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Art. 2554 codice civile: Partecipazione agli utili e alle perdite

Le disposizioni degli articoli 2551 e 2552 si applicano anche al contratto di cointeressenza agli utili di una impresa senza partecipazione alle perdite (1), e al contratto con il quale un contraente attribuisce la partecipazione agli utili e alle perdite della sua impresa, senza il corrispettivo di un determinato apporto.

Per le partecipazioni agli utili attribuite ai prestatori di lavoro resta salva la disposizione dell’art. 2102 (2).

 


Commento

(1) In tale forma di cointeressenza l’apporto dell’associato è, secondo l’opinione dominante, elemento essenziale, in quanto la partecipazione agli utili senza partecipazione alle perdite e senza apporto assume il carattere di un negozio di liberalità [v. 769].

 

(2) Dalla previsione del comma 3 della norma in esame si desume che il rapporto di lavoro subordinato [v. 2094] retribuito con la partecipazione agli utili è una fattispecie distinta dalla cointeressenza, così come dall’associazione in partecipazione [v. 2549].

 

La norma disciplina il contratto di cointeressenza distinguendo due diversi tipi: la cointeressenza impropria e la cointeressenza propria. La prima si caratterizza per il fatto di prevedere una partecipazione solo agli utili di impresa mediante un apporto [v. 2549] iniziale, con esclusione della partecipazione alle perdite.

La cointeressenza propria si caratterizza, invece, per il fatto di prevedere una partecipazione agli utili e alle perdite di impresa al di fuori di ogni apporto [v. 2549] dell’associato. In tal caso, dunque, l’associato assume senza limiti i rischi connessi all’esercizio dell’altrui impresa, ma è esonerato da ogni altro tipo di prestazione.


Giurisprudenza annotata

Associazione in partecipazione

Il contratto di cointeressenza impropria, quale risulta delineato dall'art. 2554 cod. civ., si qualifica per il carattere sinallagmatico fra l'attribuzione da parte di un contraente (associante) di una quota di utili derivanti dalla gestione di una sua impresa all'altro (associato) e l'apporto che quest'ultimo, senza partecipare alle perdite, conferisce per lo svolgimento di quell'impresa. Ne consegue l'applicabilità delle norme dettate per i contratti a prestazioni corrispettive, tra cui gli artt. 1460 e 1220 cod. civ. Cassa con rinvio, App. Torino, 31/10/2007

Cassazione civile sez. I  17 aprile 2014 n. 8955  

 

Il rapporto di associazione in partecipazione ha come elemento essenziale la partecipazione dell'associato al rischio di impresa ed alla distribuzione non solo degli utili, ma anche delle perdite.

Cassazione civile sez. lav.  11 giugno 2013 n. 14644  

 

L'associazione in partecipazione ha, quale elemento causale indefettibile di distinzione dal rapporto di collaborazione libero-professionale, il sinallagma tra partecipazione al rischio d'impresa gestita dall'associante e conferimento dell'apporto lavorativo dell'associato. Ne consegue che l'associato il cui apporto consista in una prestazione lavorativa deve partecipare sia agli utili che alle perdite, non essendo ammissibile un contratto di mera cointeressenza agli utili di un'impresa senza partecipazione alle perdite, tenuto conto dell'espresso richiamo, contenuto nell'art. 2554, comma 2 c.c., all'art. 2102 c.c., il quale prevede la partecipazione del lavoratore agli utili « netti » dell'impresa.

Cassazione civile sez. lav.  28 maggio 2010 n. 13179  

 

In tema di associazione in partecipazione, la partecipazione ai ricavi e non alle perdite, il rispetto di un orario di lavoro in assenza però di direttive riguardo allo stesso e la garanzia di un guadagno minimo non valgono ad escludere un rapporto di tipo associativo. Le parti sono libere di determinare la partecipazione economica dell’associato che può ben essere commisurata ai soli ricavi, perché anche in tal caso l’associato, da un lato, corre sicuramente il rischio di impresa e, dall’altro, non viene meno quella omogeneità di interessi tra le parti contraenti che contraddistingue e differenzia l’associazione dal rapporto di lavoro subordinato. Non vi è dubbio, infatti, che anche con la partecipazione ai ricavi sussiste pur sempre un diretto coinvolgimento dell’associato nelle fortune dell’impresa, atteso che l’associato che lavora in un’impresa con risultati negativi è comunque soggetto in senso lato ad un rischio economico.

Cassazione civile sez. lav.  18 febbraio 2009 n. 3894  

 

Ad escludere la causa del contratto di associazione in partecipazione non vale affermare che i ricorrenti partecipavano agli utili dell'impresa e non anche alle perdite, atteso che l'art. 2554 comma 1, c.c. espressamente prevede una forma particolare di cointeressenza nella quale v'è la possibilità che le parti escludano l'associato dalla partecipazione alle perdite. La partecipazione alle perdite non è dunque elemento qualificante della causa del contratto.

Cassazione civile sez. lav.  08 ottobre 2008 n. 24871  

 

Nell'associazione in partecipazione l'associato non può subire perdite superiori al suo apporto. Dalla lettura coordinata degli art. 2553 e 2554 c.c. si ricava l'inderogabilità di questa regola e l'incompatibilità di una clausola di contrario tenore con il modello negoziale dell'associazione in partecipazione.

Cassazione civile sez. II  17 luglio 2007 n. 15920  

 

Dalla coordinata lettura degli art. 2553 e 2554 c.c. si ricava che l'unica regola inderogabile della disciplina dell'associazione in partecipazione (applicabile anche al contratto di cointeressenza) è quella del divieto di partecipazione dell'associato alle perdite in misura superiore al suo apporto, mentre le parti hanno facoltà di determinare la partecipazione alle perdite in misura diversa da quella della partecipazione agli utili ovvero di escludere del tutto la partecipazione alle perdite (cosiddetta cointeressenza impropria).

Cassazione civile sez. I  23 gennaio 1996 n. 503  

 

In tema di distinzione fra contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell'associato e contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili dell'impresa, la riconducibilità del rapporto all'uno o all'altro degli schemi predetti esige un'indagine del giudice del merito (il cui accertamento, se adeguatamente e correttamente motivato, è incensurabile in sede di legittimità) volta a cogliere la prevalenza, alla stregua delle modalità di attuazione del concreto rapporto, degli elementi che caratterizzano i due contratti, tenendo conto, in particolare, che, mentre il primo implica l'obbligo del rendiconto periodico dell'associante e l'esistenza per l'associato di un rischio di impresa (non immutabile dall'associante e non limitato alla perdita della retribuzione con salvezza del diritto alla retribuzione minima proporzionata alla quantità ed alla qualità del lavoro), il rapporto di lavoro subordinato implica un effettivo vincolo di subordinazione, più ampio del generico potere dell'associante d'impartire direttive ed istruzioni al cointeressato all'impresa.

Cassazione civile sez. lav.  16 febbraio 1989 n. 927  



 
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