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Art. 254 codice civile: Forma del riconoscimento

Il riconoscimento (1) del figlio nato fuori del matrimonio (2) è fatto nell’atto di nascita, oppure con una apposita dichiarazione, posteriore alla nascita o al concepimento, davanti ad un ufficiale dello stato civile (3) [o davanti al giudice tutelare] (4) o in un atto pubblico (5) o in un testamento (6), qualunque sia la forma di questo (7) (8).

 

 

 


Commento

Figlio nato fuori del matrimonio: [v. 250]; Atto di nascita: [v. 236]; Ufficiale dello stato civile: [v. 93]; Atto pubblico: [v. 2699]; Testamento: [v. 587].

 

(1) Art. sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 106) (Riforma del diritto di famiglia).

 

(2) Le parole «nato fuori del matrimonio» hanno sostituito la precedente «naturale» ex art. 25, c. 1, lett. a), d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(3) Chi intende riconoscere un figlio davanti all’ufficiale dello stato civile deve dimostrare che nulla osta al riconoscimento ai sensi di legge (cfr. art. 42, d.P.R. 3-11-2000, n. 396).

 

(4) Ai sensi dell’art. 138, d.lgs. 19-2-1998, n. 51 (Giudice unico di primo grado) le parole riportate tra parentesi quadre sono soppresse, a decorrere dal 2-6-1999, ex art. 247, d.lgs. 51/1998 cit.

 

(5) Il riconoscimento per atto pubblico deve essere ricevuto da un notaio o da un altro pubblico ufficiale, cui siano stati conferiti i poteri tipici dell’ufficiale di stato civile.

 

(6) Se il riconoscimento è contenuto in un testamento pubblico nullo, resta valido, ma la sua efficacia si produce dopo la morte del testatore.

 

(7) Il riconoscimento del nascituro da parte del padre si ritiene possa farsi solo se preceduto da quello materno.

 

(8) Le forme in cui può essere realizzato il riconoscimento hanno carattere tassativo.

 

La dichiarazione di riconoscimento può essere resa con qualsiasi espressione idonea.

 


Giurisprudenza annotata

Responsabilità civile

Nel caso in cui ad una gestante siano stati somministrati senza adeguata informazione farmaci che abbiano provocato malformazioni al concepito, la violazione dell'obbligo d'informazione da parte dei sanitari dà luogo al risarcimento del danno in favore sia della gestante-madre che del concepito, una volta che quest'ultimo sia venuto ad esistenza, ma solo in relazione all'inosservanza del principio del c.d. consenso informato, non potendo invece ravvisarsi a carico dei sanitari una responsabilità nei confronti del concepito perché la madre non è stata posta in condizione di esercitare il diritto all'interruzione volontaria della gravidanza, non essendo configurabile nel nostro ordinamento un diritto "a non nascere se non sano", in quanto le norme che disciplinano l'interruzione della gravidanza la ammettono nei soli casi in cui la prosecuzione della stessa o il parto comportino un grave pericolo per la salute o la vita della donna, legittimando pertanto la sola madre ad agire per il risarcimento dei danni.

Cassazione civile sez. III  11 maggio 2009 n. 10741  

 

 

Filiazione

Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il significato della solidarietà e del reciproco affidamento, ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.

Tribunale Roma sez. I  17 ottobre 2012 n. 19563  

 

Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il più ampio e profondo significato della solidarietà e del reciproco affidamento; ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.

Tribunale Roma sez. I  17 ottobre 2012 n. 19563  

 

Per la proposizione della domanda di legittimazione del figlio naturale non occorre dimostrare alcunché, ma soltanto allegare elementi da cui desumere la sua fondatezza; pertanto, ove il ricorrente - dopo il rifiuto dell'ufficiale di stato civile di ricevere l'atto di riconoscimento - chieda di legittimare la figlia naturale non riconosciuta, nata dalla sua unione con una donna da poco tempo deceduta, e deduca che la minore vive, da tempo, come figlia felicemente inserita nella propria famiglia, riconosciuta come tale da tutti i componenti tale nucleo domestico e battezzata con il cognome del ricorrente, non sono necessari ulteriori approfondimenti istruttori od ulteriori elementi probatori, senza che costituisca ostacolo all'accoglimento della domanda la morte della madre, ove il curatore speciale della minore, all'uopo nominato, abbia espresso il proprio assenso, considerato infine che l'interesse della minore deve ritenersi, in linea di principio, assicurato dal conseguimento di uno "status" più ampio e completo, quale è quello che deriva dal conseguimento della condizione di figlia legittima.

Tribunale minorenni Napoli  16 maggio 1996

 

Con riguardo a domanda di legittimazione di figlio naturale - alla quale, nell'ipotesi di diversità di cittadinanza tra il legittimante (italiano) e il legittimante (nell'ipotesi tedesco), vanno applicate le legislazioni nazionali di entrambi - il minore che abbia acquistato lo "status" di figlio legittimo in forza di adozione da parte dei coniugi stranieri non può essere legittimato dal preteso genitore naturale italiano, in quanto, secondo l'ordinamento italiano (art. 281 e 253 c.c.), non possono essere legittimati i figli che non possono essere riconosciuti ed il riconoscimento non è ammesso se è in contrasto con lo stato di figlio legittimo (e legittimato), il quale è preclusivo anche del riconoscimento "implicito", che, consegue, a norma dell'art. 254 comma 2 c.c., alla presentazione al giudice della domanda di legittimazione.

Cassazione civile sez. I  18 maggio 1995 n. 5439  



 
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