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Art. 2552 codice civile: Diritti dell’associante e dell’associato

La gestione dell’impresa o dell’affare spetta all’associante.

Il contratto può determinare quale controllo possa esercitare l’associato sull’impresa o sullo svolgimento dell’affare per cui l’associazione è stata contratta.

In ogni caso l’associato ha diritto al rendiconto (1) dell’affare compiuto, o a quello annuale della gestione se questa si protrae per più di un anno.


Commento

Rendiconto: atto ricognitivo relativo alla gestione dell’impresa o dell’affare.

 

(1) La mancata consegna del rendiconto, nel caso di apporto consistente in una prestazione di lavoro, determina la presunzione di rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, salvo prova contraria (l. 92/2012).

 


Giurisprudenza annotata

Assicurazioni

Il diritto alla prestazione del terzo beneficiario della polizza vita trova la propria fonte in via immediata e diretta nel contratto di assicurazione come si evince dall'art. 1920 c.c. (cfr. Cass. n. 6062 del 1998). Il beneficiario potrà pertanto esercitare il proprio diritto dal momento del decesso dell'assicurato ex art. 2552 c.c. Tale possibilità va ancorata alla mera possibilità legale di agire e non a vicende di natura soggettiva o circostanze la cui verificazione dipende unicamente dal soggetto interessato (nel caso di specie il giudice dichiarava prescritto il diritto del beneficiario che aveva invece sostenuto la decorrenza del proprio diritto dal momento del ritrovamento del contratto di assicurazione).

Tribunale Sassari sez. I  20 ottobre 2014

 

 

Giudicato

Il rilievo d'ufficio della nullità del contratto è precluso al giudice quando sulla validità del rapporto si sia formato il giudicato, anche implicito, come allorché il giudice di primo grado, accogliendo una domanda, abbia dimostrato di ritenere valido il contratto, e le parti, in sede di appello, non abbiano mosso alcuna censura inerente la sua validità. (Nel caso di specie, in applicazione di tale principio, si è ritenuto che il giudicato interno, formatosi sull'accoglimento della domanda contrattuale di rendiconto ex art. 2552 cod. civ., precludesse la questione sulla validità del contratto di associazione in partecipazione). Rigetta, App. Torino, 13/06/2007

Cassazione civile sez. I  14 ottobre 2013 n. 23235  

 

Associazione in partecipazione

In tema di contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell'associato, l'elemento differenziale rispetto al contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili d'impresa risiede nel contesto regolamentare pattizio in cui si inserisce l'apporto della prestazione da parte dell'associato, dovendosi verificare l'autenticità del rapporto di associazione, che ha come elemento essenziale, connotante la causa, la partecipazione dell'associato al rischio di impresa e alla distribuzione non solo degli utili, ma anche delle perdite. Pertanto, laddove è resa una prestazione lavorativa inserita stabilmente nel contesto dell'organizzazione aziendale, senza partecipazione al rischio d'impresa e senza ingerenza ovvero controllo dell'associato nella gestione dell'impresa stessa, si ricade nel rapporto di lavoro subordinato in ragione di un generale favor accordato dall'art. 35 Cost., che tutela il lavoro "in tutte le sue forme ed applicazioni".

Cassazione civile sez. lav.  28 gennaio 2013 n. 1817  

 

La partecipazione al rischio d'impresa da parte dell'associato caratterizza la causa tipica dell'associazione in partecipazione. Ulteriori elementi caratterizzanti il contratto di associazione in partecipazione sono il controllo della gestione dell'impresa da parte dell'associato (art. 2552 comma 2 c.c.) e il periodico rendiconto dell'associante (art. 2552 comma 3 c.c.). Conferma App. L'Aquila, 29 gennaio 2010

Cassazione civile sez. lav.  21 febbraio 2012 n. 2496  

 

Il contratto di associazione in partecipazione, che si qualifica per il carattere sinallagmatico fra l'attribuzione da parte di un contraente (associante) di una quota di utili derivanti dalla gestione di una sua impresa e di un suo affare all'altro (associato) e l'apporto da quest'ultimo conferito, non determina la formazione di un soggetto nuovo e la costituzione di un patrimonio autonomo, né la comunanza dell'affare o dell'impresa, i quali restano di esclusiva pertinenza dell'associante. Ne deriva che soltanto l'associante fa propri gli utili e subisce le perdite, senza alcuna partecipazione diretta ed immediata dell'associato, il quale può pretendere unicamente che gli sia liquidata e pagata una somma di denaro corrispondente alla quota spettante degli utili e all'apporto, ma non che gli sia attribuita una quota degli eventuali incrementi patrimoniali, compreso l'avviamento, neppure se ciò le parti abbiano previsto nel contratto, in quanto una clausola di tal fatta costituisce previsione tipica dello schema societario, come tale incompatibile con la figura disciplinata dagli art. 2549 ss. c.c., con la conseguenza che al contratto complesso, in tal modo configurabile, deve applicarsi soltanto la disciplina propria del contratto di associazione in partecipazione, ove sia accertato che la funzione del medesimo sia quella in concreto prevalente.

Cassazione civile sez. I  24 giugno 2011 n. 13968

 

In tema di associazione in partecipazione, la partecipazione ai ricavi e non alle perdite, il rispetto di un orario di lavoro in assenza però di direttive riguardo allo stesso e la garanzia di un guadagno minimo non valgono ad escludere un rapporto di tipo associativo. Le parti sono libere di determinare la partecipazione economica dell’associato che può ben essere commisurata ai soli ricavi, perché anche in tal caso l’associato, da un lato, corre sicuramente il rischio di impresa e, dall’altro, non viene meno quella omogeneità di interessi tra le parti contraenti che contraddistingue e differenzia l’associazione dal rapporto di lavoro subordinato. Non vi è dubbio, infatti, che anche con la partecipazione ai ricavi sussiste pur sempre un diretto coinvolgimento dell’associato nelle fortune dell’impresa, atteso che l’associato che lavora in un’impresa con risultati negativi è comunque soggetto in senso lato ad un rischio economico.

Cassazione civile sez. lav.  18 febbraio 2009 n. 3894  

 

Ad escludere la causa del contratto di associazione in partecipazione non può valere la mancanza di una effettiva possibilità di controllo dell'associato sulla gestione dell'impresa. L'art. 2552, comma 3, c.c. prevede il diritto dell'associato al controllo e al rendiconto annuale della gestione, ma non ne determina le modalità, lasciando alle parti il potere di stabilire le modalità del controllo. Anche le modalità concrete del controllo e del rendiconto non rientrano dunque nella struttura essenziale della causa del contratto e non ne determinano l'invalidità.

Cassazione civile sez. lav.  08 ottobre 2008 n. 24871  

 

In tema di distinzione fra contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell'associato e contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili dell'impresa, la causa del primo è ravvisabile nello scambio tra l'apporto dell'associato all'impresa dell'associante ed il vantaggio economico che quest'ultimo si impegna a corrispondere all'associato medesimo. Non costituiscono elementi caratterizzanti del contratto, invece, sia la partecipazione alle perdite, atteso che l'associato che lavori in un'impresa con risultati negativi comunque è soggetto in senso lato ad un rischio economico, sia la mancanza dell'effettività di controllo da parte dell'associato sulla gestione dell'impresa, posto che diversamente si desume dall'art. 2552, comma 3, c.c., sia la circostanza che la partecipazione possa essere commisurata al ricavo dell'impresa anziché agli utili netti, in quanto l'art. 2553 c.c. consente alle parti di determinare la quantità della partecipazione dell'associato agli utili.

Cassazione civile sez. lav.  08 ottobre 2008 n. 24871  

 

In tema di distinzione fra contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell'associato e contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili dell'impresa, l'elemento differenziale tra le due fattispecie risiede nel contesto regolamentare pattizio in cui si inserisce l'apporto della prestazione lavorativa da parte dell'associato e l'espletamento di analoga prestazione lavorativa da parte di un lavoratore subordinato. Tale accertamento implica necessariamente una valutazione complessiva e comparativa dell'assetto negoziale, quale voluto dalle parti e quale in concreto posto in essere, e la possibilità che l'apporto della prestazione lavorativa dell'associato abbia connotazioni in tutto analoghe a quelle dell'espletamento di una prestazione lavorativa in regime di lavoro subordinato comporta che il fulcro dell'indagine si sposta sulla verifica dell'autenticità del rapporto di associazione. Ove la prestazione lavorativa sia inserita stabilmente nel contesto dell'organizzazione aziendale, senza partecipazione al rischio d'impresa e senza ingerenza nella gestione dell'impresa stessa, si ricade nel rapporto di lavoro subordinato in ragione di un generale favore accordato dall'art. 35 cost. che tutela il lavoro "in tutte le sue forme ed applicazioni". (Nella specie, relativa a opposizione a sanzioni amministrative per evasioni contributive, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, verificato che all'assetto contrattuale voluto dalle parti non corrispondeva la concreta attuazione di un rapporto di associazione in partecipazione, aveva correttamente valutato, nella diversa prospettiva dell'inesistenza di un rapporto di associazione in partecipazione tra le parti, l'espletamento di una prestazione lavorativa da parte di lavoratori in favore della società imprenditrice, ed aveva proceduto alla qualificazione giuridica del rapporto di fatto intercorso tra le parti, una volta esclusa l'autenticità della qualificazione formale).

Cassazione civile sez. lav.  22 novembre 2006 n. 24781  

 

La presentazione da parte dell'associante del rendiconto destinato ad illustrare all'associato i risultati economici dell'affare - e consistente in un conto profitti e perdite relativo all'affare in considerazione da redigersi secondo i canoni delle scritture contabili, e quindi rispettando la sua funzione di rappresentare il risultato economico in modo chiaro e fedele - si configura come potere di controllo minimo ed inderogabile ex art. 2552 c.c. Conseguentemente, la mancata presentazione del rendiconto, realizzando una preclusione all'esercizio dell'unica facoltà di controllo concessa contrattualmente all'associato, vale a menomare in modo considerevole la fiducia dello stesso associato nella regolarità della gestione dell'affare "comune" e costituisce conseguentemente idoneo presupposto per giungere alla declaratoria di risoluzione del contratto.

Tribunale Monza  03 maggio 2000

 

La disposizione di cui al comma 1 dell'art. 2552 c.c., che, in tema di associazione in partecipazione, prevede, di regola, che la gestione dell'impresa spetti all'associante, è derogabile, potendo il contratto affidare all'associato poteri di gestione sia interna che esterna, sempre che egli ripeta i propri poteri dall'associante.

Cassazione civile sez. III  07 febbraio 1997 n. 1191  

 

Nel contratto di associazione in partecipazione l'autonomia che, di regola, si accompagna alla titolarità esclusiva dell'impresa e della gestione da parte dell'associante trova limitazione sia nell'obbligo del rendiconto ad affare compiuto o del rendiconto annuale della gestione che si protragga per più di un anno (art. 2552 comma 3, c.c.), sia, in corso di durata del rapporto, nel dovere generale di esecuzione del contratto secondo buona fede che si traduce nel dovere specifico di portare a compimento l'affare o l'operazione economica entro il termine ragionevolmente necessario a tale scopo. Ne consegue che, alla stregua dei principi generali sulla risoluzione dei contratti sinallagmatici per inadempimento - applicabili all'associazione in partecipazione - l'inerzia o il mancato perseguimento da parte dell'associazione dei fini, cui l'attività di impresa o di gestione dell'affare è preordinata determina inadempimento quando, secondo l'insindacabile apprezzamento del giudice di merito, si protragga oltre ogni ragionevole limite di tolleranza e può, perciò, dar luogo all'azione di risoluzione del contratto secondo le regole indicate negli art. 1453 e 1454 c.c.

Cassazione civile sez. II  27 marzo 1996 n. 2715  

 

La configurabilità di un contratto di associazione in partecipazione presuppone, di norma, che l'impresa sia gestita dall'associante e, pertanto, in mancanza di una pattuizione che deroghi alla regola ordinaria fissata dal comma 1 dell'art. 2552 c.c., è da escludere - con conseguente inapplicabilità dell'art. 409 n. 3 c.p.c. - nell'ipotesi in cui il preteso associato rivesta la qualità di imprenditore.

Cassazione civile sez. lav.  05 novembre 1983 n. 6549



 
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