Codice civile Aggiornato il 16 gennaio 2015

Codice civile Art. 251 codice civile: Autorizzazione al riconoscimento

Codice civile Aggiornato il 16 gennaio 2015



Il figlio nato da persone (1), tra le quali esiste un vincolo di parentela in linea retta all’infinito o in linea collaterale nel secondo grado, ovvero un vincolo di affinità in linea retta, può essere riconosciuto previa autorizzazione (2) del giudice avuto riguardo all’interesse del figlio e alla necessità di evitare allo stesso qualsiasi pregiudizio.

Il riconoscimento di una persona minore di età è autorizzato dal giudice (3).

Commento

Parentela: [v. 74]; Riconoscimento: [v. 250].

 

(1) Art., da ultimo, così sostituito ex l. 10-12-2012, n. 219 (Riforma della filiazione) (art. 1, c. 3).

 

(2) L’autorizzazione del giudice ha la natura di approvazione del riconoscimento e non ne rappresenta, invece, un elemento costitutivo, ma condizione di efficacia [v. 1353].

 

(3) La parola «giudice» ha sostituito le precedenti «tribunale per i minorenni» ex art. 22, d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

La norma, integralmente sostituita, manifesta l’intento del legislatore di ampliarne l’ambito di applicazione (viene meno il requisito dell’inconsapevolezza o della nullità del matrimonio da cui deriva l’affinità).

 

Giurisprudenza annotata

Filiazione

Ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 279 c.c., norma richiamata, peraltro, dall'art. 580 c.c., l'impossibilità di proporre l'azione per la dichiarazione giudiziale di paternità deve essere assoluta, cioè originaria e dovuta a cause di forza maggiore, e non soltanto relativa perché voluta e provocata, con la conseguenza che all'assegno vitalizio ex art. 580 (279 c.c.) c.c. non ha diritto il figlio nato in costanza di matrimonio, che, divenuto maggiorenne, abbia volutamente omesso di esperire l'azione di disconoscimento del padre legittimo pur nella consapevolezza di essere figlio naturale (adulterino) e nella ricorrenza dei presupposti e delle condizioni occorrenti per il disconoscimento "de quo", nonché in assenza di cause impeditive di forza maggiore. Diversamente opinando, al figlio che non ha voluto esercitare le azioni cui avrebbe potuto ricorrere andrebbe riconosciuto anche il diritto di partecipare all'eredità del genitore legittimo ed alla eredità del genitore naturale.

Tribunale Brindisi  22 febbraio 2007

 

In tema di capacità di fare il riconoscimento del figlio, disciplinata - in base alle norme del diritto internazionale privato (art. 35, comma 2, l. 31 maggio 1995 n. 218) - dalla legge nazionale del genitore, il principio di ordine pubblico internazionale che riconosce il diritto alla acquisizione dello status di figlio naturale a chiunque sia stato concepito, indipendentemente dalla natura della relazione tra i genitori, costituisce un limite generale all'applicazione della legge straniera (nella specie, egiziana, recepente in materia di "statuto personale" il diritto islamico) che, attribuendo all'uomo la paternità unicamente nell'ipotesi in cui il figlio sia stato generato in un "rapporto lecito", preclude al padre di riconoscere il figlio nato da una relazione extramatrimoniale. In tal caso, stante la rilevata contrarietà all'ordine pubblico internazionale della norma straniera applicabile in base al sistema di diritto internazionale privato, trova applicazione la corrispondente norma di diritto interno (art. 250 c.c.), la quale, in relazione alla capacità del padre di addivenire al riconoscimento del figlio naturale, si sostituisce integralmente alla norma straniera, ai sensi dell'art. 16, comma 2, della citata legge n. 218 del 1995.

Cassazione civile sez. I  28 dicembre 2006 n. 27592  

 

È incostituzionale l' art. 278 comma 1 c.c,, nella parte in cui esclude la dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità naturali e le relative indagini, nei casi in cui, a norma dell'art. 251 comma 1 c.c., è vietato il riconoscimento dei figli incestuosi.

Corte Costituzionale  28 novembre 2002 n. 494

 

È esperibile l'azione per la dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità naturali anche nelle ipotesi previste dall'art. 251, comma 1, c.c., per l'illegittimità costituzionale dell'art. 278, comma 1, c.c., nella parte in cui esclude la dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità naturali e le relative indagini nei casi in cui il riconoscimento dei figli incestuosi è vietato.

Corte Costituzionale  28 novembre 2002 n. 494

 

È costituzionalmente illegittimo l'art. 278 comma 1 c.c., nella parte in cui esclude la dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità naturali e le relative indagini, nei casi in cui, a norma dell'art. 251 comma 1 c.c., il riconoscimento dei figli incestuosi è vietato.

Corte Costituzionale  28 novembre 2002 n. 494

 

La Corte costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità costituzionale dell'art. 278 comma 1 c.c., nella parte in cui esclude la dichiarazione giudiziale della paternità e maternità naturali e le relative indagini, nei casi in cui, a norma dell'art. 251 comma 1 c.c., il riconoscimento dei figli incestuosi è vietato. Però l'accoglimento della questione proposta dalla prima sezione civile della Cassazione non coinvolge il parallelo divieto di riconoscimento da parte dei genitori che continua a permanere.

Corte Costituzionale  28 novembre 2002 n. 494

 

È costituzionalmente illegittimo l'art. 278, comma 1, c.c., nella parte in cui esclude la dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità naturali e le relative indagini, nei casi in cui, a norma dell'art. 251, comma 1, c.c., il riconoscimento dei figli incestuosi è vietato. Infatti la "capitis deminutio perpetua" e irrimediabile imposta ai cosiddetti figli incestuosi come conseguenza oggettiva di comportamenti di terzi soggetti, costituisce una evidente violazione del diritto a uno "status filiationis" e del principio costituzionale di uguaglianza, come pari dignità sociale di tutti i cittadini e come divieto di differenziazioni legislative basate su condizioni personali e sociali.

Corte Costituzionale  28 novembre 2002 n. 494

 



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