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Art. 2553 codice civile: Divisione degli utili e delle perdite

Salvo patto contrario, l’associato partecipa alle perdite nella stessa misura in cui partecipa agli utili, ma le perdite che colpiscono l’associato non possono superare il valore del suo apporto.


Giurisprudenza annotata

Associazione in partecipazione, divisione utili e perdite

Nel caso di un contratto riconducibile a quello di associazione in partecipazione, disciplinato dall’art. 2549 c.c., quale contratto nel quale l’associante attribuisce all’associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto, l’associante è tenuto, nei termini definiti contrattualmente (nel caso di specie, entro 24 mesi dall’inizio lavori) a procedere alle obbligazioni contrattuali (nel caso di specie, alienare gli immobili e distribuire gli eventuali utili), ferma restando l’assunzione del rischio di impresa nei limiti dell’apporto in capo all’associato nel caso in cui, al completamento dell’operazione, l’associante non avesse conseguito utili ma perdite, ai sensi dell’art. 2553 c.c..

Tribunale Monza sez. II  06 marzo 2014

 

Il rapporto di associazione in partecipazione ha come elemento essenziale la partecipazione dell'associato al rischio di impresa ed alla distribuzione non solo degli utili, ma anche delle perdite.

Cassazione civile sez. lav.  11 giugno 2013 n. 14644  

 

La partecipazione al rischio d'impresa da parte dell'associato caratterizza la causa tipica dell'associazione in partecipazione. Ulteriori elementi caratterizzanti il contratto di associazione in partecipazione sono il controllo della gestione dell'impresa da parte dell'associato (art. 2552 comma 2 c.c.) e il periodico rendiconto dell'associante (art. 2552 comma 3 c.c.). Conferma App. L'Aquila, 29 gennaio 2010

Cassazione civile sez. lav.  21 febbraio 2012 n. 2496  

 

Il contratto di associazione in partecipazione, che si qualifica per il carattere sinallagmatico fra l'attribuzione da parte di un contraente (associante) di una quota di utili derivanti dalla gestione di una sua impresa e di un suo affare all'altro (associato) e l'apporto da quest'ultimo conferito, non determina la formazione di un soggetto nuovo e la costituzione di un patrimonio autonomo, né la comunanza dell'affare o dell'impresa, i quali restano di esclusiva pertinenza dell'associante. Ne deriva che soltanto l'associante fa propri gli utili e subisce le perdite, senza alcuna partecipazione diretta ed immediata dell'associato, il quale può pretendere unicamente che gli sia liquidata e pagata una somma di denaro corrispondente alla quota spettante degli utili e all'apporto, ma non che gli sia attribuita una quota degli eventuali incrementi patrimoniali, compreso l'avviamento, neppure se ciò le parti abbiano previsto nel contratto, in quanto una clausola di tal fatta costituisce previsione tipica dello schema societario, come tale incompatibile con la figura disciplinata dagli art. 2549 ss. c.c., con la conseguenza che al contratto complesso, in tal modo configurabile, deve applicarsi soltanto la disciplina propria del contratto di associazione in partecipazione, ove sia accertato che la funzione del medesimo sia quella in concreto prevalente.

Cassazione civile sez. I  24 giugno 2011 n. 13968  

 

 

Nel contratto di associazione in partecipazione, non ostandovi alcuna incompatibilità con il suddetto tipo negoziale, la partecipazione agli utili e alle perdite da parte dell'associato può tradursi, per quanto attiene ai primi, nella partecipazione ai globali introiti economici dell'impresa o a quelli di singoli affari, sicché sotto tale versante non assume alcun rilievo ai fini qualificatori il riferimento delle parti contrattuali agli utili dell'impresa o viceversa ai ricavi per singoli affari. Essendo le parti libere di determinare la partecipazione economica dell'associato, questa può ben essere commisurata ai soli ricavi, perché anche in tal caso l'associato, da un lato, corre sicuramente il rischio d'impresa, e dall'altro, non viene meno quella omogeneità di interessi tra le parti contraenti che la contraddistingue e la differenzia dal rapporto di lavoro subordinato, non essendovi dubbio che, anche con la partecipazione ai ricavi, sussiste pur sempre un diretto coinvolgimento dell'associato nelle fortune dell'impresa.

Cassazione civile sez. lav.  18 febbraio 2009 n. 3894  

 

In tema di associazione in partecipazione, la partecipazione ai ricavi e non alle perdite, il rispetto di un orario di lavoro in assenza però di direttive riguardo allo stesso e la garanzia di un guadagno minimo non valgono ad escludere un rapporto di tipo associativo. Le parti sono libere di determinare la partecipazione economica dell’associato che può ben essere commisurata ai soli ricavi, perché anche in tal caso l’associato, da un lato, corre sicuramente il rischio di impresa e, dall’altro, non viene meno quella omogeneità di interessi tra le parti contraenti che contraddistingue e differenzia l’associazione dal rapporto di lavoro subordinato. Non vi è dubbio, infatti, che anche con la partecipazione ai ricavi sussiste pur sempre un diretto coinvolgimento dell’associato nelle fortune dell’impresa, atteso che l’associato che lavora in un’impresa con risultati negativi è comunque soggetto in senso lato ad un rischio economico.

Cassazione civile sez. lav.  18 febbraio 2009 n. 3894  

 

Ad escludere la causa del contratto di associazione in partecipazione non vale la circostanza che la partecipazione dell'associato è prevista come commisurata al ricavo dell'impresa anziché agli utili netti. Poiché l'art. 2553 c.c. consente alle parti di determinare la quantità di partecipazione dell'associato agli utili, non contrasta con lo schema contrattuale la previsione di una partecipazione rapportata non già agli utili netti bensì al ricavo dell’impresa.

Cassazione civile sez. lav.  08 ottobre 2008 n. 24871  

 

In tema di distinzione fra contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell'associato e contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili dell'impresa, la causa del primo è ravvisabile nello scambio tra l'apporto dell'associato all'impresa dell'associante ed il vantaggio economico che quest'ultimo si impegna a corrispondere all'associato medesimo. Non costituiscono elementi caratterizzanti del contratto, invece, sia la partecipazione alle perdite, atteso che l'associato che lavori in un'impresa con risultati negativi comunque è soggetto in senso lato ad un rischio economico, sia la mancanza dell'effettività di controllo da parte dell'associato sulla gestione dell'impresa, posto che diversamente si desume dall'art. 2552, comma 3, c.c., sia la circostanza che la partecipazione possa essere commisurata al ricavo dell'impresa anziché agli utili netti, in quanto l'art. 2553 c.c. consente alle parti di determinare la quantità della partecipazione dell'associato agli utili.

Cassazione civile sez. lav.  08 ottobre 2008 n. 24871  

 

Al contratto di associazione in partecipazione non si applica il divieto del patto leonino, dettato in materia societaria dall'art. 2265 c.c., ai sensi del quale è vietato che uno o più soci siano esclusi in modo totale e costante dagli utili o dalle perdite; quanto alla posizione dell'associato, l'unica regola inderogabile consiste nel divieto, posto dall'art. 2553 c.c., di porre a carico del medesimo perdite in misura superiore al suo apporto, potendo invece le parti determinare tale onere in misure diverse dalle partecipazioni agli utili o anche escluderlo del tutto, come avviene nella cosiddetta cointeressenza impropria.

Cassazione civile sez. I  01 ottobre 2008 n. 24376

 

Nell'associazione in partecipazione l'associato non può subire perdite superiori al suo apporto. Dalla lettura coordinata degli art. 2553 e 2554 c.c. si ricava l'inderogabilità di questa regola e l'incompatibilità di una clausola di contrario tenore con il modello negoziale dell'associazione in partecipazione.

Cassazione civile sez. II  17 luglio 2007 n. 15920  

 

La partecipazione alle perdite da parte dell'associato è eventuale e non costituisce elemento necessariamente caratterizzante dell'associazione in partecipazione, sicché le parti, nella loro autonomia, possono convenzionalmente escludere la partecipazione alle perdite, mentre, se questa è prevista, vige il limite fissato dall'art. 2553 c.c., secondo cui le perdite non possono superare il valore dell'apporto dell'associato (nel senso che l'unica regola inderogabile è quella del divieto di partecipazione dell'associato alle perdite in misura superiore al suo apporto: cfr. Cass., Sez. I, 23 gennaio 1996 n. 503).

Tribunale Milano sez. V  18 ottobre 2006 n. 11289  

 

Nell'associazione in partecipazione, in cui l'apporto dell'associato può essere costituito da qualsiasi prestazione suscettibile di valutazione economica, la partecipazione alle perdite è meramente eventuale e non costituisce un elemento necessariamente caratterizzante dell'associazione stessa. Le parti possono convenzionalmente escludere la partecipazione alle perdite, ma se tale partecipazione è prevista vige il limite fissato dall'art. 2553 c.c., per cui "le perdite che colpiscono l'associato non possono superare il valore del suo apporto", questo divieto costituendo l'unica regola inderogabile dell'associazione in partecipazione. Ove sia prevista una percentuale di partecipazione dell'associato alle perdite senza alcun limite di riferimento, a prescindere dalla validità di tale pattuizione, la mancanza di ogni determinazione contrattuale del valore dell'apporto dell'associato e l'insussistenza di elementi per tale determinazione si riflettono sulla carenza dei presupposti in concreto idonei a fondare la pretesa relativa.

Tribunale Milano  01 aprile 2004

 

L'elemento discretivo tra l'istituto dell'associazione in partecipazione e quello della società di fatto va individuato nella circostanza che solo il rapporto societario è caratterizzato dall'esercizio in comune di attività economica; tale requisito, tuttavia, non implica necessariamente che ciascun socio debba esercitare direttamente e personalmente attività di amministrazione e gestione imprenditoriale: ogni socio, però, deve necessariamente assumere su di sè la responsabilità e il rischio illimitato della gestione imprenditoriale, ancorché la società sia amministrata e gestita da uno solo tra essi (nel caso di specie la Corte ha ritenuto la sussistenza di una associazione in partecipazione per la gestione di una farmacia sulla base dei seguenti elementi di fatto: a) facoltà per l'associante di procedere in via autonoma alla vendita della farmacia, con conseguente risoluzione del contratto di associazione in partecipazione; b) quota di utili spettante all'associato, forfetariamente determinata, del tutto indipendente dai risultati di gestione; c) partecipazione alle perdite da parte dell'associato determinata secondo il principio proporzionale di cui all'art. 2553 c.c.; d) irrilevanza, stante l'astrattezza dei titoli di credito, della sussistenza di cambiali a firma dell'associato).

Corte appello Bologna  12 gennaio 2004



 
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