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Art. 247 codice civile: Legittimazione passiva

Il presunto padre (1), la madre ed il figlio sono litisconsorti necessari nel giudizio di disconoscimento (2).

Se una delle parti è minore o interdetta, l’azione è proposta in contraddittorio con un curatore nominato dal giudice davanti al quale il giudizio deve essere promosso.

Se una delle parti è un minore emancipato o un maggiore inabilitato, l’azione è proposta contro la stessa assistita da un curatore parimenti nominato dal giudice.

Se il presunto padre o la madre o il figlio sono morti l’azione si propone nei confronti delle persone indicate nell’articolo precedente o, in loro mancanza, nei confronti di un curatore parimenti nominato dal giudice.


Commento

Interdetto: [v. 414]; Curatore: [v. 165]; Emancipato: [v. 390]; Inabilitato: [v. 415].

 

Litisconsorzio necessario: casi in cui esiste un unico rapporto sostanziale di cui sono titolari più soggetti; pertanto la decisione deve essere pronunziata necessariamente nei confronti di più parti processuali (nel nostro caso la madre, il figlio e il presunto padre). Se il giudizio viene proposto senza la presenza di tutti i litisconsorti, il giudice deve ordinare l’integrazione del contraddittorio in un termine perentorio da lui stabilito (art. 102 c.p.c.).

 

(1) Art. così sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 98) (Riforma del diritto di famiglia).

 

(2) La decadenza [v. 2964] non si verifica nel caso in cui l’azione sia intentata nei confronti di uno solo dei litisconsorti necessari prima della scadenza del termine previsto dall’art. 244. In tal caso, infatti, il giudice dispone un termine entro cui l’interessato deve integrare il contraddittorio, cioè deve proporre l’azione anche nei confronti dell’ulteriore soggetto prima trascurato (es.: il figlio che abbia agito contro il padre deve convenire in giudizio, entro il suddetto termine, anche la madre).

 

 


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Legittimati passivi nell'azione di disconoscimento della paternità sono il presunto padre, la madre e il figlio. Qualora entrambi i genitori siano deceduti, correttamente l'azione è proposta nei confronti dei loro discendenti, perché l'applicazione del combinato disposto degli art. 247 e 246 c.c. non richiede la designazione di un curatore né prevede che i soggetti evocati in giudizio siano portatori di interesse contrario a quello dedotto e fatto valere con il relativo atto introduttivo. (Cassa App. Firenze 15 luglio 2008 n. 1019).

Cassazione civile sez. I  24 luglio 2012 n. 12984  

 

In tema di litisconsorzio nel giudizio promosso per il disconoscimento della paternità la legittimazione passiva è correttamente individuata - a fronte dell'impossibilità di veder partecipare i rimanenti soggetti individuati ai sensi degli artt. 246 e 247 c.c. - nei confronti degli altri discendenti del padre verso cui l'azione è promossa, senza che si necessario nominare un apposito curatore.

Cassazione civile sez. I  24 luglio 2012 n. 12984  

 

Qualora il marito chieda ritualmente che si accerti la sua estraneità al concepimento del figlio minore, che non si oppone alla richiesta del genitore apparente, e la moglie-madre aderisca alla domanda maritale indicando anche il vero padre del minore, già deceduto, è inammissibile l'intervento volontario, nel procedimento, della sorella dell'asserito vero padre, che si opponga all'accertamento della paternità del defunto fratello, anche nella sua qualità di erede del soggetto indicato come vero padre del minore: nessuna domanda, invero, era stata avanzata in giudizio nei confronti dell'interveniente e nessuna statuizione, che fosse stata assunta, sarebbe stata a lei opponibile; qualora, poi, malgrado la carenza d'ogni suo interesse formale all'intervento, già acclarata nei due gradi del giudizio di merito, la sorella abbia con cieca, ostinata, costante pertinacia insistito nel suo intervento fino a ricorrere alla S.C., la sua condotta processuale, caratterizzata da colpa grave, giustifica l'irrogazione, a suo carico, di una condanna al pagamento di una somma, quantificata dai giudici, ai sensi dell'art. 385, comma 4, c.p.c., oltre che al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.

Cassazione civile sez. I  08 febbraio 2012 n. 1784

 

Ritenuto che in Australia, Stato Federale, in materia di paternità si applica una legge di base valida per tutti i Paesi che lo compongono (il Family Law Act del 1975, per il quale la paternità si presume sia in capo al figlio di uomo sposato, sia a seguito della registrazione della nascita nella quale viene anche indicato il nome del genitore di sesso maschile; ritenuto che nello Stato di South Australia la legge conferisce al Registrar (corrispondente al nostro ufficiale di stato civile) ampi, elastici, discrezionali poteri per il superamento, con idonea prova contraria, della presunzione di paternità; ritenuto che la legge (l'Adoption Act del 1988 dello Stato del South Australia ed il Family Law Act del 1975) conferisce alle Family Courts la competenza sulle adozioni, per cui, se manca nell'atto di nascita ogni menzione sull'ipotesi di adozione, l'eventuale carenza della decisione di uno degli organi giudiziari competenti attesta che adozione non vi è stata e, quindi, non sussiste status di figlio legittimo; ritenuto che non vi è contrasto tra la normativa australiana "de qua" e l'ordine pubblico italiano, fondato sul "favor veritatis" nella attribuzione e qualificazione della prole; ritenuto che i dati sul DNA raccolti dai consulenti tecnici di ufficio (e, peraltro, non contestati) attestano la qualità di figlio naturale del soggetto che contesta il proprio status di figlio legittimo; quanto precede ritenuto e premesso, è fondata, in fatto ed in diritto, la contestazione del proprio stato di legittimità avanzata da un soggetto che ambisce al riconoscimento del proprio status di figlio naturale.

Tribunale Chiavari  12 dicembre 2011

 

Ritenuto che il termine di decadenza ex art. 244, comma 3, c.c. per la proposizione dell'azione di disconoscimento di paternità risponde all'esigenza di certezza degli status, la sua previsione non è contraria ai dettati costituzionali, né può inferirsi una violazione degli art. 3, 24 e 30 cost. in relazione ad altre tipologie di azioni, nelle quali un termine non è stato, al contrario, previsto, rispondendo alle differenti finalità delle singole azioni una diversa regolamentazione della materia secondo i criteri stabiliti dal legislatore.

Cassazione civile sez. I  16 marzo 2007 n. 6302

 

 

Responsabilità civile

Nei confronti di persona ospite di reparto psichiatrico, non interdetta nè sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio ai sensi della l. 13 maggio 1978 n. 180, la configurabilità di un dovere di sorveglianza a carico del personale sanitario addetto al reparto e della conseguente responsabilità risarcitoria ai sensi dell'art. 2047, comma 1, c.c. per i danni cagionati dal ricoverato presuppone la prova concreta della incapacità di intendere e di volere di questi, costituendo principio regolatore della materia della responsabilità civile (al cui rispetto è tenuto il conciliatore che decida secondo equità a norma dell'art. 113, comma 2, c.p.c., nel testo anteriore alle modifiche introdottevi dall'art. 21 l. 21 novembre 1991 n. 374) che, salvi i casi eccezionali, si risponda solo per l'omessa sorveglianza di un soggetto capace.

Cassazione civile sez. III  20 marzo 1997 n. 2483  



 
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