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Art. 2532 codice civile: Recesso del socio

Il socio cooperatore può recedere dalla società nei casi previsti dalla legge e dall’atto costitutivo. Il recesso non può essere parziale.

La dichiarazione di recesso deve essere comunicata con raccomandata alla società. Gli amministratori devono esaminarla entro sessanta giorni dalla ricezione (1). Se non sussistono i presupposti del recesso, gli amministratori devono darne immediata comunicazione al socio, che entro sessanta giorni dal ricevimento della comunicazione, può proporre opposizione innanzi il tribunale.

 

Il recesso ha effetto per quanto riguarda il rapporto sociale dalla comunicazione del provvedimento di accoglimento della domanda. Ove la legge o l’atto costitutivo non preveda diversamente, per i rapporti mutualistici tra socio e società il recesso ha effetto con la chiusura dell’esercizio in corso, se comunicato tre mesi prima, e, in caso contrario, con la chiusura dell’esercizio successivo.


Commento

Atto costitutivo: [v. 2295]; Recesso: [v. 2285]; Amministratori: [v. 2621]; Esercizio (sociale): [v. 2477].

 

(1) Pur lasciando sostanzialmente immutata la disciplina del recesso, la riforma ha introdotto una forma di accettazione dello stesso da parte dell’organo competente, il quale dovrà in sostanza valutare se la dichiarazione del socio è conforme alla legge e allo statuto.

 

Nelle società cooperative il recesso è ammesso solo per giusta causa e cioè nei casi previsti dalla legge (cd. recesso legale) o dall’atto costitutivo (cd. recesso statutario); è escluso il recesso ad nutum (cioè senza giusta causa) previsto invece per le società di persone, e ciò nonostante il carattere personale della partecipazione alla cooperativa.

 


Giurisprudenza annotata

Società

Il socio di Cooperativa sociale può recedere e chiedere la restituzione di quanto versato. La comunicazione effettuata con raccomandata A/R non ritirata, per compiuta giacenza si suppone conosciuta dal destinatario, così rendendo efficace, di conseguenza, il recesso.

Corte appello Roma sez. II  19 giugno 2008 n. 2611  

 

L'atto costitutivo di società cooperativa può subordinare, a norma dell'art. 2532 c.c. il diritto al rimborso della quota del socio ad una condizione sospensiva di esigibilità ovverosia al subentro di un nuovo socio, avendo carattere dispositivo poiché attiene a diritti patrimoniali del socio che, in quanto tali, rientrano nella sua disponibilità e possono essere convenzionalmente sacrificati in funzione del fine mutualistico peculiare della società cooperativa.

Tribunale Roma sez. X  02 luglio 2007

 

Nelle società cooperative dove vige il principio mutualistico, l'atto costitutivo può stabilire le maggioranze necessarie per le deliberazioni senza alcun limite, a norma dell'art. 2532 c.c., e dunque in deroga a quanto disposto dagli art. 2368 e 2369 c.c. Il "quorum" deliberativo dell'assemblea straordinaria deve calcolarsi sul numero dei soci presenti e votanti (computandosi nel calcolo sia coloro che hanno votato favorevolmente o sfavorevolmente, sia coloro che si sono astenuti) non tenendo conto di quelli allontanatisi dalla riunione.

Tribunale Brindisi  13 gennaio 2000

 

 

Procedimento civile

Se in un secondo tempo, indicando i medesimi titoli di cui all'atto di citazione, l'attore avanzi richieste più elevate, siamo in presenza di una inammissibile "mutatio libelli" perché i motivi indicati per la richiesta successiva sono in realtà diversi da quelli iniziali, come diversa è la somma. Nel caso di specie, l'attore in citazione sosteneva di avere diritto, per il recesso, al rimborso del valore nominale delle quote sociali che determinava in una minor somma che veniva dal convenuto pagata; successivamente, in memoria di replica ex art. 6 d.lg. 5/03, l'attore richiedeva una maggior somma costituita dai versamenti effettuati ad ogni scadenza semestrale. Il che è cosa diversa dal rimborso del valore nominale della quota. Richiedere la restituzione di tutto quanto pagato nel corso della vita della società cooperativa significa infatti richiedere gli effetti con effetto "ex tunc" di una sorta di nullità del rapporto sociale, mentre la richiesta della restituzione del valore nominale altro non è che un modo di determinazione di quanto dovuto per il caso di recesso nel momento in cui questo viene richiesto; una richiesta tra l'altro pertinente allo statuto sociale che prevede che "in caso di recesso. . le quote vengono rimborsate al valore nominale". Nonostante la parte abbia tenuto la medesima qualificazione giuridica nei termini usati, nelle conclusioni dei due atti è invece mutata la natura del pagamento che viene richiesto; nella citazione si chiedeva soltanto rimborso del valore nominale e quindi non vi era richiesta relativa alla restituzione di quanto "medio tempore" versato, che ben poteva essere superiore, mentre nel successivo atto si chiedeva tutto quanto versato, sostenendo quindi implicitamente che il recesso operasse "ex tunc" come nullità e potesse dar diritto ad una restituzione da calcolarsi come se l'adesione alla società cooperativa non fosse mai avvenuta. Il recesso invece, per espressa previsione dell'art. 2532 c.c., ha effetto per quanto riguarda il rapporto sociale dalla comunicazione del provvedimento di accoglimento della domanda ed anzi ha effetti addirittura successivi perché ove la legge o l'atto costitutivo non preveda diversamente ha effetto con la chiusura dell'esercizio in corso se comunicato tre mesi prima ed in caso contrario con la chiusura dell'esercizio successivo. Chiaramente, soprattutto in una società cooperativa volta a fornire servizi mutualistici ai soci, non vi può essere rimborso di tutto quanto versato, come potrebbe invece per esempio accadere nelle cooperative edilizie, perché parte di quanto pagato serve a coprire i servizi di cui il socio "medio tempore" ha goduto. La richiesta di restituzione di tutto quanto versato è dunque cosa giuridicamente assai diversa dalla restituzione del solo valore nominale richiesto nel primo atto e comporta l'esame di questioni quali il momento del recesso della chiusura del relativo contratto, la validità della clausola che stabilisce nel caso di specie il rimborso del valore nominale, questioni non affrontate nell'atto introduttivo del giudizio, per cui ammettere l'ampliamento della domanda proposto da parte attrice nella replica significherebbe introdurre nel secondo scritto una "causa petendi", cioè argomenti giuridici, del tutto nuovi.

Tribunale Milano sez. VIII  23 gennaio 2008 n. 840

 

 

Giurisdizioni- Edilizia popolare ed economica

In tema di cooperative edilizie, anche fruenti del contributo erariale, il riparto della giurisdizione deve ritenersi fondato sulle comuni regole correlate alla posizione soggettiva prospettata nel giudizio, e ciò alla luce sia del nuovo assetto normativo, di progressiva privatizzazione, che assegna alla cooperativa edilizia un ruolo diverso, di soggetto al quale sono riservati spazi agevolativi in favore dei cittadini per l'acquisto della prima casa, sia del superamento (conseguente alla sentenza della Corte cost. n. 204 del 2004) del criterio di delimitazione della giurisdizione tra giudice amministrativo e giudice ordinario basato sul principio della ripartizione della materia. Tenendo quindi distinta la fase pubblicistica - caratterizzata dall'esercizio di poteri finalizzati al perseguimento di interessi pubblici, e, corrispondentemente, da posizioni di interesse legittimo del privato - da quella di natura privatistica - nella quale la posizione dell'assegnatario assume natura di diritto soggettivo, in forza della diretta rilevanza della regolamentazione del rapporto tra ente ed assegnatario - sono devolute alla giurisdizione amministrativa le controversie attinenti a pretesi vizi di legittimità dei provvedimenti emessi nella prima fase, mentre sono riconducibili alla giurisdizione ordinaria le controversie in cui siano in discussione cause sopravvenute di estinzione o di risoluzione del rapporto, quale è quella in cui si discuta del diritto di credito vantato dal socio receduto dalla cooperativa edilizia, non dovendosi in tal caso sindacare l'esercizio di un potere pubblico.

Cassazione civile sez. un.  13 maggio 2009 n. 10999  



 
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