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Art. 2456 codice civile: Revoca degli amministratori

La revoca degli amministratori deve essere deliberata con la maggioranza prescritta per le deliberazioni dell’assemblea straordinaria della società per azioni (1).

Se la revoca avviene senza giusta causa, l’amministratore revocato ha diritto al risarcimento dei danni (2).


Commento

Amministratori: [v. 2621]; Assemblea straordinaria: [v. 2363]; Società per azioni: [v. Libro V, Titolo V, Capo V]; Giusta causa: [v. 2383]; Risarcimento dei danni: [v. Libro IV, Titolo IX].

 

(1) Effetto della revoca è la perdita della qualità di accomandatario; il socio diventa accomandante con la responsabilità per le obbligazioni sociali di cui all’art. 2461, c. 2.

(2) Dal tenore letterale della norma si evince che la revoca senza giusta causa è possibile, salvo il diritto al risarcimento dei danni.

 

La revoca, così come la sostituzione [v. 2457], di un accomandatario implica modificazione dell’atto costitutivo [v. 2455]; ciò giustifica la necessità della deliberazione dell’assemblea straordinaria [v. 2365, 2368].

 


Giurisprudenza annotata

Società

Non v'è dubbio che, in forza dell'art. 2495, secondo comma, c.c., nel testo in vigore a seguito della riforma introdotta dall'art. 4 del d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, la cancellazione dal registro delle imprese di una società di capitali, come quella a responsabilità limitata, determina la sua estinzione, indipendentemente dall'esaurimento dei rapporti giuridici ad essa facenti capo, ma tale effetto opera immediatamente nel caso in cui la cancellazione abbia avuto luogo in data successiva all'entrata in vigore della riforma. Il nuovo testo della norma in esame, invece, non avendo natura interpretativa della disciplina previgente, in mancanza di un'espressa previsione di legge, non ha efficacia retroattiva e, nel rispetto ed a tutela dell'affidamento dei cittadini in ordine agli effetti della cancellazione in rapporto all'epoca in cui essa ha avuto luogo, per le società cancellate in epoca anteriore al 1° gennaio 2004, data di entrata in vigore della novella legislativa, l'estinzione non può che operare a partire da quest'ultima data. Non v'è anche dubbio che, nel caso di sopravvenuta estinzione della società, in linea generale, si produce l'effetto interruttivo del processo, qualora l'evento sia comunicato nel corso dello stesso, e che l'appello va proposto nei confronti dei soci della società estinta, in quanto legittimati ai sensi dell'art. 2456/2 c.c. ante novella e dell'art. 2495/2 c.c. testo normativo novellato. Depone in tal senso il disposto dell'art. 328 c.p.c., dal quale di desume la voluntas legis di adeguare il processo di impugnazione alle variazioni intervenute nelle posizioni delle parti, sia ai fini della notifica della sentenza che dell'impugnazione, con piena parificazione, a tali effetti, tra l'evento verificatosi dopo la sentenza e quello intervenuto durante la fase attiva del giudizio e non dichiarato né notificato. Inoltre, la forma di pubblicità, costituita dalla mera iscrizione nel registro delle imprese della cancellazione, non è, di per sé, sufficiente a presumere la conoscenza della causa estintiva in oggetto, non operando il principio desumibile dall'art. 2193 c.c. in campo processuale. Ne consegue che l'atto introduttivo del giudizio d'appello, notificato al procuratore in primo grado della società estinta produce pienamente i suoi effetti, con la regolare instaurazione del giudizio d'appello, destinato a esplicare la sua efficacia anche nei confronti dei successori dell'estinta società, identificabili nei soci della stessa, sebbene nei limiti delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, a norma dell'art. 2495, secondo comma, c.c.

Corte appello Bari sez. II  29 marzo 2012 n. 373  

 

Nelle società in accomandita per azioni la revoca degli amministratori può essere disposta solo se deliberata con il voto favorevole di tanti soci che rappresentino più della metà del capitale sociale (arg. ex. art. 2456 e 2368 comma 2 c.c.), mentre l’azione di responsabilità può essere votata con le maggioranze previste per l’assemblea ordinaria.

Tribunale Milano sez. VIII  14 agosto 2010

 

La responsabilità dei liquidatori di società di capitali prevista dall'art. 2456, comma 2, ultima parte, c.c. (nel testo anteriore a quello introdotto dall'art. 2, comma 1, d.lg. 17 gennaio 2003 n. 6 ed ora corrispondente all'art. 2495 c.c. nel testo introdotto dall'art. 4 del medesimo d.lg.) ha natura di responsabilità aquiliana conseguente a fatto illecito, e dunque la relativa obbligazione non è pecuniaria, bensì di valore; pertanto, non essendo applicabile il comma 3 dell'art. 1182 dello stesso codice, bensì il comma 4, il forum destinatae solutionis, ai sensi dell'art. 20, ultima parte, c.p.c., coincide con il domicilio del debitore.

Cassazione civile sez. I  10 novembre 2006 n. 24039  

 

Nella previsione normativa di cui all'art. 2456, comma 2, c.c. (nel testo anteriore alle modifiche apportate dal d.lg. 17 gennaio 2003 n. 6, applicabile nella specie "ratione temporis") - in forza della quale "dopo la cancellazione della società i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi" - va ravvisata, in coerenza con il principio secondo cui la cancellazione della società dal registro delle imprese non ne determina l'estinzione se e fino a quando permangano debiti sociali, una modificazione del rapporto obbligatorio dal lato passivo, per la quale all'obbligazione della società si aggiunge, pro parte, quella dei singoli soci (oltre che dei liquidatori colpevoli): e ciò quale ulteriore garanzia per i creditori insoddisfatti, ai quali è data la facoltà di scelta fra l'agire contro la società, non ancora estinta, ovvero contro i soci. Come risulta, peraltro, dal chiaro tenore testuale della norma, la responsabilità dei soci per le obbligazioni non assolte è limitata alla parte da ciascuno di essi conseguita nella distribuzione dell'attivo: sicché il creditore, il quale intenda agire nei confronti del socio, è tenuto a dimostrare il presupposto della responsabilità di quest'ultimo, e cioè che, in concreto, in base al bilancio finale di liquidazione, vi sia stata la distribuzione dell'attivo risultante dal bilancio medesimo e che una quota di tale attivo sia stata riscossa dal convenuto. (Fattispecie relativa ad avvisi di irrogazione di sanzioni in materia di i.v.a. emessi, in difetto dell'anzidetta prova, nei confronti del socio di una società a responsabilità limitata cancellata dal registro delle imprese).

Cassazione civile sez. trib.  10 ottobre 2005 n. 19732  

 

Con la riforma del diritto societario ad opera del d.lg. 17 gennaio 2003 n. 6, entrato in vigore dall'1 gennaio 2004, è stato codificato il ribaltamento di un consolidato orientamento giurisprudenziale. Secondo tale orientamento occorreva distinguere l'estinzione formale della società, che avveniva con funzione meramente dichiarativa al momento della cancellazione della medesima dal registro delle imprese, dall'estinzione sostanziale o ad effetto costitutivo, perfezionata solo attraverso l'adempimento di tutte le obbligazione gravanti sulla società. Fondamentale conseguenza era che, cancellata la società dal registro delle imprese, i creditori insoddisfatti potevano ancora agire nei confronti della stessa, solo formalmente estinta e ancora sostanzialmente esistente, attraverso la persona del liquidatore. La "ratio" di questo indirizzo interpretativo, riferentesi all'art. 2450 c.c. era incentrata attorno al concetto di tutela del credito, indirizzata in particolar modo verso quei creditori che finivano per essere potenziali vittime di eventuali liquidazioni fraudolente; essi potevano per sempre fare affidamento sui giudizi in corso per far valere i loro diritti nei confronti della società (o meglio, del suo patrimonio) che, rimaneva ancora in vita nella persona del liquidatore. L'indirizzo giurisprudenziale apposto, rimasto per molto tempo minoritario, ha avuto un "iter conclusori" con l'entrata in vigore della citata riforma del diritto societario. In virtù di tale riforma il comma 2 dell'art. 2456 c.c., oggi art. 2495 c.c., è stato modificato con l'introduzione dell'inciso iniziale "ferma restando l'estinzione della società", che ha tracciato, in modo più esplicito, la strada per raccoglimento dell'interpretazione della norma in esame secondo l'indirizzo un tempo minoritario. La cancellazione della società dal registro delle imprese è condizione necessaria e sufficiente per dichiarare l'estinzione (sostanziale) della società: la cancellazione determina "ipso facto" l'estinzione del soggetto giuridico interessato, con equiparazione da parte del legislatore alla morte della persona fisica. I creditori sociali insoddisfatti, potranno ottenere tutela agendo in giudizio contro gli "eredi-soci" della società "defunta", attraverso la riassunzione del processo, secondo quanto previsto dall'art. 2495, comma 2 ed il comb. disp. degli art. 300 e 303 c.p.c. Il processo, in altre parole, continuerà ma tra parti processuali diverse da quelle originarie.

Tribunale Milano  09 maggio 2005



 
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