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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 2540 codice civile: Assemblee separate

L’atto costitutivo delle società cooperative può prevedere lo svolgimento di assemblee separate, anche rispetto a specifiche materie ovvero in presenza di particolari categorie di soci (1).

Lo svolgimento di assemblee separate deve essere previsto quando la società cooperativa ha più di tremila soci e svolge la propria attività in più province ovvero se ha più di cinquecento soci e si realizzano più gestioni mutualistiche (1).

L’atto costitutivo stabilisce il luogo, i criteri e le modalità di convocazione e di partecipazione all’assemblea generale dei soci delegati e assicura in ogni caso la proporzionale rappresentanza delle minoranze espresse dalle assemblee separate.

I delegati debbono essere soci. Alla assemblea generale possono assistere anche i soci che hanno preso parte alle assemblee separate (2).

Le deliberazioni della assemblea generale possono essere impugnate ai sensi dell’articolo 2377 anche dai soci assenti e dissenzienti nelle assemblee separate quando, senza i voti espressi dai delegati delle assemblee separate irregolarmente tenute, verrebbe meno la maggioranza richiesta per la validita’ della deliberazione (3).

Le deliberazioni delle assemblee separate non possono essere autonomamente impugnate (4).

Le disposizioni del presente articolo non si applicano alle società cooperative con azioni ammesse alla quotazione in mercati regolamentati.


Commento

Cateogorie di soci: [v. 2527]; Convocazione: [v. 2484]; Assemblea: [v. 2484]; Azioni: [v. 2325]; Mercati regolamentati: [v. 2325bis].

 

Assemblee separate: riunioni decentrate, frutto della logica democratica del complesso di norme che regolano le cooperative, in quanto consentono a tutti i soci di partecipare al dibattito, manifestando la propria volontà.

 

Impugnazione: atto formale con il quale uno o più soci richiedono al giudice di riesaminare la deliberazione in oggetto.

 

(1) L’atto costitutivo può prevedere sempre lo svolgimento di assemblee separate, anche con riferimento a determinate materie o a particolari categorie di soci, mentre deve prevederle quando ricorrano determinate condizioni fissate dal legislatore della riforma: la società cooperativa deve avere più di tremila soci e svolgere la propria attività in più province, ovvero più di cinquecento soci e realizzare più gestioni mutualistiche.

 

(2) Le nuova disciplina assicura la rappresentanza delle minoranze e la partecipazione dei soci rimettendo all’atto costitutivo il compito di disciplinare il funzionamento delle assemblee.

 

(3) In pratica l’impugnazione è consentita solo nel caso in cui i voti espressi dai delegati siano decisivi per la validità dell’assemblea generale.

 

(4) È espressamente sancito il principio per cui le deliberazioni delle assemblee separate non sono impugnabili autonomamente; anche in passato vi era consenso unanime sul fatto che la delibera dell’assemblea separata, non avendo una propria autonomia, doveva essere impugnata congiuntamente alla delibera dell’assemblea generale.

 

La norma consente che la volontà sociale si formi in due fasi successive: attraverso le deliberazioni delle assemblee separate e le deliberazioni dell’assemblea generale. Ciò al fine di facilitare il momento deliberativo della società quando essa si presenti assai ampia quanto al numero di soci e delle zone del territorio nazionale in cui esplica la propria attività ovvero quando si presenti costituita da categorie eterogenee di soci.


Giurisprudenza annotata

Fallimento

L'art. 211 l. fall. - secondo cui nella liquidazione coatta amministrativa di una società con responsabilità sussidiaria dei soci il commissario liquidatore può, previa autorizzazione dell'autorità di vigilanza, chiedere ai soci il versamento delle somme necessarie per l'estinzione delle passività - è applicabile nei confronti dei soci illimitatamente responsabili di una società in accomandita semplice, il cui fallimento sia stato convertito in amministrazione straordinaria (a norma dell'art. 4 d.l. 30 gennaio 1979 n. 26, convertito nella l. 3 aprile 1979 n. 95).

Cassazione civile sez. I  27 aprile 1994 n. 4019  

 

Sono inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli art. 1 comma 5, 6 bis l. 3 aprile 1979 n. 95 in relazione agli art. 203, 210, 211, 212, 214 e 237 l. fall. per violazione degli art. 3, 24 e 27 cost. nonché degli art. 15, 22 comma 4 e 30 del r.d.l. n. 636 del 1972 in riferimento agli art. 3 e 24 cost., perché il legislatore, nell'apprestare gli strumenti operativi per il risanamento dell'impresa in amministrazione straordinaria, ha operato nell'ambito delle sue scelte discrezionali, senza incidere su situazioni costituzionalmente garantite e perché la decisione conseguente al procedimento tributario non vincola i soggetti che siano rimasti estranei al giudizio o non siano stati posti in grado di intervenirvi o di parteciparvi.

Cassazione civile sez. I  27 aprile 1994 n. 4019  

 

La disposizione dell'art. 21 legge fallimentare - secondo cui, nella liquidazione coatta amministrativa di una società con responsabilità sussidiaria (limitata o illimitata) dei soci, il commissario liquidatore, previa autorizzazione dell'autorità di vigilanza, può chiedere ai soci il versamento delle somme necessarie per l'estinzione della passività -, applicabile anche all'amministrazione straordinaria a norma dell'art. 1 legge n. 95 del 1979, ha portata generale e non coincide con quella dell'art. 151 legge fallimentare - regolante il ripiano delle passività da parte dei soci sussidiariamente responsabili di società cooperativa soggette a fallimento -, in quanto il citato art. 211 fa rinvio a quest'ultima norma solo "per il rimanente" ed in quanto ciascuna delle due disposizioni rappresenta la proiezione, in sede concorsuale, del diverso regime di diritto sostanziale della responsabilità dei soci delle società di persone, rispetto a quella dei soci delle cooperative: i primi personalmente e solidalmente responsabili delle obbligazioni sociali, i secondi responsabili per le stesse solo in caso di assoggettamento della cooperativa ad una procedura concorsuale. Ne deriva che l'art. 211 legge fallimentare è applicabile nei confronti dei soci illimitatamente responsabili di una società in accomandita semplice, il cui fallimento sia stato "convertito" in amministrazione straordinaria a norma dell'art. 4 legge n. 95 del 1979.

Cassazione civile sez. I  27 aprile 1994 n. 4019  

 

 

Società

Il giudice conciliatore, pur pronunciando secondo equità ex art. 113, comma 2 c.p.c. non può sostituire il proprio giudizio alla legge e non può, quindi, al di fuori di una esplicita previsione nell'atto costitutivo (art. 2514 comma 2 c.c.) e dei casi previsti dal legislatore (liquidazione coatta amministrativa o fallimento nelle cooperative con responsabilità illimitata o limitata dei soci; art. 2541 c.c.) porre a carico del singolo socio una quota del debito sociale, sia pure al fine di evitare con modesto sacrificio, l'inizio di una procedura concorsuale e la possibile perdita del bene assicurato dallo strumento cooperativistico.

Cassazione civile sez. I  06 maggio 1991 n. 5000

 

Il giudizio di equità previsto con riguardo al conciliatore dall'art. 113, comma 2 c.p.c., pur non avendo carattere meramente integrativo della disciplina legale, non ha neanche una funzione sostitutiva della medesima, dovendo il giudice, comunque, osservare i principi regolatori della materia, i quali hanno portata più ristretta dei principi generali dell'ordinamento, in quanto sono posti a presidio di determinati istituti ed informano quindi complessi normativi operanti in settori circoscritti dell'ordinamento. Pertanto, costituendo principio regolatore della materia societaria quello dell'esclusione della responsabilità personale del socio nelle società di capitali, con il solo temperamento dettato, per le società cooperative a responsabilità limitata, con esclusivo riguardo all'ipotesi di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa e sempre che la responsabilità sussidiaria e solidale del socio, da far valere in tali procedure ed in ragione di un multiplo della sua quota, sia esplicitamente prevista dall'atto costitutivo, non è consentito, nel rendere il giudizio suddetto - che è suscettibile di controllo di legittimità -, porre a carico del singolo socio, neanche se tale qualità sussista rispetto ad una società del tipo da ultimo menzionato, una quota di debito sociale, sia pure al fine di evitare, con modesto sacrificio, l'inizio di una procedura fallimentare e la possibile perdita del bene assicurato dallo strumento cooperativistico.

Cassazione civile sez. I  06 maggio 1991 n. 5000  

 

 

Cassazione

Il potere-dovere di decidere secondo equità, attribuito al conciliatore dall'art. 113, comma 2 c.p.c. (così come novellato dall'art. 3 legge n. 399 del 1984), non si inquadra nella tipologia dei giudizi d'equità spiccatamente sostitutivi - quale quello ex art. 114 c.p.c. -, essendo il giudice tenuto ad osservare "i principi regolatori della materia" - con portata più limitata rispetto ai principi generali dell'ordinamento e sindacabili in sede di legittimità - nè all'alveo di quelli meramente integrativi della fattispecie normativa, potendo il giudice temperare, nel momento decisorio, il rigore di certe regole sostanziali e processuali attraverso criteri moderatamente innovativi dell'ordinamento (nella specie, fondamentale principio regolatore del diritto societario è - secondo la suprema corte - quello dell'irresponsabilità personale del socio nelle società di capitali, rispetto al quale eccezionali si atteggiano le disposizioni degli art. 2514 e 2541 c.c. richiamate erroneamente dal conciliatore).

Cassazione civile sez. I  06 maggio 1991 n. 5000  



 
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