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Art. 2468 codice civile: Quote di partecipazione

Le partecipazioni dei soci non possono essere rappresentate da azioni (1) né costituire oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari (2).

Salvo quanto disposto dal terzo comma del presente articolo, i diritti sociali spettano ai soci in misura proporzionale alla partecipazione da ciascuno posseduta. Se l’atto costitutivo non prevede diversamente, le partecipazioni dei soci sono determinate in misura proporzionale al conferimento (3).

Resta salva la possibilità che l’atto costitutivo preveda l’attribuzione a singoli soci di particolari diritti riguardanti l’amministrazione della società o la distribuzione degli utili (4).

Salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo e salvo in ogni caso quanto previsto dal primo comma dell’articolo 2473, i diritti previsti dal precedente comma possono essere modificati solo con il consenso di tutti i soci (5).

Nel caso di comproprietà di una partecipazione, i diritti dei comproprietari devono essere esercitati da un rappresentante comune nominato secondo le modalità previste dagli articoli 1105 e 1106. PERIODO SOPPRESSO DAL D.LGS. 28 DICEMBRE 2004, N. 310.


Commento

Azioni: [v. 2325]; Atto costitutivo: [v. 2295]; Conferimento: [v. 2464]; Utili: [v. 2247]; Pegno: [v. 2784]; Usufrutto: [v. 978]; Sequestro: [v. 1513].

(Quota di) partecipazione: frazione del capitale sociale commisurata ai conferimenti del socio; esprime la misura della partecipazione del socio (diritti e doveri) alla società [ma v. nota (6)]. Non può essere rappresentata da azioni.

Offerta al pubblico di prodotti finanziari: offerta, invito a offrire o messaggio promozionale, in qualsiasi forma rivolti al pubblico, finalizzati alla vendita o alla sottoscrizione di prodotti finanziari (quote di fondi comuni, azioni, obbligazioni, titoli negoziabili).

Comproprietà: contitolarità della partecipazione tra più soci disciplinata dalle regole sull’amministrazione della comunione [v. Libro III, Titolo VII].

 

 

 (1) Il capitale sociale della s.r.l. (che per definizione non può essere rappresentato da azioni) è diviso in parti in relazione al numero dei soci e ad ogni socio viene attribuita una quota in relazione all’ammontare del suo conferimento (ogni socio avrà, pertanto, una partecipazione diversa). Nella precedente normativa (art. 2474) era previsto un limite minimo alla quota di conferimento (pari a un euro) e le quote superiori dovevano essere costituite da un multiplo della quota minima. La riforma, nell’ottica della semplificazione e della centralità del socio, non ha disciplinato questa ipotesi.

(2) La quota è divisibile [per le azioni, v. 2347], salvo contraria disposizione dell’atto costitutivo, nel caso di successione per causa di morte o di alienazione: ciò implica che è possibile cedere una parte soltanto della propria quota e si possono lasciare in eredità [v. 457] o in legato [v. 649] frazioni della propria quota a più persone. La quota è unica: è improprio parlare di più quote di un socio con riferimento alla s.r.l.; corretto è, invece, ritenere che il socio sia titolare di una quota unica maggiore o minore, in relazione all’entità dei conferimenti versati. Tuttavia, vi è chi ammette che il socio possa essere titolare di più quote distinte.

(3) Il principio di proporzionalità tra diritti sociali e partecipazione non ha carattere assoluto in quanto sono consentite ampie deroghe. L’atto costitutivo, infatti, può prevedere l’attribuzione di particolari diritti riguardanti l’amministrazione o la distribuzione degli utili: la disciplina dettata dal Legislatore della riforma 2003 ha accolto, dunque, la soluzione, indicata dalla legge delega, che consente di regolare la partecipazione sociale in misura non necessariamente proporzionale al conferimento. Nessuna possibilità di deroga si ritiene, invece, sia consentita in merito al diritto di voto, argomentando dal disposto per il quale il voto vale in misura proporzionale alla partecipazione.

(4) È possibile l’attribuzione di particolari diritti ai soci; non è consentito, invece, emettere particolari categorie di quote. Per le società start-up innovative l’atto costitutivo può creare categorie di quote fornite di diritti diversi e, nei limiti imposti dalla legge, può liberamente determinare il contenuto delle varie categorie, anche in deroga a quanto previsto dall’articolo 2468, c. 2-3.

(5) La modifica dei diritti sociali attribuiti richiede il consenso di tutti i soci, salvo diversa previsione dell’atto costitutivo. Il quest’ultimo caso il socio dissenziente può recedere.

 

 

La norma, che consente di determinare il contenuto della partecipazione sociale in misura non necessariamente proporzionale al conferimento [v. nota (6)], si giustifica con l’accentuazione del carattere personalistico della s.r.l. (che determina la maggiore rilevanza della persona-socio rispetto all’ammontare della sua quota). Tale accentuazione comporta, altresì, che il socio venga identificato non come quotista ma come titolare di una partecipazione.

 


Giurisprudenza annotata

Quote di partecipazione

Ai sensi degli art. 2331 e 2463 c.c., nel testo modificato dal d.lg. n. 6 del 2003, sono consentiti la vendita ed il preliminare di vendita delle quote della società a responsabilità limitata, prima dell'iscrizione nel registro delle imprese, essendo vietata soltanto - a tutela del mercato - l'offerta al pubblico delle quote stesse come prodotti finanziari, in conformità al divieto sancito dall'art. 2468 c.c.

Cassazione civile sez. I  20 luglio 2012 n. 12712  

 

Tra gli atti che determinano la responsabilità dei soci in solido con gli amministratori ex art. 2476 c.c., non vi è dubbio che rientrino gli atti decisori od autorizzativi formalmente adottati dai soci nelle forme previste dagli art. 2468 comma 3 e 2479 c.c., o addirittura in sede assembleare (art. 2479 bis c.c.), così come rientrano anche gli atti o comportamenti, non adottati nelle forme sopra indicate, ma idonei a supportare l’azione illegittima e dannosa posta in essere dagli amministratori. A supporto di tale interpretazione militano numerosi e importanti argomenti. Anzitutto il dato testuale della norma non pare decisivo, poiché esso si presta ad essere inteso come comprendente tutte quelle manifestazioni di volontà espresse dai soci anche in forme non istituzionali, ma comunque capaci di fornire impulso all’attività gestoria, rilevando a tal proposito l’influenza effettiva spiegata dai soci sugli amministratori. In secondo luogo la norma sembra intesa a bilanciare, con l’introduzione dell’ipotesi di responsabilità che ne occupa, gli estesi poteri di gestione attribuiti ai soci, poteri che sono esercitabili, specie nelle s.r.l. - in cui la compagine sociale è ristretta e caratterizzata da "intuitus personae" -, non solo con i crismi della formalità, ma anche di fatto. Da un lato, dunque, la responsabilità ex art. 2476 comma 7 c.c. si porrebbe come una naturale conseguenza dell’esercizio di fatto del potere gestorio o dell’indirizzo di gestione, dall’altro intenderebbe evitare le sostanziali e facili elusioni a cui la norma sarebbe esposta, adottando la tesi restrittiva, mediante la manifestazione del potere gestorio con modalità atipiche, informali, non evidenti. Inoltre, per converso, esclusa ogni interpretazione formalistica, la norma è idonea a circoscrivere la responsabilità dei soci che si siano ingeriti in modo soltanto occasionale evitando loro di essere ritenuti, per ciò solo, amministratori di fatto e responsabili dell’intera gestione. È previsto altresì che le condotte decisorie od autorizzatorie disegnate dalla nuova norma, per essere fonte della responsabilità del socio, debbano essere compiute “intenzionalmente”, e cioè esprimano o denotino la volontà di supportare un’operazione illecita. Un ulteriore problema si pone allorquando il socio chiamato a rispondere, sia non già una persona fisica - rispetto alla quale l’indagine sulla sussistenza dell’elemento psicologico è iscritto tradizionalmente nel perimetro delle statuizioni giuridiche sostanziali ed in quello degli accertamenti processuali -, ma invece un ente dotato di personalità giuridica, quale una società commerciale. In quest’ultimo caso, infatti, è escluso che all’ente sia imputabile un qualsiasi stato psicologico. Nondimeno, proprio allo scopo di evitare di introdurre una ipotesi di responsabilità oggettiva in netto contrasto con la lettera della norma, la presenza dell’elemento psicologico come sopra configurato deve comunque essere accertato, ma lo si deve imputare non già al socio in quanto tale ma, in ragione della sua natura giuridica, all’amministratore del socio, come soggetto attraverso cui, in forza del principio di immedesimazione organica e dell’istituto della rappresentanza legale, il socio agisce e pone in essere rapporti giuridici.

Tribunale Milano sez. VIII  09 luglio 2009 n. 81629  

 

In tema di società a responsabilità limitata, tra gli atti che determinano la responsabilità dei soci in solido con gli amministratori ex art. 2476 c.c. rientrano anche atti o comportamenti, non adottati nelle forme previste dagli art. 2468 comma 3 e 2479 c.c., o addirittura in sede assembleare (art. 2479 bis c.c.), ma idonei a supportare l'azione illegittima e dannosa posta in essere dagli amministratori. Però le condotte decisorie ed autorizzatorie per essere fonte della responsabilità del socio, devono essere compiute "intenzionalmente", cioè devono esprimere o denotare la volontà di supportare un'operazione illecita (nel caso di specie, il socio chiamato a responsabile è una persona giuridica per la quale l'elemento psicologico va escluso e pertanto va considerato responsabile l'amministratore di suddetta persona giuridica, soggetto attraverso il quale in forza del principio di immedesimazione organica e dell'istituto della rappresentanza legale la persona giuridica – socio della s.r.l. - agisce.

Tribunale Milano sez. VIII  09 luglio 2009 n. 81629  

 

In materia di comproprietà di una partecipazione in società a responsabilità limitata, disciplinata dall'art. 2468, ult. cpv., c.c., il diritto di intervento in assemblea e il diritto di voto competono in via esclusiva al rappresentante comune; di contro, il singolo comproprietario non è legittimato ad intervenire in assemblea e a votare, conseguendone altrimenti l'annullabilità della relativa deliberazione nella ricorrenza dei presupposti di cui all'art. 2377 comma 5, n. 2, c.c., applicabile alle s.r.l. in virtù del richiamo operato dall'art. 2479-ter, ult. cpv., c.c.

Tribunale Catanzaro sez. I  23 aprile 2008

 

L'art. 2468 comma ultimo c.c., regolando i rapporti interni tra la società e i comproprietari, intende risolvere il problema pratico della identificazione, di volta in volta, della volontà dei soci comproprietari. Ne deriva che allorché si tratti di esercitare diritti processuali per la tutela di interessi giuridicamente rilevanti, sono i singoli soci che detengono la titolarità dei diritti che competono alla proprietà della quota.

Tribunale Milano sez. VIII  30 agosto 2006

 

Dalla caratteristica fondamentale di indivisibilità delle azioni o quote (cfr. art. 2347 comma 1 richiamato dall'art. 2482 comma 2 c.c. all'epoca vigente) deriva il corollario processuale della legittimazione esclusiva del rappresentante comune. Talché deve condividersi l'orientamento della giurisprudenza secondo la quale, l'art. 2347 c.c., regolando la comproprietà di quel particolare bene complesso costituito dall'azione di società (e della quota di s.r.l.) "costituisce norma speciale derogatrice (in quanto "lex specialis") rispetto alla disciplina generale della comunione", la disciplina legale avendo la "funzione di proteggere l'esigenza della società di semplificazione e di certezza nei rapporti con i comproprietari", mentre nei rapporti interni fra i comproprietari nulla impedisce che le esigenze di organizzazione interna siano soddisfatte senza alcun limite per l'autonomia negoziale ed il relativo potere dispositivo. Tali considerazioni valgono non soltanto per i c.d. diritti amministrativi (diritto di intervento e di voto in assemblea ed impugnazione delle delibere), ma anche per i diritti patrimoniali, non ravvisandosi elementi per discriminare gli uni dagli altri, nell'ambito di una disciplina sostanzialmente unitaria. Le stesse considerazioni valgono anche in relazione alla domanda di revoca per giusta causa del liquidatore ex art. 2450 comma 4 c.c. nel testo all'epoca vigente. Siffatte argomentazioni appaiono avvalorate anche dal nuovo testo degli art. 2468, 2347 comma 1 c.c. e 2352 c.c. comma ultimo aggiunto (in relazione al quale il riferimento testuale ai diritti amministrativi si spiega in ragione della disciplina della stessa norma, dettata appunto per i diritti amministrativi, senza marcare una diversità di disciplina dei diritti patrimoniali).

Tribunale Milano  28 settembre 2005

 



 
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