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Art. 255 codice civile: Riconoscimento di un figlio premorto

Può anche aver luogo il riconoscimento del figlio premorto, in favore dei suoi discendenti (1) (2).


Commento

Discendente: [v. 87].

 

(1) Le parole in parentesi quadra sono state soppresse ex art. 26, d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(2) Cfr. art. 12, l. 1-12-1970, n. 898 (Scioglimento del matrimonio), riportato in Appendice III.

 

Il legislatore ha ritenuto opportuno inserire tale norma per consentire la realizzazione degli interessi dei discendenti del figlio medesimo.


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Il riconoscimento giudiziale di paternità richiede una specifica procedimentalizzazione, che prevede fra l'altro la partecipazione al giudizio delle diverse parti interessate non essendo neppure astrattamente configurabile una ipotesi in cui non solo un figlio legittimo possa mutare stato a sua insaputa, ma anche un padre "legittimo" possa perdere la detta qualità senza neppure essere interpellato (nella specie, relativa al riconoscimento di un figlio premorto, la Corte ha sottolineato che tale riconoscimento può aver luogo soltanto in favore dei suoi discendenti legittimi e dei suo figli naturali riconosciuti, ipotesi all'evidenza esclusa nel caso di specie atteso che al momento del decesso il riconoscendo non aveva ancora compiuto i quattro anni. Inoltre, in nessun caso è ammesso un riconoscimento in contrasto con lo stato di figlio legittimo).

Cassazione civile sez. I  10 gennaio 2014 n. 370  

 

Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il significato della solidarietà e del reciproco affidamento, ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.

Tribunale Roma sez. I  17 ottobre 2012 n. 19563  

 

Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il più ampio e profondo significato della solidarietà e del reciproco affidamento; ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.

Tribunale Roma sez. I  17 ottobre 2012 n. 19563  

 

In tema di dichiarazione giudiziale di paternità naturale, la mancanza della madre, se non rende di per sè superflua la prova ematologica, atteso che questa, alla stregua delle attuali cognizioni scientifiche, può ugualmente fornire dati positivi o negativi su detta paternità, non consente di raggiungere risultati caratterizzati da relativa certezza, o comunque elevato grado di probabilità; detta circostanza, pertanto, può essere valutata dal giudice del merito al fine di non ammettere quella prova, alla stregua degli altri elementi acquisiti.

Cassazione civile sez. I  10 giugno 1982 n. 3517  

 

In tema di dichiarazione giudiziale di paternità naturale, la mancanza della madre, se non rende di per sè superflua la prova ematologica, atteso che questa, alla stregua delle attuali cognizioni scientifiche, può ugualmente fornire dati positivi o negativi su detta paternità, non consente di raggiungere risultati caratterizzati da relativa certezza, o comunque elevato grado di probabilità; detta circostanza, pertanto, può essere valutata dal giudice del merito al fine di non ammettere quella prova, alla stregua degli altri elementi acquisiti.

Cassazione civile sez. I  10 giugno 1982 n. 3517  



 
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