeso e non definiti, nei medesimi organi che la rappresentavano prima del disposto procedimento di liquidazione, restando esclusa l'interruzione dei processi pendenti.

Cassazione civile sez. III  15 febbraio 2006 n. 3279  

 

Nella società per azioni il divieto per i liquidatori di ripartire fra i soci, anche solo parzialmente, i beni sociali (art. 2280 c.c., richiamato dall'art. 2452 c.c.) finché non siano stati pagati i creditori sociali o non siano state accantonate le somme necessarie per il pagamento dei debiti non ancora scaduti, penalmente sanzionato (art. 2625 c.c.), è stabilito a tutela dei creditori con carattere di inderogabilità, e, quindi, la violazione del divieto non è esclusa dalla circostanza che la garanzia generica offerta dal capitale sociale sia astrattamente idonea a garantire i creditori, ovvero nel caso in cui, all'esito della liquidazione, si accerti che i creditori sono stati comunque soddisfatti.

Cassazione civile sez. I  31 agosto 2005 n. 17585  

 

Il comportamento del liquidatore di una società che abbia dimostrato di operare ingiustificatamente un distinguo tra le pretese dei vari creditori della società, omettendo di pagare il debito della società nei confronti di una s.r.l., non appare privo di censure. Difatti è pacifico che egli, a fine mandato, aveva pagato tutti i debiti della società, ad eccezione di quello riferito alla s.r.l., che rimaneva l'unica pendenza. Il tribunale ritiene che il suddetto comportamento, che ha di fatto privilegiato alcuni creditori a scapito di uno, si ponga in violazione delle norme di comportamento ricavabili dagli art. 2278 c.c. e 2452 c.c. L'esito della controversia pendente con la s.r.l. e quella in liquidazione, invero, ha acclarato definitivamente che la società debitrice non aveva alcuna valida giustificazione per opporsi al credito della s.r.l. A sua volta il liquidatore, nella pendenza di un giudizio di opposizione che rendeva incerta la pretesa del creditore, comunque azionata per via giudiziale, ha omesso di verificare la possibilità di un componimento bonario della vicenda, che certamente sarebbe stata a vantaggio della società rappresentata, e ha proceduto al pagamento degli altri creditori, nonostante l'incapienza dei fondi per pagare tutti i debiti della società, determinando inevitabilmente un pregiudizio alle ragioni di un creditore che, altrimenti, avrebbe dovuto essere equamente distribuito tra tutti i creditori, nel rispetto della "par condicio creditorum". La responsabilità del liquidatore verso la società, così come quella dell'amministratore per inadempienza dei doveri inerenti alla carica, ha indubbiamente carattere contrattuale, e mantiene tale aspetto anche qualora essa sia fatta valere dai creditori sociali, trattandosi di oneri inerenti alla carica rivestita: resta, dunque, a carico del liquidatore, una volta provata dal creditore la riconducibilità dell'attività generatrice di pregiudizio dell'attività gestoria, provare la non imputabilità al medesimo del fatto dannoso per assenza di colpa, secondo gli "standards" previsti nell'art. 1176, comma 2, c.c. (vale a dire, tenendo conto della difficoltà dell'attività prestata e del profilo professionale mediamente richiesto sulla base dell'uomo "eiusdem condicionis et professionis"). Ragionando sulla base delle norme ex art. 2452 e 2278 c.c. già citate, il liquidatore ha le stesse responsabilità previste per gli amministratori. Nell'art. 2280 c.c., inoltre, si ravvisa il divieto per il liquidatore, fintantoché non siano stati interamente soddisfatti i creditori sociali, di effettuare qualsivoglia ripartizione del patrimonio sociale. Non discostandosi la responsabilità dei liquidatori da quella prevista per gli amministratori, pertanto, la tutela dei creditori della società, pur non enucleandosi espressamente nel principio della "par condicio creditorum" (previsto solo nelle procedure concorsuali che si aprono in caso di insolvenza della società), si attua indirettamente e necessariamente con la salvaguardia dell'integrità del capitale sociale (art. 2394 c.c.), costituente la garanzia tipica predisposta a favore dei creditori. Entro tale logica, dunque, si deve ricondurre l'art. 2280 c.c., laddove pone il divieto di anticipare riparti tra i soci che si pongano in contrasto con le ragioni dei creditori sociali. La valutazione dell'operato dei liquidatori, pertanto, non può prescindere dalla finalità stessa della liquidazione che consiste nell'accertamento definitivo e nella divisione tra i soci dell'eventuale utile finale dell'attività economica

esercitata in comune, che viene per ciò stesso a riflettersi positivamente anche sui creditori sociali, dovendosi indefettibilmente passare attraverso il loro soddisfacimento. La valutazione dell'operato del liquidatore, dunque, deve operarsi tenendo conto della ricostruzione giuridica sopra proposta. In quest'ottica, la responsabilità del liquidatore convenuto verso il creditore sociale non discende tanto da un mandato "ex lege" conferito a protezione degli interessi dei creditori, difficilmente configurabile solo sulla base delle norme sopra citate, bensì nel mandato più generale posto a tutela del patrimonio sociale nella delicata fase della liquidazione, in cui esso si deve dimostrare capiente ai fini del pagamento dei debiti sociali e, solo eventualmente, ai fini della divisione dei cespiti tra i soci. Alla luce di quanto sopra, pertanto, appare evidente che il comportamento emissivo del liquidatore, che non ha considerato un credito verso la società posta in liquidazione, e ha esaurito la liquidità della società pagando solo gli altri creditori, si profila come un atto di "mala gestione" censurabile e ingiustificato, atteso che anche le situazioni che possono apparire incerte debbono essere tenute in conto ai fini dell'attività di pagamento e della redazione del bilancio di liquidazione, non potendo certamente essere obliterate.

Tribunale Milano  19 novembre 2004

 

La società per azioni, regolarmente sciolta, continua a sopravvivere come soggetto collettivo, all'unico scopo di liquidare i risultati della cessata attività sociale, sicché non è consentito ai liquidatori, in virtù del richiamo operato dall'art. 2452 c.c. alla disciplina dettata dagli art. 2278 e 2279 c.c. con riguardo alle società semplici, intraprendere nuove operazioni, intendendosi per tali quelle che non si giustificano con lo scopo di liquidazione o definizione dei rapporti in corso, ma che costituiscono atti di gestione dell'impresa sociale, che, se compiuti, sono inefficaci per carenza di potere. (Fattispecie concernente la legittimazione dei liquidatori ad intimare il licenziamento, ritenuta dal giudice di merito e confermata dalla S.C.).

Cassazione civile sez. lav.  19 gennaio 2004 n. 741  



 
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