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Art. 25 codice civile: Controllo sull’amministrazione delle fondazioni

L’autorità governativa esercita il controllo e la vigilanza sull’amministrazione delle fondazioni; provvede alla nomina e alla sostituzione degli amministratori o dei rappresentanti, quando le disposizioni contenute nell’atto di fondazione non possono attuarsi; annulla, sentiti gli amministratori, con provvedimento definitivo, le deliberazioni contrarie a norme imperative, all’atto di fondazione, all’ordine pubblico o al buon costume; può sciogliere l’amministrazione e nominare un commissario straordinario, qualora gli amministratori non agiscano in conformità dello statuto o dello scopo della fondazione o della legge.

L’annullamento della deliberazione non pregiudica i diritti acquistati dai terzi di buona fede in base ad atti compiuti in esecuzione della deliberazione medesima.

Le azioni contro gli amministratori per fatti riguardanti la loro responsabilità devono essere autorizzate dall’autorità governativa e sono esercitate dal commissario straordinario, dai liquidatori o dai nuovi amministratori.


Commento

Fondazione: [v. 14]; Ordine pubblico: [v. 5]; Buon costume: [v. 5]; Scopo: [v. 16].

 

La norma prevede un controllo generale sulla fondazione volto ad assicurare che il patrimonio della stessa sia effettivamente destinato allo scopo voluto dal fondatore. Ciò in quanto la fondazione, a differenza dell’associazione, non possiede organi (come l’assemblea) in grado di controllare l’attività degli amministratori.


Giurisprudenza annotata

Giurisdizione Civile

La deliberazione del Consiglio direttivo di una Fondazione, che decide sulla decadenza di un componente del Consiglio stesso, è soggetta alla giurisdizione del giudice ordinario non rilevando, in contrario, l'atto con il quale l'Autorità vigilante comunica di non voler esercitare il potere di controllo su tale deliberazione, ai sensi dell'art. 27 c.c., atteso che la suddetta Autorità non si pone rispetto alla Fondazione in termini di supremazia gerarchica, in quanto non ha alcun potere di indirizzo delle Fondazioni, né può imporre ad esse modalità organizzative diverse da quelle liberamente prescelte, ma può solo intervenire a normalizzarne la situazione laddove si verifichi una delle ipotesi di cui all'art. 25 c.c.

(T.A.R. Potenza Sez.I 06/11/2013 n. 671)

 

Rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario le controversie attinenti allo statuto o negozio di fondazione delle ex IPAB e alle sue modificazioni, trasformatesi in persone giuridiche private, trattandosi di manifestazioni negoziali rivenienti dall'esercizio di dirittti soggettivi perfetti, che non vengono affievoliti in virtù del controllo sulle inerenti deliberazioni assembleari riconducibile, quanto alla tipologia giuridica, a quello previsto dall'art. 25 c.c., né rileva in senso contrario la circostanza che il controllore sia un ente pubblico giacché esso espleta un'attività di mera verifica della rispondenza del negozio alle norme di settore, ma senza che ciò comporti alcun potere di supremazia o di valutazione discrezionale.

(T.A.R. Perugia Sez.I 04/10/2012 n. 407)

 

In relazione alla natura giuridica degli enti di assistenza e beneficenza, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 396 del 1988 (dichiarativa dell'illegittimità costituzionale dell'art. 1 l. 17 luglio 1890 n. 6972, nella parte in cui non prevede che le Ipab regionali e infraregionali possano continuare a sussistere assumendo la personalità giuridica di diritto privato, qualora abbiano tuttora i requisiti di un'istituzione privata), la natura pubblica o privata di tali istituzioni deve essere accertata, di volta in volta, dall'Autorità giudiziaria ordinaria, indipendentemente dall'esito delle procedure amministrative eventualmente esperite, facendo ricorso ai criteri indicati dal d.P.C.M. 16 febbraio 1990 (ricognitivo dei principi generali dell'ordinamento, e ritenuto legittimo dalla sentenza della Corte cost. n. 466 del 1990). (In applicazione di tale principio, le S.U. hanno ritenuto che l'Opera Pia Maria Santissima di Costantinopoli - ente a struttura associativa costituito per motivazioni religiose da cittadini di Bitritto con la finalità di fornire un'istruzione pubblica ai figli del popolo, amministrato dall'assemblea dei soci e da un consiglio di amministrazione composto in prevalenza da membri nominati dall'assemblea, ed avente un patrimonio costituito da proprie rendite e sussidi pubblici - fosse qualificabile come istituzione privata, con la conseguente devoluzione alla giurisdizione ordinaria della controversia avente ad oggetto l'accertamento dell'illegittimità del decreto con cui il Presidente della Regione, sull'erroneo presupposto della qualificazione di detto ente come istituzione pubblica di assistenza e beneficenza, aveva dichiarato la decadenza dei componenti del consiglio di amministrazione).

(Cass. Civ. Sez. Unite 06/05/2009 n. 10365)

 

Istituzioni di Pubblica assistenza e beneficenza

In relazione alla natura giuridica degli enti di assistenza e beneficenza, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 396 del 1988 (dichiarativa dell'illegittimità costituzionale dell'art. 1 l. 17 luglio 1890 n. 6972, nella parte in cui non prevede che le Ipab regionali e infraregionali possano continuare a sussistere assumendo la personalità giuridica di diritto privato, qualora abbiano tuttora i requisiti di un'istituzione privata), la natura pubblica o privata di tali istituzioni deve essere accertata, in concreto, dal g.o., facendo ricorso ai criteri indicati dal d.P.C.M. 16 febbraio 1990, ricognitivo dei principi generali dell'ordinamento, e ritenuto legittimo dalla sentenza della Corte cost. n. 466 del 1990. (In applicazione di tale principio la S.C., affermando la giurisdizione del g.a. sul rapporto conseguentemente qualificato di pubblico impiego intercorrente con l'ente ed esauritosi anteriormente al 30 giugno 1998, ha confermato la decisione con cui la corte territoriale aveva negato la natura privatistica dell'Ipab).

(Cass. Civ. Sez. Unite 27/01/2012 n. 1151)



 
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