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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 2461 codice civile: Responsabilità degli accomandatari verso i terzi

La responsabilità dei soci accomandatari verso i terzi è regolata dall’articolo 2304 (1).

Il socio accomandatario che cessa dall’ufficio di amministratore non risponde per le obbligazioni della società sorte posteriormente all’iscrizione nel registro delle imprese della cessazione dall’ufficio (2).

 


Commento

Soci accomandatari: [v. 2452]; Amministratore: [v. 2621]; Registro delle imprese: [v. 2188].

Terzi: sono i soggetti esterni alla società.

 

 

(1) I soci accomandatari, in altri termini, sono solidalmente [v. 1292] ed illimitatamente [v. 2740] responsabili per le obbligazioni sociali, con il beneficio di escussione (in virtù del quale i creditori sociali non possono pretendere il pagamento dai singoli accomandatari, se non dopo aver escusso i beni sociali da questi indicati) ed inoltre rispondono dei danni derivanti dalla loro gestione [v. artt. 2392-2395].

La responsabilità penale è regolata dalle norme sui contratti societari [v. artt. 2621-2641].

(2) Il momento a partire dal quale il socio accomandatario non risponde per le obbligazioni della società non è quello effettivo della cessazione dalla carica di amministratore, bensì quello dell’iscrizione della cessazione nel registro delle imprese [v. 2188], per esigenze di pubblicità e di tutela dei terzi che hanno rapporti con la società.

 

Il fallimento [v. 2221] della società in accomandita per azioni comporta il fallimento anche dei singoli soci accomandatari, come avviene per i soci della società in nome collettivo [v. Libro V, Titolo V, Capo III] e per gli accomandatari della società in accomandita semplice [v. Libro V, Titolo V, Capo IV], secondo il disposto dell’art. 147 l.f.


Giurisprudenza annotata

Pubblica amministrazione

Al fine del perseguimento delle finalità del sistema radiotelevisivo è necessario che vi concorrano sia i soggetti pubblici che quelli privati. Questi ultimi, in qualità di esercenti di un servizio d'interesse pubblico, c.d. concessionari privati, rimangono soggetti di diritto privato, con la conseguenza che gli atti compiuti sono soggetti al regime privatistico, e nei loro confronti non è possibile esercitare il diritto di accesso. Viceversa, il servizio radiotelevisivo esercitato da un soggetto pubblico, c.d. concessionario pubblico, ai sensi dell'art.2, comma 3, l. 6 agosto 1990, n.223, è affidato a mezzo di concessione ad una società per azioni a totale partecipazione pubblica (RAI), che assume la veste pubblicistica di società ad interesse nazionale ai sensi dell'art.2461 c.c.

T.A.R. Venezia (Veneto) sez. II  20 gennaio 1998 n. 27  

 

 

Avvocati

L'art. 3 r.d.l. 27 novembre 1933 n. 1578, che, con disposizione di carattere eccezionale, della quale non è pertanto consentita una interpretazione analogica, prevede le ipotesi di deroga al principio dell'incompatibilità dell'esercizio della professione di avvocato e procuratore con la qualità di lavoratore subordinato, non è applicabile ai professionisti che prestino la loro opera, come lavoratori subordinati, presso l'ufficio legale della Rai, atteso che la Rai, strutturata come s.p.a., è pur sempre un ente privato, nonostante il fatto che, a norma dell'art. 47 l. 14 aprile 1975 n. 103, tutte le azioni siano in mano pubblica; nè rileva in contrario che l'art. 3 della cit. legge n. 103 del 1975 definisca la Rai come società d'interesse nazionale ai sensi dell'art. 2461 c.c., e che il d.P.R. 11 agosto 1975 n. 452, nonché la l. 6 agosto 1990 n. 223, l'abbiano definita come concessionaria pubblica sottoponendola a penetranti controlli, atteso che l'attività della Rai, in quanto ente privato, non è assistita dalla presunzione di legittimità e non è sottoposta al vincolo del buon andamento e dell'imparzialità posto dall'art. 97 cost., e atteso altresì che il perseguimento dell'interesse nazionale da parte di una società per azioni si attua con mezzi e modalità squisitamente privatistici.

Cassazione civile sez. un.  26 novembre 1996 n. 10490  

 

La RAI - rientrando fra gli enti strutturati come società per azioni, pur connotati da caratteri pubblicistici in relazione alle funzioni svolte, ai vincoli posti alla loro attività, ai controlli su di essi esercitati da organi dello Stato ed all'appartenenza o alla provenienza pubblica del loro capitale - non può essere inclusa fra gli enti (pubblici) per i cui dipendenti l'art. 3 r.d.l. 27 novembre 1933 n. 1578 prevede una deroga al principio dell'incompatibilità dell'esercizio della professione di avvocato e procuratore con la qualità di impiegato; nè rileva in contrario che la l. 6 agosto 1990 n. 223 (sulla disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato) qualifichi la stessa RAI "concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo", nonché "società d'interesse nazionale ai sensi dell'art. 2461 c.c.", e che l'art. 5 l. 9 febbraio 1982 n. 31 (regolante la libera prestazione di servizi da parte di avvocati cittadini di Stati membri delle comunità europee) estenda la disposizione dell'art. 3, comma 4 lett. b), della legge professionale "agli avvocati legati da un contratto di lavoro ad un ente pubblico o privato, corrispondente, nello stato di provenienza, a quelli indicati nella citata lettera b), restando altresì escluso che l'art. 3 r.d.l. del 1933, interpretato nel senso suesposto, contrasti con gli art. 3, 4, 11, 24, 41 e 97 cost.

Cassazione civile sez. un.  09 dicembre 1992 n. 13005  

 

Le banche costituite in forma di società per azioni, ancorché definite di interesse nazionale, non rientrano tra gli enti per i cui dipendenti l'art. 3 del r.d.l. 27 novembre 1933 n. 1578, prevede una deroga al principio dell'incompatibilità dell'esercizio della professione di avvocato e procuratore con la qualità di impiegato, non potendo in contrario trarsi argomento dagli art. 2461 c.c. e 3 della l. 30 luglio 1990 n. 218.

Cassazione civile sez. un.  06 agosto 1992 n. 9324  

 

Il Banco di Roma, in quanto banca non pubblica ma semplicemente d'interesse nazionale, strutturata come società per azioni, non rientra tra gli enti pubblici per i cui dipendenti l'art. 3 del r.d.l. 27 novembre 1933 n. 1978 prevede una deroga al principio dell'incompatibilità dell'esercizio della professione di avvocato e procuratore con la qualità di impiegato, non potendo in contrario trarsi argomento, in particolare, dagli art. 2461 c.c. e 3 della l. 30 luglio 1990 n. 218 (disposizioni in materia di ristrutturazione e integrazione patrimoniale degli istituti di credito di diritto pubblico) ed essendo manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate, in rapporto all'art. 5 cost., con riguardo ad una pretesa disparità di trattamento rispetto a professionisti dipendenti da enti già pubblici ma successivamente "privatizzati", per i quali il citato art. 3 della legge n. 218 del 1990 fa salvi i "diritti quesiti", nonché con riguardo ad una asseritamente illegittima disparità di trattamento fra avvocati di istituti di credito pubblici ed avvocati di enti bancari di diritto privato, ancorché di interesse nazionale.

Cassazione civile sez. un.  06 agosto 1992 n. 9324  

 



 
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